Economia 25 Luglio Lug 2014 1009 25 luglio 2014

Alitalia, i 3 dubbi di Caio sull'aumento

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Francesco Caio, a.d. di Poste Italiane.
O si fa l'aumento o si muore. C'è un clima risorgimentale alla Magliana, la sede romana di Alitalia. Perché il 25 luglio è un giorno cruciale per il futuro del vettore. L’amministratore delegato, Gabriele Del Torchio, dovrebbe spingere i soci a ricapitalizzare Alitalia con 250 milioni di euro; dare il via libera a un bilancio con un passivo monstre da 569 milioni per evitare di portare i libri in tribunale; far approvare l’accordo preliminare con Etihad. Questo in teoria, perché, in pratica, l’assemblea del 25 luglio rischia soltanto di prendere atto della confusione che regna sovrana tra azionisti nuovi e vecchi della compagnia: nessuno vuole mettere ulteriori soldi in una scatola (l’Alitalia-Cai), che sarà soltanto la Bad company della Newco, dove invece entreranno gli arabi con investimenti superiori al miliardo.

James Hogan è il numero di Etihad. IL RICATTO DI POSTE E IL RINVIO DEL PIANO DI ETIHAD Così si va verso un rinvio delle decisioni fondamentali per salvare il vettore. E, soprattutto, potrebbe slittare la firma al contratto che deve dare l’avvio al deal italo-arabo e che il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, vorrebbe siglato per fine mese. A sconvolgere i piani di Del Torchio e del numero uno di Etihad, James Hogan, è stato Francesco Caio. L’ad di Poste, che ha il 19,46% della compagnia, prima ha fatto sapere che non si sarebbe accollato parte dei debiti precedenti all’ingresso dell’azienda di piazza San Silvestro (soprattutto i crediti junior in mano alle banche). Quindi ha rilanciato spiegando che avrebbe partecipato alla ricapitalizzazione - si farà con un prestito convertendo in equity - soltanto per la quota di spettanza, circa quaranta milioni. Ma non solo: Caio intende diventare azionista della newco e non della vecchia Alitalia. Risultato? Bisogna spingere gli altri soci a versare almeno 80 milioni in più. Eppure il manager cresciuto alla scuola di Carlo De Benedetti non è mosso da un capriccio. Infatti, l’ingresso alla Magliana lo pone di fronte a tre criticità, che potrebbero mettere a rischio la sua poltrona a piazza San Silvestro. Economiaweb.it le ha analizzate. 1) POSTE DEVE QUOTARSI: ALITALIA È UNA ZAVORRA CHE ALLONTANA INVESTITORI Scorrendo il curriculum di Caio (Olivetti, Mc Kensey, Indesit, Avio) il filo conduttore è sempre lo stesso: un manager chiamato a far quadrare i conti attraverso complesse riorganizzazioni del perimetro del business e del personale. Caratteristiche indispensabili per chi deve portare in Borsa l’azienda che in Italia registra (con 146mila dipendenti) il più alto livello di costo del lavoro. Una condizione che al mercato non piace. La quotazione del 40% della compagnia era il fiore all’occhiello del piano di privatizzazioni dell’ex ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, per recuperare almeno 4 miliardi di euro con i quali tagliare il debito pubblico. Il suo successore, Pier Carlo Padoan, dopo il fallimento della valorizzazione di Fincantieri ha rinviato di un anno lo sbarco in Borsa  di Poste. E non a caso è stato l’unico nel governo a non fare pressioni su Caio perché cambiasse idea su Alitalia. Poste vale 10 miliardi di euro e gestisce risparmi per 319 miliardi In quest’ottica è difficile dare torto al manager di origini napoletane quando spiega - come ha fatto con James Hogan - che è difficile convincere i fondi internazionali a comprare quote di Poste, se questa versa soldi a fondo perduto nella Magliana. Assunto che non cambierebbe anche se la futura compagnia aerea, pur di dare una parvenza di alleanza industriale a questa operazione, appaltasse a piazza San Silvestro l’intera attività di logistica. Poste poi è un gigante con i piedi argilla. Viene da undici bilanci positivi. Vale almeno dieci miliardi di euro. Realizza ogni giorni 22 milioni di operazioni negli uffici postali. Mobilita 12 milioni di carte postepay e 250 milioni di raccomandate all'anno. Soprattutto  gestisce una massa di risparmio raccolto da 319 miliardi di euro, quanto il 15 per cento del Pil. Eppure registra sempre nuove falle in quello che dovrebbe essere il suo core business: il servizio postale universale. I predecessori di Caio - Corrado Passera e Massimo Sarmi - si sono occupati soprattutto dei servizi a valori aggiunto, facendo di Poste la banca più diffusa in Italia e il vero sportello amico del Paese. Ma a differenza di Caio non dovevano dare conto gli investitori dei disservizi.

