Economia 28 Luglio Lug 2014 1246 28 luglio 2014

Alitalia, allo studio una nuova società

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Francesco Caio «Per me questa è una prova decisiva e allora dico ai sindacati, nel rispetto dei propri ruoli: chi si assume oggi la responsabilità di far fallire l'operazione, sappia che poi si troverà a gestire una crisi occupazionale che sarebbe da brividi». Dalle colonne di Avvenire Matteo Renzi ha richiamato a maggiore responsabilità Cgil, Cisl e Uil. Ma a pesare le sue parole, è facile leggere un avvertimento ai litigiosi (presenti e futuri) soci di Alitalia. Sono loro a rallentare la chiusura del deal  tra la Magliana ed Etihad, visto che nessuno (Poste in primo luogo, ma anche le banche, quello che rimane dei capitani coraggiosi, per non parlare degli stessi arabi) si vuole accollare più del dovuto o del tutto i debiti della compagnia (quasi 570milioni ai quali ne vanno aggiunti altri duecento legati ai contenzioni in giudizio) o a versare i 250 milioni di aumento di capitale, necessari a garantire l’operatività del vettore fino all’ingresso degli emiri, che avverrà a fine anno. Anche per questo la palla è in mano ai legali delle parti interessate, che devono trovare una soluzione adeguata per tutti. Ecco le soluzioni che si stanno studiando per uscire dall’impasse. UN SALVACONDOTTO PER CAIO. Costretto, come pare, a far slittare la privatizzazione di Poste, Francesco Caio non può permettersi di passare per quello che versa soldi pubblici e a fondo perduto (piazza San Silvestro è controllata dal Tesoro) nel colabrodo di Alitalia. E a maggior ragione non vuole responsabilità sui debiti presenti alla Magliana. Una soluzione i suoi legali l’avrebbero già trovata: iniettare capitali per entrare in una nuova scatola societaria così da differenziarsi dagli altri vecchi soci. Questa realtà, poi a sua volta, si diluirebbe in una newco dove gli italiani al gran completo avrebbero il 51 per cento, mentre Etihad sarebbe azionista di minoranza,come prevedono le norme comunitarie. Le banche, che hanno perso circa 200 milioni con l’operazione Cai, non vogliono questo  schema. Di conseguenza si lavora alla creazione di una nuova classe azionaria per Poste in fase post aumento di capitale, che garantirebbe a piazza San Silvestro minori rischi in caso di insolvenza di Alitalia.

Jamens Hogan, numero uno di Etihad, è a Roma L’OPZIONE CARGO E 8 NUOVI BOEING. Per evitare reprimende da parte della Commissione europea, Caio deve dimostrare che l’ingresso di Poste in Alitalia è un’operazione di mercato. In quest’ottica il Financial Times ha scritto che il boss di piazza San Silvestro «è in trattative con James Hogan, chief executive di Etihad, su un accordo che porterebbe l'aggiunta di otto Boeing 737 aerei turbo come alimentatori nazionali per le rotte Etihad e aumentare la sua quota di mercato cargo». Poste, quindi, diventerebbe “lo smistatore” dell’attività cargo degli Emiri in Europa e della nuova Alitalia. Si lavora anche a un’intesa commerciale per vendere i biglietti della compagnia negli sportelli postali. Questo in teoria, perché in pratica Hogan è interessato al traffico passeggeri italiano, non certo al trasporto merci, come dimostra lo scarso interesse per Malpensa. ANTICIPARE L’USCITA DELLE BANCHE. Dei 565 milioni di crediti in loro mani, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Popolare di Sondrio hanno dovuto di fatto rinunciare a un terzo, che è stato trasformato in crediti junior. I restanti 300 e passa milioni diventeranno azioni della compagnia. Senza contare che gli stessi istituti presto dovranno aprire una nuova linea di credito da 300 milioni per la Magliana. Per tutto questo le banche non vogliono che il governo o Etihad garantiscano condizioni di favore a Poste. Così, per sbloccare la situazione, Hogan ha una sola strada alla quale finora si è sempre opposto: garantire a questi soci un timing di uscita abbastanza veloce, attraverso una quotazione del borsa del vettore. Il tutto a un prezzo nominale più alto del dovuto.

Un aereo della flotta di Poste Italiane CERCASI PIANO B Il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi si affatica per chiarire che “non esiste un piano B”. Invece le banche e il governo starebbero valutando anche altre ipotesi per coprire l’aumento di capitale da 250 milioni: cioè starebbero cercando altri soci o starebbero spingendo quelli attuali a un nuovo sforzo per sostituirsi in parte o del tutto agli obblighi di Poste. Le maggiori pressioni le sta subendo l ’attuale presidente Roberto Colaninno. Il patron di Immsi  (10,9 per la sua partecipazione nella vecchia Alitalia) ha già fatto sapere di volere disimpegnarsi dopo l’arrivo degli arabi. Più disponibile la famiglia Benetton (7,44 per cento la sua quota), che spera di cedere agli Emiri anche Adr, la società che controlla Fiumicino. Sondaggi  anche con altri ex capitani coraggiosi come Pirelli (6,7 per cento), Percassi (3,9) e Maccagnani (3,69. Unico neo: un tempo a finanziare questi interventi erano le stesse banche che oggi vogliono scappare dalla Magliana.

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