Economia 31 Luglio Lug 2014 1618 31 luglio 2014

Fiat-Crysler, perché la fusione nasce monca

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Sergio Marchione Meno di sei anni per passare dalla prima industria italiana, la Fiat, al sorgere di Fca - l'unione tra Fiat e Crysler - un gruppo con il cervello diviso tra Londra e Amsterdam, il corpo a metà tra il Lingotto e Auburn Hills e il cuore finanziario quotato alla Borsa di Wall Street. Il primo agosto 2014 è una data storica perché Fiat, a tutti gli effetti, e dopo 115 dalla nascita ha imboccato la strada dell'uscita dall'Italia per diventare una multinazionale a tutto tondo. Un passaggio che ha permesso agli azionisti – gli Agnelli in primo luogo – di risolvere le annose questioni di successione, ma che potrebbe lasciare il Belpaese senza il principale motore manufatturiero. UNA FUSIONE SBILANCIATA SUI NUMERI: ECCO PERCHÉ La votazione della fusione è attesa in assemblea il primo agosto e non ci sono dubbi sull'esito del risultato. I dubbi ci sono, invece, sui numeri della fusione che nasce monca, almeno da parte italiana. La ragione? Basta guardare i conti: nel 2013 la Fiat da sola ha perso 911 milioni di euro, mentre Chrysler ha guadagnato 1,8 miliardi di euro. Questo significa che la multinazionale che nasce ha un’area del mondo nella quale guadagna moltissimo e un’altra che si mangia metà dei profitti. Questo squilibrio nei conti del gruppo Fca preoccupa gli analisti e anche la politica italiana perché è evidente che una multinazionale ha logiche che sono molto diverse da quelle di un’azienda italiana controllata da una famiglia. Ecco, anno per anno, cosa è successo in questi 6 anni che hanno rivoluzionato l'industria italiana e che portano la firma di Sergio Marchionne, amministratore delegato del gruppo Fiat e anche di Crysler.

La catena di montaggio Crysler. Nel 2008 l'azienda era sull'orlo del fallimento. 2008 C'ERA UNA VOLTA LA PICCOLA DI DETROIT, DA SALVARE CON I SOLDI DI OBAMA Nel 2008 del buon nome di Chrysler non era rimasto nulla. Nulla di un passato scandito dalle collaborazioni con la Nasa, della nascita della prima auto pensata per una donna (la Dodge Femme del 1955, completamente rosa) o del lancio delle Muscle car che negli anni Settanta hanno accompagnato il successo dei film d’azione. Nel 2008 Chrysler, la piccola di Detroit aveva perso ormai il 30% delle immatricolazioni, aveva undici miliardi di debiti, aveva rinunciato alla leadership nei minivan e aveva un’azionista – il fondo Cerberus – con un solo obiettivo: scappare da Detroit. Ma nessuno la voleva. Tranne Sergio Marchionne, che aveva capito che si poteva mettere le mani sulla più piccola delle tre sorelle americane, senza metterci un quattrino. Anzi, salvandola con i soldi della Casa Bianca. 2009 NASCE L’ASSE TRA IL LINGOTTO E LA CASA BIANCA Quando Rick Nardelli, ex boss di Chrysler, cominciò a trattare con Marchionne, si era sentito rispondere, alla richiesta di investimenti reali: «No way». Marchionne aveva capito che l’amministrazione Obama non aveva alcuna intenzione di far fallire la casa e che era pronta a prendersi in carico gli oneri del salvataggio. Quindi non aveva difficoltà a rispondere alle richieste del governo americano per farsela affidare (ritorno all’utile con restituzione dei debiti in tempi brevi, fornitura di vetture con tecnologia a basso impatto ambientale, realizzazioni di city car). Al posto dei soldi, Marchione aveva promesso da subito impegni e tecnologia, con la Casa bianca che incamerava tutti i rischi industriali (i governi Usa e canadese presteranno a Fiat quasi 14 miliardi di dollari). Il 20 gennaio viene firmato dalle parti un preliminare non vincolante, che dava a Fiat il 20% della casa automobilistica Usa, per poi salire al 35 in base ai livelli di turn-around raggiunto. Il resto dell’azienda resta al Tesoro e ai sindacati metalmeccanici Uaw (Stati Uniti) e Caw (Canada). Entrambi, ad aprile, accettarono carta in cambio dei crediti detenuti dai loro fondi pensione. E soprattutto garantirono di ridurre di più di un terzo il costo del lavoro. Così il 19 giugno Marchionne diventò amministratore delegato di Chrysler . Cinque mesi dopo è arrivato il suo primo piano industriale: sedici modelli e soprattutto l’avvio della produzione di motori Fiat Oltreoceano.

