Economia 31 Luglio Lug 2014 0851 31 luglio 2014

Argentina in default: i 3 effetti immediati

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Axel Kicillof, ministro dell'economia argentino sta valutando il ricorso alla Corte Internazionale dell'Aia contro gli hedge fund colpevoli del fallimento del Paese. L'Argentina è di nuovo in default, per la seconda volta, in 13 anni. Ma l'effetto non è lo stesso di allora. Anche perché la portata del falimento è differente: adesso il crac vale 29 miliardi, nel 2001 era stato di 100 miliardi. E i mercati hanno fatto quasi finta di niente: la Borsa di Tokyo ha chiuso in lieve calo il 31 luglio e i mercati europei hanno aperto in leggero rialzo, ignorando il fallimento del Paese sudamericano, mentre un minuto prima del mancato accordo Standard & Poor's aveva tagliato la propria valutazione su Buenos Aires a«selective default» da «CCC-». Insomma, questo default non fa paura. La ragione? L'Argentina sta vivendo in una realtà da default da dieci anni, secondo quanto osservano gli analisti, e questo mancato accordo non è vissuto in maniera drammatica dai mercati. Ma non c'è dubbio che il mancato pagamento di 1,5 miliardi di dollari agli hedge fund come imposto dalla Corte Suprema degli Stati Uniti avrà conseguenze serie, anche se per ora imprevedibili, come si sono affrettati a dichiarare gli analisti dopo l'annuncio, sull'economia globale. KICILLOF NEGA IL DEFAULT E CHIAMA JP MORGAN PER SALVARSI DAL FALLIMENTO Ma perché si è arrivati al secondo fallimento in 13 anni? «L'Argentina ha scelto il default. Il mediatore ha proposto numerose soluzioni creative ma l'Argentina ha rifiutato di considerarle» ha detto un rappresentante di Elliot Management, l'hedge fund che insieme ad altri fondi ha fatto causa all'Argentina e l'ha vinta. Buenos Aires però nega il default, che si ha quando non si paga: «L'Argentina ha pagato ma i fondi sono stati bloccati» ha detto il ministro dell'Economia, Axel Kicillof. «E la responsbailita è del giudice Thomas Griesa, che non ha capito la complessità del caso ed è andato al di là della sua giurisdizione». Tanto che il ministro dell'economia argentino ha in mente di fare risorso alla Corte Internazionale dell'Aia contro gli hedge fund. Ma non solo. Kicillof ha lasciato intendere che c'è una via per la soluzione del fallimento che porta all'acquisto da parte dei privatii dei bond in default in mano agli hedge fund. Lo ha riportato il Wall Street Journal citando alcune fonti, secondo le quali l'acquisto dei bond è una delle opzioni in discussione e le trattative in corso sono fluide. Il quotidiano ha riportato che alcune banche straniere, fra le quali JPMorgan, Citigroup e Hsbc, avrebbero raggiunto un accordo per acquistare i bond in default degli hedge fund per 1,4 miliardi di dollari. Al di là delle recriminazioni e delle scuse, e delle possibili vie di uscita, il fallimento del Paese ha effetti immediati sui persone comuni. Ecco quali.

