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SCENARIO 23 Luglio Lug 2014 1016 23 luglio 2014

Crisi Ucraina, l'Italia e le sanzioni alla Russia

Mosca possibile partner del nostro fondo sovrano.

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Il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.

Le parole del ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan sulla crisi tra Russia e Unione europea devono essere suonate familiari alle orecchie di Enrico Letta, di Mario Monti e di tutti i dirigenti, funzionari e manager che si muovono tra via XX Settembre e le grandi aziende di Stato.
«Le sanzioni», ha ricordato Padoan, «sono sempre un problema sia per chi le riceve sia per chi le impone». Soprattutto per l'Italia che negli ultimi tre anni ha puntato, e molto, a rafforzare le proprie relazioni economiche con Mosca con l'idea di raggiungere una ripresa mai agguantata e già oggi rallentata dalle sanzioni Usa.
EXPORT AUMENTATO AL 10%. Passata la fase acuta della crisi finanziaria, infatti, negli ultimi tre anni l'export italiano verso la Russia ha fatto passi da gigante, con un'impennata del 9% nel 2012 e addirittura del 10% nel 2013. E gli accordi sono fioccati.
Mario Monti volò a Mosca portando a casa sei intese industriali di peso. E nel 2013, l'affollatissimo forum italo russo di Trieste ha fatto da cornice alla firma di 28 accordi economici. Con protagoniste, neanche a dirlo, buona parte delle aziende finite nella black list delle sanzioni americane.
GLI INTERESSI DELLA CDP. Ma quel che è più importante è che i primi ad aver stretto un'alleanza di lungo periodo con le casse finanziarie del Cremlino sono i nomi pesanti della galassia di Cassa depositi e prestiti (Cdp), la cassaforte di Stato guidata da Giovanni Gorno Tempini e Franco Bassanini, che controlla la Sace, società che assicura le imprese italiane all'estero e ne garantisce gli investimenti. E il Fondo strategico italiano, fondo sovrano che proprio nel 2013 ha stretto con il fondo russo un accordo da 1 miliardo di euro, gettando la basi per nuove partnership future.

Da Eni a Sace: gli accordi dell'Italia con le società sanzionate dagli Usa

Il presidente della Russia, Vladimir Putin e l'ad di Rosneft Igor Sechin.

Gli affari italiani in Russia sono ricchi: si va da Finmeccanica che, con la controllata Augusta Westland costruisce elicotteri militari in partnership con la Russian Helicopters e con la Alenia Aermacchi assembla super jet con la russa Sukhoi Civil Aircraft, fino alle intese miliardarie nel settore ingegneristico tra la Techint e la Norislskij Nickel.
Non a caso il 26 novembre 2013 ad accogliere Vladimir Putin e la delegazione russa a Trieste c'era la prima linea del capitalismo italiano. A fianco del primo ministro italiano Enrico Letta, figurava l'allora amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni, ma anche il presidente di Cassa depositi e prestiti, Franco Bassanini.
L'INTESA CON GAZPROM E ROSNEFT. Eni e la sua controllata Saipem hanno storici accordi di fornitura e partnership industriale con il numero uno del gas russo Gazprom. Ma nel 2013, Scaroni ha siglato una intesa anche con Igor Sechin, amministratore delegato del gruppo petrolifero Rosneft, uomo del cerchio magico di Putin e suo vice ai tempi della premiership, oligarca proveniente dalle file del Kgb e finito con la sua società nella lista nera delle sanzioni Usa. Rosneft, dopo l'intesa, detiene con Eni le quote di tre compagnie create ad hoc per lo sfruttamento congiunto di giacimenti nel mare di Barents e nel Mar Nero.
4,9 MILIARDI DI ESPOSIZIONE IN RUSSIA. A Trieste anche la Sace ha firmato accordi strategici. La partecipata statale presieduta dall'ex ambasciatore Giovanni Castellaneta garantisce e assicura le imprese italiane all'estero, dando garanzia finanziaria a loro o direttamente ai progetti dei partner stranieri destinati a coinvolgere aziende nostrane.
E da qualche anno il Paese verso cui è più esposta è proprio la Russia: con un impegno arrivato nel 2013 a 4,9 miliardi di euro, una cifra pari al 60% del valore della stessa Sace, almeno secondo le stime realizzate dal governo in vista della sua (parziale) privatizzazione.
Le operazioni avviate in Russia sono di diverso tipo. E vanno dalla garanzia sull'acquisizione da parte della De Cecco del gruppo russo First Pasta a quella sul finanziamento da 420 milioni di euro erogato dalle banche europee Société Générale, Bnp Paribas, Ing Bank e UniCredit, a favore del terzo gruppo petrolifero russo Lukoil, anch'esso sanzionato dagli Usa.
ACCORDO DI COOPERAZIONE CON VEB. Ma da Trieste in poi, il rapporto coi russi sembra guardare anche più in là. Al forum italo russo, infatti, l’amministratore delegato di Sace Alessandro Castellano ha firmato un accordo di cooperazione con Vladimir Dmitriev, presidente della banca di sviluppo russa Vnesheconombank (Veb) inserita nell'ultima tranche di sanzioni imposte da Washington.
Non solo, Sace si è aggiudicata anche il contratto di consulenza per «la costituzione e l’avvio delle attività della nuova Eca russa Exiar», cioè una società russa omologa di Sace e interamente controllata dalla Veb. Gli accordi tra Italia e Russia sul fronte dell'export insomma sembrano acquisire una dimensione strutturale e coinvolgere direttamente la grande finanza di Stato.

Allo studio la partnership tra fondi sovrani

Il presidente della Russia, Vladimir Putin.

A conferma della nuova dimensione dei rapporti italo russi, va ricordato che il Fondo strategico italiano (Fsi), il fondo di investimento controllato dalla Cdp, ha firmato un accordo con il Russian direct investment fund (Rdif) che prevede l'investimento di 500 milioni da entrambe le parti per sostenere la cooperazione economica tra i due Paesi.
Creato da Putin nel 2011 con una dotazione di 10 miliardi e la mission specifica di creare «partnership strategiche di lungo periodo con primari investitori internazionali», il Rdif ospita nel suo supervisory board oltre a Dominique Strauss-Kahn, il numero uno di Veb Dmitriev, e nell'International advisory board l'amministratore delegato di Fsi, Maurizio Tamagnini.
LA JOINT VENTURE COL QATAR. Il fondo italiano ha siglato solo altre due grandi intese: quella con la Qatar holding, trasformatasi in una joint venture da due miliardi nel marzo del 2013. E quella con la Kuwait Investment Authority (Kia) che a luglio 2014 si è tradotta nella creazione di Fsi Investimenti, una società da 2,2 miliardi di dollari per l'80% italiana a cui dovrebbero essere conferite tutte le partecipazioni di Fsi, da Hera ad Ansaldo Energia, e pensata per accogliere gli investimenti di altri fondi sovrani. Il fondo russo potrebbe essere il primo candidato.
Il 26 giugno del 2014 il suo direttore Sean Glodek era tra i relatori del Sovereign investment workshop organizzato dl'Università Bocconi e sponsorizzato da Eni sul ruolo dei fondi sovrani nella stabilità economica assieme a rappresentanti dei fondi del Quwait, appunto, e poi di Oman, Iran e Norvegia. E a chiudere i lavori c'era Fabrizio Pagani, già nel consiglio di amministrazione di Sace, oggi in quello di Eni, consigliere di Letta per gli affari economici, passato ora a capo della segreteria tecnica del ministero dell'Economia con Padoan.
Facile intuire come le sanzioni alla Russia risultino particolarmente indigeste.

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