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INTERVISTA 29 Luglio Lug 2014 1135 29 luglio 2014

Gela, Landini: «Eni investa i dividendi»

Il segretario Fiom sulla crisi del petrolchimico.

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Ventimila in marcia a Gela. Sciopero generale, il 29 luglio, in tutti gli stabilimenti del gruppo. I lavoratori dell'Eni sono in agitazione da settimane. La decisione dell'azienda di bloccare gli investimenti nel petrolchimico siciliano e la crisi che ha colpito l'intero settore della raffinazione rischiano di mandare in fumo migliaia di posti di lavoro: circa 6 mila, secondo uno studio della Filtem-Cgil, che si aggiungerebbero ai 7 mila già persi, su un totale di 22 mila addetti.
LE RASSICURAZIONI ENI. Nelle scorse settimane, l'amministratore delegato della società petrolifera, Claudio Descalzi, ha provato a rassicurare gli operai, promettendo investimenti per riconvertire la produzione nello stabilimento in provincia di Caltanissetta, indirizzandola verso la chimica verde e i biofuel.
LANDINI: «UNA PRESA IN GIRO». Ma il piano dell'azienda non convince i sindacati. Ė una «presa in giro», dice senza mezzi termini a Lettera43.it Maurizio Landini, segretario generale della Fiom. «Sono a rischio migliaia di posti di lavoro. Il governo intervenga chiedendo a Eni, di cui è azionista, di usare i dividendi per investire e ammodernare le raffinerie».

Maurizio Landini.