Paul Singer deus ex machina del fondo Elliot Management che è stato il più inflessibile nel non firmare l'accordo con il governo dell'Argentina. 1) GLI HEDGE FUND A SECCO PER ORA, LA BATTAGLIA DI PAUL SINGER Gli hedge fund non riceveranno il pagamento che la Corte aveva garantito pari a 1,5 miliardi di dollari. Il tentativo di accordo garantito anche da 250 milioni di dollari messi sul piatto dalle banche argentine non ha convinto i fondi speculativi ad accettare lo stay, ovvero lo stallo della trattativa per dare tempo a Buenos Aires di pagare entro gennaio 2015. Tra i fautori del mancato accordo c'è l'hedge fund Elliot Management e i suoi 300 dipendenti che sono riusciti a mettere l'Argentina e i suoi 41 milioni di abitanti all'angolo, a spingerla al default. In una battaglia legale che si protrae da anni, il fondo di Paul Singer ha vinto e la sua battaglia che era molto simile a quella combattuta da George Soros, altro guru del mercato finanziario americano, che nel 1992 aveva vinto la scommessa contro la sterlina. Le conseguenze? Lo spostamento del potere verso i creditori nel caso di paesi fortemente indebitati che ricorrono al mercato per finanziare il loro deficit: i Paesi in crisi potrebbero, con il precedente Argentina, trovare più difficile chiedere aiuto ai creditori dopo aver fatto default sul proprio debito. L'Argentina si trova ora di fronte a una scelta difficile: cercare di rilanciare le trattative con i fondi che ha più volte chiamato avvoltoi o restare in un default che potrebbe pesare sulla debole economia e mettere a rischio i mercati globali.

Nicola Stock è il presidente di Tfa che da oltre un decennio si batte al fianco degli obbligazionisti. 2) I TITOLARI DI BOND DICONO ADDIO AL RIMBORSO I titolari di bond che hanno aderito al concambio del primo default non riceveranno il pagamento degli interessi. Intanto, i titoli di Stato dell'Argentina con scadenza dicembre 2033 sono stati sospesi dalle quotazioni alla Borsa del Lussemburgo fino «a nuovo avviso» a causa del default dei pagamenti del paese sudamericano. Chi ha in mano bond argentini, dunque, può cominciare a considerarli carta straccia e pensare di mettersi in fila con gli altri obbligazionisti che aspettano da 13 anni il rimborso del proprio capitale investito. Tra questi ci sono 50 mila italiani che sono rimasti intrappolati nel fallimento del Paese nel 2001. Il 16 giugno 2014 all’Icsid presso il quartier generale della World Bank a Washington avevano intrapreso la battaglia finale con il GIverno argentino per il rimborso. Era l’atto finale di una battaglia lunga 13 anni che la Tfa (la task force argentina) presiedeuta da Nicola Stock ha combattuto su molteplici fronti. E proprio nel giorno dell’inizio del giudizio finale, l’Argentina aveva perso l’udienza presso la World Bank: la Corte Suprema degli Stati Uniti aveva dato torto al Paese, confermando che Buenos Aires doveva pagare miliardi di dollari per i bond in default agli investitori, praticamente tutti hedge fund, che avevano rifiutato di scambiare i loro bond argentini in default per 30 cent su ogni dollaro. Quella decisione ha portato al fallimento e all'addio al rimborso per obbligazionisti vecchi e nuovi. 3) I CITTADINI ARGENTINI: IL RITORNO DEI CACEROLAZO I primi a patire le conseguenze del fallimento del Paese sono i cittadini argentini. Tredici anni fa, ci furono assalti alle banche e proteste di piazza, famosa quella delle pentole (cacerolazo), per un default da paura: 100 miliardi. Quello 2014 è un default da «soli» 29 miliardi che fa meno paura. Kicillof ha rassicurato subito gli argentini: «State calmi, domani è un altro giorno e il mondo continua a girare. La vita va avanti anche senza un accordo sul debito» ha detto. E ha giustificato la decisione di Buenos Aires di non pagare gli hedge fund come un atto di forza, per non cedere a un ricatto. Certo, il clima non è quello del 2001. Allora la gente iniziò a temere il peggio e a ritirare grosse somme di denaro dai propri conti correnti bancari, convertendo pesos in dollari e mandandoli all'estero, si scatenò una corsa agli sportelli. Il governo adottò una serie di misure (note come corralito) che congelarono effettivamente tutti i conti bancari per dodici mesi, permettendo unicamente prelievi di piccole somme di denaro. Kicillof minimizza, chissà se basterà a non far tornare in piazza i cacerolazo.

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