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ENERGIA 22 Luglio Lug 2014 0757 22 luglio 2014

Giulio Sapelli: «Eni, a Gela opportunità per il futuro»

Le raffinerie sono in crisi in tutta Europa.

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Al petrolchimico di Gela, in provincia di Caltanissetta, i lavoratori sono in agitazione da settimane.
E per il 29 luglio i sindacati hanno proclamato lo sciopero in tutto il gruppo Eni: dopo che la società ha dato lo stop agli investimenti nella raffineria siciliana, il timore è che l'azienda voglia rivedere l'assetto di tutti gli impianti sparsi per il Paese, da Taranto a Livorno a Priolo.
Ma il problema non riguarda solo l'Eni. Il settore della raffinazione è in crisi in tutta Italia – negli ultimi cinque anni sono state chiuse quattro raffinerie - e i sindacati temono una ulteriore ondata di licenziamenti. Circa 7 mila posti di lavoro sono già andati persi, secondo uno studio della Filctem-Cgil, e altri 6 mila, su 22 mila addetti, potrebbero essere spazzati via.
DESCALZI: «LA RAFFINAZIONE NON HA FUTURO». In missione in Africa insieme con il presidente del consiglio Matteo Renzi, lo stesso amministratore delegato dell'Eni, Claudio Descalzi, non ha usato giri di parole per descrivere la situazione: «La raffinazione non ha futuro non solo in Italia ma anche in Europa», ha spiegato. «Dal 2009, abbiamo investito nel reparto 2,9 miliardi ma abbiamo avuto perdite in Italia di 5,9, bisogna trovare un’altra strada».
L'unica soluzione per Gela e in prospettiva anche per altri stabilimenti, è il ragionamento che si fa in queste settimane a San Donato, è riconvertire.
Il 19 luglio, Salvatore Sardo, chief downstream & undustrial operations officer di Eni, ha annunciato al Sole 24 ore il piano per la cittadina siciliana: «Non licenzieremo nessuno dei nostri 970 dipendenti», ha spiegato. «Siamo disponibili a incrementare gli investimenti dai 700 milioni previsti a oltre 2 miliardi, in un progetto ampio che potrebbe coinvolgere altri settori, per esempio l’esplorazione di idrocarburi, la raffinazione verde, e anche un centro mondiale di formazione manageriale sulle tematiche di salute, sicurezza e ambiente».
CAMUSSO: «IL GOVERNO INTERVENGA». I sindacati però non si fidano. Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, ha chiesto che il governo intervenga per tutelare l'intero comparto.
Eppure, spiega a Lettera43.it, Giulio Sapelli, storico dell'economia, esperto di questioni petrolifere ed ex consigliere di amministrazione di Eni, la soluzione proposta dal Cane a sei zampe è l'unica possibile. «Bisogna riconvertire, sul modello di quanto fatto a Marghera e puntare su depositi e bioraffinazione, chimica verde».
Perchè tutto il vecchio continente è in overcapacity (raffina più di quanto avrebbe bisogno). E la competizione delle raffinerie mediorientali e asiatiche rende le nostre strutture obsolete, troppo care per costo del lavoro e di produzione.

Giulio Sapelli, storico dell'economia, esperto di questioni petrolifere ed ex consigliere di amministrazione di Eni.

D. Professor Sapelli, un altro pezzo della nostra industria condannato inesorabilmente al declino?
R. In tutto il mondo il numero delle raffinerie è inferiore a quello di 35 anni fa, nonostante il bisogno di petrolio sia aumentato. Attualmente non ci sono più margini di guadagno in questo settore, non solo in Italia ma in tutta Europa.
D. Come si spiega questa tendenza?
R. Con due fattori. Da un lato, il parco raffinerie è molto vecchio. In Italia è stato costruito tra gli Anni 50 e 60 - c'era ancora Enrico Mattei – in un momento storico in cui la sensibilità ambientale non era quella di oggi. Nemmeno si sapeva che il benzene fosse cancerogeno. Adeguare le nostre raffinerie alle giuste regole ambientali europee, fare un upgrading, ci costerebbe più che rifarle ex novo.
D. Il secondo fattore?
R. Le raffinerie oggi si fanno in Africa, Asia e America, anche se questa non rispetta, come cerca di fare l'Europa, le regole di Kyoto. I nuovi impianti asiatici e africani hanno surclassato i nostri, che ora risultano anti-economici.
D. Perchè questa crisi esplode solo ora?
R. In Italia le raffinerie sono in affanno da 20 anni, ma l'Eni ha sempre tenuto duro scontando i non profitti con i guadagni che realizzava nella altre attività in cui è forte, come esplorazione ed esportazione.
D. La soluzione proposta per Gela, la riconversione, è davvero praticabile senza licenziamenti?
R. L'Eni ha detto che non intende licenziare. Vuole trasformare le strutture in depositi. Raffineremo in giro per il mondo, ma poi dovremo pur accumulare le riserve da qualche parte per poterle usare, no? Descalzi ha anche assicurato che per il piano di riconversione di Gela non chiederà soldi allo Stato. Mi pare che i lavoratori possano stare tranquilli. Hanno l'occasione di riqualificare la propria professione.
D. Susanna Camusso non la pensa così. Ha chiesto al governo di intervenire per spingere l'azienda a non bloccare gli investimenti, se vuole avere le licenze per l'esplorazione.
R. Camusso sbaglia se vuole farsi propaganda con l'Eni manovrando la bandiera dell'agitazione. Ci dia una mano, piuttosto.
D. Il problema però non è solo per il Cane a sei zampe. Lo spettro della chiusura aleggia su tutte le raffinerie italiane?
R. Non so cosa faranno le altre compagnie. C'è da dire che Eni ha una potenza di fuoco che altre società non hanno e può realizzare ciò che dice. Certo, se il governo desse al Paese un piano energetico serio, anche il problema delle raffinerie sarebbe risolto.
D. Cosa serve?
R. Una cabina di regia sulla raffinazione guidato da compagnie e rappresentanti istituzionali e sindacali.
D. Sarebbero necessarie anche nuove leggi?
R. No, è più utile una moral suasion del governo per indirizzare le società verso la trasformazione. Non servono nuove norme.

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