L'amministratore delegato Francesco Caio vuole un contratto di lavoro più snello per chi lavora in Poste italiane. 2) POSTE DEVE TAGLIARE PERSONALE: MEGLIO NON RISVEGLIARE I SINDACATI Quando si fa una ristrutturazione, di solito si inizia dal personale. Poste, come detto, è dopo gli enti centrali il principale datore di lavoro del Paese con 146mila dipendenti. Qualche anno fa dovette chiedere una legge ad hoc al governo Berlusconi per far decadere o rallentare le tante vertenze giuslavoristiche in corso. Lo stesso Caio ha già fatto sapere di volere un contratto nazionale più snello e ha chiesto ai lavoratori di rinunciare al premio aziendale. Sono almeno 20 mila gli esuberi già individuati Secondo gli esperti almeno 20mila persone potrebbero essere lasciate a casa senza che l’attività della compagnia ne risentisse. Ma è difficile razionalizzare questa voce in una realtà, come quella di piazza San Silvestro, dove i sindacati (Cisl in testa) hanno goduto di poteri di cogestione almeno fino a qualche mese fa. Nel primo piano di privatizzazione erano previsti almeno 30mila esuberi. Caio, invece, dovrà accontentarsi di bloccare il turn over. In quest’ottica i 100 milioni e più complessivi da versare in Alitalia potrebbero rivelarsi un boomerang. Come si fa a licenziare quando si sono buttati tutti questi soldi nel buco nero della Magliana? Al riguardo i sindacati hanno già mandato chiari messaggi a Caio. Mario Petitto, leader del potente Slp Cisl, ha espresso «enormi perplessità perché il management ci ha delineato lo scenario di un'azienda che non va bene. Allora non puoi togliere ulteriori capitali per un’alleanza che non sappiamo dire se sarà strategica e sinergica». 3) POSTE SORVEGLIATA SPECIALE IN UE: DIFFICILE ALLONTANARE IL SOSPETTO DI AIUTI DI STATO Poste è un habitué degli uffici della direzione concorrenza della Commissione europea. I suoi funzionari hanno vagliato il miliardo che ogni anno lo Stato italiano versa a favore del trattamento pensionistico di una parte del personale della sua controllata. Si interrogano sulle commistioni del Bancoposta, che può sfruttare anche gli sportelli postali. E in passato ha condannato l’azienda per la remunerazione pubblica ai conti correnti di Poste Italiane presso la Tesoreria dello Stato. Sentenza poi annullata dalla Corte Ue, che ho costretto il Tesoro a restituire alla sua controllata 535 milioni di euro. In quest’ottica non deve sorprendere che Bruxelles, già dal 2013, abbia chiesto lumi all’Italia sul ingresso di piazza San Silvestro alla Magliana. Lo considera un indebito aiuto di Stato. Bruxelles vuole i verbali del cda di ottobre 2013 Lo scorso 24 giugno gli uffici di José Almunia hanno inviato al governo una lettera, nella quale chiedono di avere «una versione completa e non oscurata del verbale del cda di Alitalia dell'11 ottobre del 2013, quando venne varato l'aumento di capitale con l'ingresso di Poste», anche per «visionare la copia della fairness opinion (giudizio di congruità del valore dell'azienda) di Crédit Suisse contenuta sempre nel verbale». Anche per questo Caio non vuole sborsare altri quattrini e ha chiesto di trasformare la sua quota, ora allocata in Cai, in azioni della nuova Alitalia. Ma davvero basterà a dimostrare che tutta l’operazione ha soltanto una valenza industriale?

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