Fiat 500 è stata la prima vettura Fiat dell'era Marchionne ad aprire il mercato americano. 2010 IL RITORNO DI FIAT IN AMERICA: la 500 APRE LE PORTE Marchionne fin dall'inizio del suo insediamento aveva avuto un problema: dimostrare agli analisti di avere subito compreso la filosofia del mercato americano. Per questo, per convincerli, decise la scissione del ramo pick-up e furgoni da Dodge per lanciare il Ram Trucks e venire incontro alle richieste dell’America più profonda. Quindi lancia la nuova Jeep Grand Cherokee, l'auto simbolo della rinascita di Chrysler nell’era italiana. Soprattutto – e per venire incontro agli impegni con la Casa Bianca – riportò dopo 27 anni il marchio Fiat sul mercato Usa con la 500, prodotta nello stabilimento Chrysler di Toluca de Lerdo, in Messico. Per fare questo strinse un patto con i concessionari locali. Gli stessi che lo avevano portato in Tribunale. Intanto, i primi risultati cominciavano a vedersi: Chrysler chiuse il primo trimestre con un risultato utile operativo di circa 143 milioni di dollari e un flusso di cassa positivo per 1.490 milioni. Le perdite si attestarono a 197 milioni di dollari. I ricavi aumentarono del 3% rispetto alla fine del 2009. 2011 INIZIA LA SCALATA È l'anno per la Fiat di passare all’incasso. Il 10 gennaio ci fu l'annuncio dell'acquisizione del 25% del capitale di Chrysler.  Tre mesi  dopo il rafforzamento: raggiungendo il terzo degli step previsti dall'accordo 2009 arriva al 30%. E poi Marchionne decise il rilancio: acquisire un ulteriore 16%. Il 24 maggio ci fu il rimorso di parte del prestito pari di 7,6 miliardi di dollari ai governi americano e canadese e a Fiat si ritrova con il 46% del capitale. Passa una settimana e Marchionne raggiunse un accordo con il Tesoro per esercitare l'opzione di acquisto del 6%  di Chrysler per 500 milioni di dollari. Marchionne aveva conquistato la maggioranza della casa con il 52% totale. E dovette affrontare subito due criticità: i sindacati Uaw e Caw iniziarono ad alzare il prezzo per le quote in loro possesso. Gli analisti chiesero a Marchionne una ricapitalizzazione, visto l’alto indebitamento degli italiani, che non permettesse ai titoli la giusta remunerazione. 2012 IL TIRA E MOLLA CON IL SINDACATO USA Il 5 gennaio 2012 la quota di Fiat viene ulteriormente incrementata al 58,5% in virtù del raggiungimento di obiettivi industriali precedentemente stabiliti.  A questo punto Marchionne dovette chiudere gli ultimi punti critici ancora aperti: innanzitutto c’era da fare i conti con l’altissimo indebitamento del Lingotto. Nel 2012 Chrysler pagò 1,2 miliardi di oneri finanziari a fronte di 44 milioni di proventi.  Poi c’era da rimodulare la produzione ai quattro angoli del mondo: visto che in America si vendeva e in Europa no, Marchionne decise che gli stabilimenti italiani iniziassero a produrre per i mercati atlantici. In quest’ottica Alfa diventò il marchio di lusso del futuro gruppo. E poi c'era da comprare le quote in mano al sindacato. I rapporti con Uaw e Caw erano all’insegna della collaborazione, ma non mancarono problemi: i lavoratori non gradirono l’ultimo accordo firmato dal capo della Union, Bob King. Il quale accettò un calo dei bonus aziendale in cambio della promessa di Fiat di creare 2.100 posti di lavoro e di investire 4,5 miliardi di dollari. Intanto Marchionne strinse sempre di più il suo rapporto con Barack Obama: a fine novembre si ritrovò nello spot elettorale del presidente americano, in corsa per la riconferma contro Mitt Romney.

Sergio Marchionne e John Elkann annunciano l'accordo tra Fiat e Veba. 2013 DEAL QUASI A COSTO ZERO, L'AFFARE VEBA Se in Italia si litigava per capire dove doveva essere la testa la nuova Fiat Chrysler, fu subito chiaro a tutti dove l'azienda faceva i soldi. Infatti furono i marchi Chrysler e le vendite di 500 in America (43.772 immatricolazioni) a tenere in piedi la baracca. La piccola di Detroit presentò risultati record al mercato: le vendite nel 2012 sul mercato americano si attestarono a 1.651.787 unità, con un aumento del 21% rispetto all'anno precedente, il miglior risultato dal 2007. Anche per questo a giugno ci fu un piccolo passo avanti nel controllo totale di Chrysler: Fiat comprò il 3,3% da Veba, il fondo di assistenza sanitaria dei pensionati della Uaw. Soprattutto Marchionne mise le basi per quello che di là a poco sarebbe diventato l’affare del secolo per gli Agnelli. Il manager col maglioncino si accaparrò il 41,46% ancora in mano a Veba pagando oltre la metà dell’importo 4,350 miliardi di dollari, con la liquidità della stessa Chrysler. II resto lo misero le banche, per la gioia degli eredi dell’avvocato. 2014 NASCE FIAT CHRYSLER AUTOMOBILES (FCA) E si è arrivati al 2014. Il 21 gennaio 2014 Fiat ha acquistato il 41,5% dal fondo Veba. Subito dopo è arrivata la notizia che la nuova Fiat Chrysler automobiles avrebbe avuto sede legale in Olanda, il cervello, ovvero il Cda a Londra, e si sarebbe quotata a New York. Il 6 maggio Marchionne ha presentato, non a caso a Auburn Hills, un piano che da qui al 2018 vuole portare il gruppo a produrre 5,5-6 milioni di vetture attraverso investimenti da 50 miliardi. Il primo agosto 2014 l’ultima assemblea in Italia per deliberare sulla fusione. Intanto il mercato continua a chiedere a Marchionne di trovare un partner in Europa.

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