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SOLDI PUBBLICI 24 Luglio Lug 2014 0600 24 luglio 2014

Governo Renzi, rischio manovra bis

L'esecutivo dovrebbe avere le coperture. Ma l'ultima parola spetta all'Ue.

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Matteo Renzi.

Sarà stata l’ebbrezza per il primo, importante, taglio di nastro (la Brebemi) della sua carriera da premier. Sarà stata la lontananza da Roma, dove la sua litigiosa maggioranza gli sta boicottando sia la riforma del Senato sia il più ambizioso Jobs Act. Fatto sta che il 22 luglio da Fara Olivana, nel Bergamasco, Matteo Renzi ha lanciato un altro suo pezzo del miracolo italiano: sbloccare 49 miliardi per riavviare le opere pubbliche.
IN CERCA DI 30 MILIARDI. E poco importa che sempre a Roma, nella sede del Tesoro, stiano più sommessamente lavorando per evitare una manovra bis da almeno 10 miliardi. Soldi che si aggiungerebbero alla ventina con la quale il governo deve confermare per il 2015 il bonus da 80 euro e il mini-taglio dell’Irap oppure per rifinanziare le missioni all’estero e la cassa integrazione. Per un totale di circa 30 miliardi.
Come si sa, a rovinare il sonno (e i sogni) di Renzi è l’Unione europea. Bruxelles pretende che l’Italia raggiunga il pareggio di bilancio nel 2015 e porti il deficit/Pil quest’anno allo 0,2%. Roma non vuole sentire neanche parlare di sforamento, ma ha ipotizzato tempi e ritmi diversi: disavanzo al +0,8% nel 2014, maxi recupero tra 12 mesi (+0,1) per tornare pienamente in negativo l’anno successivo.
IL CALCOLI DI MEDIOBANCA. Parliamo di decimali di Pil, che normalmente sarebbero irrilevanti se le casse del governo non fossero vuote. Anche perché, ha calcolato Mediobanca, una correzione dei conti costerebbe tra i 10 e i 15 miliardi. E porterebbe la cifra da trovare tra i 40 e i 50 miliardi.
Al momento la Ue non ha ancora esplicitato la richiesta di una manovra bis. Ma in tutte le raccomandazioni finora rivolte ai Paesi membri (le ultime sono state approvate dal Consiglio europeo di fine giugno), nella parte dedicata all’Italia la Commissione ha sempre stigmatizzato la necessità di nuove riforme e sottolineato la crescita del tendenziale, che a sua volta appesantirebbe il debito.
Ergo, bisogna raggiungere il pareggio di bilancio nel 2015.

Pil in calo dello 0,1% nel primo trimestre e debito record

Pier Carlo Padoan.

Gli ultimi dati rafforzano le preoccupazioni di Bruxelles: il Pil nel primo trimestre del 2014 è sceso dello 0,1% e potrebbe ripetere la stessa performance tra aprile e giugno; il debito (135,6%) è arrivato a un livello che il Tesoro pensava si raggiungesse a fine anno; la spesa è cresciuta da gennaio di circa 13 miliardi; il tendenziale sul gettito è in calo, mentre rallenta l’attività industriale.
LO SPREAD RESPIRA. L’unico dato positivo riguarda gli interessi pagati sul debito pubblico: complici i bassi spread tra Btp e Bund tedeschi, a maggio, il Tesoro avrebbe riconosciuto ai sottoscrittori quasi 2 miliardi in meno rispetto a quanto sborsato 12 mesi fa.
Questi soldi, che dovrebbero salire a 4 miliardi a dicembre, uniti ad altri 14 miliardi derivanti dalla spending review, e ai 4 o 5 recuperati dalle privatizzazioni (in tutto 22 miliardi circa) dovrebbero permettere al governo di coprire le misure già previste: l’allargamento anche ai pensionati del bonus Irpef, il taglio del 10% dell’Irap, il costo delle missioni internazionali e della Cig in deroga.
Non si esclude neppure un allentamento del patto di stabilità interno, che davanti all’Europarlamento Pier Carlo Padoan ha definito «inefficiente».
DISMISSIONI A RILENTO. A ben guardare, però, sul versante delle dismissioni, lo sbarco di Fincantieri è stato un flop. Mentre i piani del commissario alla spending review restano alquanto fumosi.
Le coperture di Padoan sono più che una scommessa, ma nonostante questo il governo seguirà la sua strada.
Da un lato confermerà gli obiettivi di finanza pubblica per il prossimo biennio (quindi niente manovra bis), dall’altro non intende fare passi indietro sulle misure (chiamarle espansive è complesso) per rimettere in moto l’economia.
Questa la tabella di marcia, che non dovrebbe subire grandi stravolgimenti né ad agosto quando l’Istat diffonderà il dato sul secondo trimestre né a settembre quando Padoan presenterà in parlamento e in Europa l’aggiornamento alla Nota di Bilancio e Legge di Stabilità.
LA SPADA DI DAMOCLE DELLA UE. Quello che è succederà dopo, non è dato a sapere. Soltanto allora la Ue dirà se è sufficiente o meno l’impianto italiano. In caso contrario sarà manovra correttiva. Fino a qualche mese fa Renzi pensava di fare valere le sue ragioni davanti a una commissione meno filotedesca e con un commissario socialista agli Affari economici. Invece a Bruxelles non capiscono e si domandano perché l’Italia si ostini a non raggiungere il pareggio bilancio. Soltanto così Roma si garantirebbe un rientro più morbido sull’altissimo debito.

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