Economia 21 Luglio Lug 2014 0958 21 luglio 2014

Perché il marchio non vale in Borsa

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Wall Street ha raggiunto nel 2014 livelli record che si vedevano dalla crisi del 2007. Un errore comune tra gli investitori, soprattutto quelli non molto esperti delle dinamiche di mercato, è confondere un buon prodotto con un buon investimento. Un gadget popolare, che vende bene, o un amministratore delegato carismatico non sempre sono sufficienti a garantire la crescita della società quotata, come invece è successo ad Apple sotto la guida di Steve Jobs. Inoltre, soprattutto nel settore tecnologico, un’azienda che parte di gran carriera e cresce esponenzialmente nei suoi primi anni di vita potrebbe essere sopravvalutata o non avere basi del tutto solide per sostenere un’espansione eccesiva. Ecco quattro esempi, di aziende che hanno un buon nome tra i consumatori, ma non danno grosse soddifazioni in Borsa e perché. 1. GOPRO, POTREBBE ESSERE UNA METEORA La società che produce videocamere da indossare ed è diventata famosa tra chi pratica sport estremi è il fenomeno del momento e i video girati da chi fa acrobazie spericolate spopolano sui social network e le vendite vanno bene (il fatturato è di circa un miliardo di dollari). Da un punto di vista azionario, investire sul titolo è una speculazione considerata azzardata dagli esperti: GoPro si è quotata a Wall Street sul Nasdaq il mese scorso a 24 dollari per azione, ha toccato subito i 30 dollari e ora viaggia oltre i 40. La società è valutata ora circa 3,86 miliardi di dollari, un multiplo di quattro rispetto alle vendite, troppo per essere sostenibile: per fare un paragone, una realtà consolidata come Nikon nel 2013 aveva un giro d’affari di 11 miliardi di dollari e un multiplo rispetto alle vendite di 0,6. Cosa fare? Approfittarne finché dura e tenere d’occhio gli indicatori: già nel primo trimestre l’andamento di profitti e fatturato è calato e non è detto che il rallentamento sia solo temporaneo. 2. COCA-COLA, SOLIDA MA IL TITOLO CRESCE POCO Una realtà storica, i cui prodotti non hanno bisogno di presentazioni. Tuttavia secondo gli esperti, volendo scegliere una compagnia solida ci sono alternative più redditizie: il titolo di Coca-Cola è cresciuto solo dell’8% negli ultimi 24 mesi, circa la metà dello S&P 500, il listino di riferimento di Wall Street, nello stesso arco di tempo. Inoltre, se a questo si aggiunge il fatto che la società offre dividendi contenuti e che negli ultimi trimestri sono stati segnalati rallentamenti delle vendite dei prodotti principali e difficoltà nel lancio di brand nuovi, come i succhi di frutta Odwalla e gli sport drink Powerade, i conti sono presto fatti. 3. AMAZON.COM, AZIONI IN CALO DEL 10,5% NEL 2014 La società fondata e guidata da Jeff Bezos ha rivoluzionato il modo di fare acquisti e mette a segno ogni anno risultati interessanti in termini di vendite, ma resta comunque alle spalle di catene tradizionali come Wal-Mart: nel 2013 Amazon ha generato un fatturato di 44 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti, la rivale è arrivata a 334,4 miliardi, otto volte tanto. Inoltre, gli investitori cominciano a essere scettici sulla capacità di incrementare in modo significativo i profitti, tanto più che il titolo cede il 10,5% circa nel 2014, nonostante i rally che hanno portato Wall Street a livelli record. Per onore di cronaca va detto che alcuni analisti, come Boris Marjanovic, cofondatore di Blitzkrieg Capital Management, suggeriscono di comprare titoli Amazon, perché nel lungo termine saranno un investimento più redditizio rispetto a quelli dei retailer tradizionali. 4. TWITTER, PIACE AGLI UTENTI, MA NON “MONETIZZA” Il successo del sito di microblogging creato nel 2006 da Jack Dorsey, Evan Williams, Biz Stone e Noah Glass è innegabile: in otto anni è arrivato a oltre 255 milioni di utenti attivi al mese, quest’anno prevede di mettere a segno profitti tra 1,2 e 1,25 miliardi di dollari (quasi il doppio rispetto ai 665 milioni del 2013) e la sua popolarità continua a crescere, contrastando sempre più da vicino Facebook. Tuttavia, il social network prevede di chiudere in perdita anche quest’anno, non riuscendo a trovare un canale efficace per “monetizzare”, ovvero tradurre in utili il gradimento degli utenti. Anche per questioni pratiche: lo spazio in pagina per inserzioni pubblicitarie è limitato. «Il futuro dipenderà da quello che la società vuole diventare, se una realtà molto grande o una realtà effettivamente redditizia», ha detto Richard Greenfield, analista di Btig Research. Non stupisce dunque che il titolo ceda il 45% quest’anno a circa 37,5 dollari per azione.

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