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MOBILITAZIONE 29 Luglio Lug 2014 1730 29 luglio 2014

Gela, 300 lavoratori Eni davanti a Montecitorio

I sindacati: «In gioco tutto il sistema industriale del Paese».

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Un momento dello sciopero dei lavoratori dell'Eni di Gela davanti a Montecitorio.

In 300 davanti a Montecitorio, dopo una notte passata in viaggio su un pullman, per dire no alla chiusra dell'impianto che per loro significa lavoro. I dipendenti della raffineria di Gela dell'Eni sono arrivati a Roma, davanti al Palazzo del potere, il pomeriggio del 29 luglio.
Al loro fianco i tre leader di Cgil, Cisl e Uil ma anche i lavoratori di tutto il gruppo che, nei siti produttivi, hanno aderito al 90% allo sciopero.
A RISCHIO 3.500 POSTI. Sindacati e lavoratori sono scesi in piazza perché non si fidano delle promesse dell'azienda di mantenere i livelli occupazionali riconvertendo l'impianto alla produzione di bio-fuel e hanno segnalato il rischio di perdere, tra diretti e indotto, 3.500 posti di lavoro.
Per il leader Uil, Luigi Angeletti, quelle dell'Eni sono «promesse scritte sull'acqua da un interlocutore inaffidabile», mentre per Susanna Camusso della Cgil si può tranquillamente cominciare a investire nella chimica verde «ma solo accanto alla produzione attuale».
I tre segretari hanno poi chiamato in causa il governo, azionista di controllo del cane a sei zampe, come garante degli accordi già firmati sul mantenimento dell'impianto, con Raffaele Bonanni della Cisl che ha chiesto un incontro direttamente al premier Renzi per avere risposte, sottolineando che la chiusura «sarebbe un disastroso segnale di sfiducia» verso l'Italia.
BONANNI: «IL SIMBOLO DELL'ITALIA CHE SARÀ». I sindacati pensano infatti che Gela sia la cartina di tornasole della volontà politica del governo di puntare sullo sviluppo e vedono nella sua possibile chiusura il segnale del processo di de-industrializzazione del Paese. «Questa vertenza non riguarda solo Gela ma il futuro industriale del nostro Paese, senza imprese non può esserci lavoro», ha detto Angeletti.
Sulla stessa linea Bonanni: questa situazione «è il simbolo dell'Italia che sarà, se sarà affrontata con responsabilità sarà prospera se no arriveremo al deserto».
CAMUSSO: «DIFENDERE I POSTI DI LAVORO ESISTENTI». Per Camusso, «se vogliamo uscire dalla crisi dobbiamo difendere i posti di lavoro esistenti». Sui motivi di una possibile chiusura si sono poi allungate ombre scure con don Luigi Petralia, parroco di Gela e consigliere spirituale del governatore Crocetta, che ha parlato di «lobby politiche, economiche e affaristi che avrebbero interessi a lucrare sulle necessarie attività di bonifica e smaltimento». Brutte premesse dunque per il tavolo sul futuro di Gela che riapre già il 30 luglio al ministero dello Sviluppo economico.

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