Economia 24 Luglio Lug 2014 1730 24 luglio 2014

Pil, l'Fmi dimezza la previsione 2014

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L'Fmi dimezza le previsioni di crescita del Pil per l'Italia Brutte notizie per l'economia italiana dal Fondo monetario internazionale. L'Fmi dimezza la previsione di crescita del Prodotto interno lordo italiano (Pil) per il 2014, portando   da 0,6% a 0,3% rispetto alla proiezione di aprile. Confermata, invece, la previsione di crescita dell'1,1% per il 2015. Il Fmi si allinea così ai dati di privati e istituzioni che recentemente hanno peggiorato il consensus sull'andamento dell'economia italiana. E' di pochi giorni fa la nota di Bankitalia che ha tagliato le previsioni di crescita per quest'anno dallo 0,7% allo 0,2% mentre il centro studi di Confindustria ha prospettato una dinamica piatta del Pil per il 2014 (qui l'articolo). La stima fornita dal governo nel documento di Economia e Finanza, presentato ad aprile, è per una crescita dello 0,8%. Reduce da un biennio di forte recessione, interrotto nell'ultimo trimestre del 2013 da una variazione congiunturale debolmente positiva del Pil (+0,1%), l'economia italiana è tornata inaspettatamente a una debole contrazione (-0,1%) su base trimestrale nella prima frazione del 2014, a sottolineare la fragilità della ripresa. PREVISIONI DEBOLI PER SECONDA META' DEL 2014. MIGLIORAMENTI NEL 2015. A livello globale, il Fondo monetario ha tagliato al 3,4% dal 3,7% per il 2014, confermando invece la previsione di crescita del 4% per l'anno prossimo.  Il peggioramento delle prospettive dell'economia globale per quest'anno riflette la debolezza del primo trimestre, particolarmente accentuata negli Stati Uniti, e un outlook meno ottimistico per diversi Paesi emergenti.  Nella seconda metà dell'anno la crescita dovrebbe accelerare, ma non abbastanza per annullare la fiacchezza riscontrata nel primo trimestre. «I rischi al ribasso rimangono una preoccupazione. L'aumento dei rischi geopolitici potrebbe comportare un picco dei prezzi petroliferi», sottolinea il Fondo. Tra i pericoli, anche quello di un aumento superiore alle attese dei tassi a lungo termine statunitensi, e di un'inversione della recente compressione degli spread di rischio e della volatilità dei mercati finanziari. NELL'EUROZONA PREVISIONI POSITIVE PER GERMANIA E SPAGNA. All'interno della zona euro, per cui è stata confermata una previsione di crescita pari all'1,1% quest'anno la situazione, sottolinea il Fondo monetario, resta disomogenea.  Oltre a quella italiana, è stata rivista al ribasso la stima di crescita per quest'anno della Francia, a 0,7% da 1%.  Sono state, invece, corrette verso l' alto le proiezioni per l'economia tedesca, che nel 2014 dovrebbe crescere dell'1,9% contro l'1,7% previsto ad aprile, e per quella spagnola, che dovrebbe chiudere l'anno in corso con un incremento del Pil pari all'1,2% contro lo 0,9% indicato tre mesi fa. «La crescita nella zona euro dovrebbe però restare disomogenea all'interno della regione, alla luce delle persistente frammentazione finanziaria, della difficile situazione dei bilanci pubblici e privati e dell'alto livello di disoccupazione in alcune economie», si legge nel rapporto. PRIORITARIE RIFORME STRUTTURALI. «Per rafforzare la ripresa, l'area euro necessita ancora di un'azione determinata sia dal lato della domanda che dal lato dell'offerta», sottolinea il capoeconomista del Fmi Olivier Blanchard. Nella maggior parte dei Paesi la disoccupazione è eccessiva, mentre l'inflazione resta troppo bassa. Visti gli scarsi margini di manovra dal punto di vista fiscale, la Banca centrale europea deve continuare a supportare l'attività economica, sottolinea Blanchard, che ritiene positive le recenti misure espansive varate da Francoforte, ma avverte che tali mosse potrebbero non essere sufficienti. «E' troppo presto per valutarne gli effetti, e se l'inflazione dovesse continuare a rimanere ostinatamente bassa, dovrebbero essere prese in considerazione altre misure». D'altra parte, riconosce il capoeconomista del Fmi, la politica monetaria da sola non è sufficiente, e i Paesi devono mettere in atto riforme strutturali per ridurre la disoccupazione giovanile e aumentare la competitività.

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