DOMANDA. Perché non vi convince il piano di San Donato?
RISPOSTA. Perché mette a repentaglio molte raffinerie e molte petrolchimiche del nostro Paese. Oltre a Gela rischiano di essere coinvolti altri stabilimenti. La logica è de-investire facendo cessare l'attività di raffinazione. Questo vuol dire perdere migliaia di posti di lavoro e soprattutto cambiare la natura industriale dell'Italia.
D. Eni ha promesso che non licenzierà nessuno dei 970 addetti del sito di Gela.
R. Questa è una presa in giro. Quando Eni dice: «Non licenzieremo nessun lavoratore chimico», si scorda che nei petrolchimici il 60-70% dei lavoratori hanno il contratto di metalmeccanici ed edili. Tutto il lavoro indotto, tutte le ditte esterne, salterebbero. E i licenziamenti sarebbero inevitabili. C'è anche un'altra cosa che non ci piace, in questa vicenda.
D. Quale?
R. Non ho nulla contro il sindacato dei chimici, ma siccome nei petrolchimici sono presenti lavoratori, la maggior parte, che hanno altri contratti le trattative dovrebbero coinvolgere tutti. E questa è una rivendicazione che avanzeremo chiedendo al governo di convocare tutte le organizzazioni sindacali.
D. Come può il governo far fronte a una crisi che è di settore e non è neppure soltanto italiana?
R. Il governo sull'Eni conta qualcosina...non solo ha nominato di recente un presidente e un amministratore delegato, ma com'è noto Eni è un'azienda controllata dal governo. Palazzo Chigi ha molti strumenti in mano.
D. Voi cosa chiedete?
R. Che intanto i dividendi non siano usati per ridurre il debito o in altro modo. I dividendi devono essere reinvestiti. Nessuno di noi nega che ci sia un problema anche di adeguamento tecnologico dei petrolchimici, sia per il tipo di raffinazione sia per la salute e la sicurezza. Ma servono i soldi per riqualificare.
D. Per Eni la raffinazione non fa futuro in Italia: in tutta Europa le raffinerie sono in sovracapacità e la competizione di quelle asiatiche e mediorientali non aiuta.
R. Questa discussione va rifatta. Che non si raffini non è vero. L'Eni un anno fa aveva detto che era possibile fare investimenti proprio a Gela per passare alle benzine speciali. In più, trovo singolare che il petrolio che viene estratto in Italia venga raffinato da un'altra parte. Qualsiasi industriale capisce che la raffinazione deve essere vicina al luogo di estrazione sia per ragioni di costo sia di qualità.
D. L'azienda ha promesso circa 2 miliardi di investimenti a Gela per la riconversione produttiva. Ma ammodernare tutto il parco delle raffinerie sarebbe troppo costoso per la società.
R. Da questo punto di vista c'è un ragionamento di politica industriale da fare e c'entra il governo. È possibile rendere la raffinazione concorrenziale se si fanno investimenti e se si adeguano gli impianti. Anziché avere dei dividendi da distribuire, insisto, Eni investa nell'occupazione, qualificandola: non è che noi vogliamo lasciare le cose come stanno.
D. Sì, ma chi paga?
R. Trovo singolare che in questo Paese il governo dica che la priorità è il lavoro e poi noi ogni giorno siamo chiamati da imprese e da gruppi, anche a controllo pubblico, che ci dicono che devono licenziare e ridurre l'occupazione. Le due cose insieme non vanno.
D. Su Eni il governo può esercitare una moral suasion, ma la crisi riguarda anche altri operatori del settore, da Q8, aTotal.
R. C'è bisogno infatti di un piano energetico nazionale. Mi limito ad osservare che in Francia, in Germania e negli Stati Uniti, il governo in molti casi è sceso direttamente in campo chiedendo degli impegni alle aziende in termini di investimenti in cambio di garanzie.
D. A quali casi pensa?
R. A ciò che ha fatto il governo francese con la General Electric: la Ge ha comprato aziende che erano della francese Alstom. Il governo ha chiesto che venga aumentata in tre anni l'occupazione altrimenti scatteranno delle multe. Poi Alstom ha comprato pezzi di Ge: rafforzando il settore ferroviario, il governo francese è anche entrato direttamente nella quota di quella impresa.
D. Politica industriale.
R. L'Italia, il Mezzogiorno sono naturalmente il polo logistico del Mediterraneo, per i trasporti e per la produzione, verso l'Europa e verso l'Africa. Bisogna ragionare in questi termini. Bisogna che il governo chieda agli imprenditori che ricomincino a investire e che tenga i rapporti con le multinazionali offrendo sì opportunità ma ponendo anche vincoli.
D. Visto com'è andata fino a oggi, con imprese decotte tenute in vita grazie a sussidi statali, non sarebbe meglio lasciar fare al mercato?
R. Se si lascia fare solo al mercato corriamo il rischio di accompagnare un processo di deindustrializzazione, che vuol dire perdere posti di lavoro e soprattutto competenza e professionalità.
D. Con Confindustria vi siete confrontati sul problema Gela?
R. Confindustria non dice molto. Mercoledì avrò un incontro al Mise per parlare di Termini Imerese. Fiat se ne va, si chiude e non ci sono ancora soluzioni. Penso che Confindustria debba cominciare a dire ai suoi imprenditori che bisogna investire. Chi l'ha fatto e ha innovato oggi lavora ed esporta, chi non l'ha fatto chiude. Dobbiamo fare ripartire gli investimenti, pubblici e privati.
D. E rendere il mercato del lavoro meno rigido: questa è la richiesta che arriva dalle imprese.
R. Mi sono rotto di sentire dire che il problema in Italia si risolve aumentando la flessibilità e modificando l'articolo 18: sciocchezze che non servono a nulla e che hanno solo favorito la deindustrializzazione.
D. Tornando a Eni, vi metterete di traverso o è ipotizzabile un'alleanza azienda-sindacati per ripensare il futuro dei petrolchimici?
R. Eni si impegni per un po' di anni a non distribuire i dividendi e a reinvestire gli utili per ammodernare e rilanciare. Noi non siamo contrari alla diversificazione, ma a scelte che dissipano lavoro e competenze. Soprattutto al Mezzogiorno, che altrimenti rischia di essere una polveriera sociale.
D. Teme un acuirsi delle tensioni?
R. Non so se questo elemento è sufficientemente chiaro nella testa dell'Eni e del governo: siamo in una situazione che è a rischio di tenuta sociale, di tenuta democratica. La chiusura di stabilimenti è un prezzo che non possiamo più permetterci di pagare. Anche perché tutto quello che in questa fase viene chiuso, sparisce, salta. Non c'è più.
D. Anche il sindacato deve fare la sua parte però. Non si può dire di no a tutto, tanto più se l'alternativa è il fallimento, come nel caso di Alitalia.
R. Licenziare e ridurre l'occupazione è innovazione? Ce lo dicono quelli che non vollero AirFrance? Oggi investire su lavoro, formazione, competenze è l'unico modo per rilanciare il nostro sistema industriale.

@gabriella_roux

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