Raffineria Gela 140731133900
IL PUNTO 31 Luglio Lug 2014 1658 31 luglio 2014

Gela, dubbi su accordo Eni-sindacati

Intesa per riattivare la linea 1. Ma il futuro dell'impianto resta incerto.

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La raffineria dell'Eni di Gela.

Dopo il primo incontro del 30 luglio al ministero dello Sviluppo economico, le posizioni sembravano inconciliabili: Eni decisa a non riattivare la raffineria, i sindacati determinati a non far rientrare la protesta.
Poi, nel giro di 12 ore, è arrivato l'accordo, grazie anche alla moral suasion esercitata dal ministro Federica Guidi sull'azienda. Gela è salva. Almeno per il momento.
IL PROTOCOLLO DI INTESA. Il protocollo di intesa firmato dalla società e dai sindacati, il 31 luglio al Mise, impegna l'azienda ad avviare il processo di manutenzione della linea 1, con il coinvolgimento dell'indotto, per ripristinarne l'operatività (il che non implica necessariamente riattivare la produzione) e a garantire la conservazione degli impianti.


INVESTIMENTI A PORTO MARGHERA. Contestualmente, Eni farà partire gli investimenti relativi «alla seconda fase del progetto di riconversione della Green Refinery di Porto Marghera», fanno sapere i sindacati, in linea con quanto prevedevano dagli accordi sottoscritti nel luglio 2013 e nel febbraio 2014.
Due delle tre linee produttive della raffineria siciliana erano state fermate per decisione dei vertici aziendali dopo le consistenti perdite economiche registrate dallo stabilimento tra il 2012 e il 2013.
LA CRISI DI SOVRACAPACITÀ. La crisi di «sovracapacità» che ha colpito il settore della raffinazione non solo in Italia ma in tutta Europa aveva infatti spinto il gruppo a non riattivare la produzione in provincia di Caltanissetta e a rivedere il piano da 700 milioni di investimenti che prevedeva la riconversione in un sito di bioraffinazione: la riconversione ci sarebbe stata, sì, sul modello di quanto fatto a Porto Marghera, ma con un impegno di spesa minore, intorno ai 200 milioni, a cui si sarebbero aggiunte le risorse necessarie per le bonifiche.
DUBBI SULLA RICONVERSIONE. Il passo indietro di San Donato ha suscitato però le proteste dei sindacati, che nelle ultime settimane hanno dato vita a numerose mobilitazioni. A preoccupare le tute blu, oltre a una riduzione degli investimenti previsti per il sito di Gela, c'è soprattutto il rischio che la riconversione verde dell'impianto porti comunque a una riduzione della forza lavoro (l'indotto a oggi opera grazie e in virtù della raffinazione tradizionale) anticipando di fatto la dismissione di un intero settore industriale, strategico per il Paese.

Descalzi: «Nel 2014 lo scenario è complessivamente peggiorato rispetto al 2013»

Claudio Descalzi.

L'accordo raggiunto con la mediazione del ministro Guidi riporta tutti alla casella di partenza. A settembre si ricomincerà a trattare. «Le parti avvieranno un confronto sulle prospettive strategiche del sito Eni di Gela che si svilupperà in incontri che coinvolgeranno tutte le strutture sindacali territoriali», ha fatto sapere il Mise. «Il confronto terminerà entro la prima settimana di settembre. Il tavolo nazionale presso il ministero verrà nuovamente convocato entro il 15 settembre».
LE RISERVE DEI SINDACATI. Sindacati soddisfatti ma con riserva: «I risultati che ci prefiggevamo sono stati raggiunti», commenta Emilio Miceli, segretario generale della Filctem-Cgil, «il rispetto degli accordi sottoscritti per i siti di Gela e Marghera; l'apertura della fabbrica con il coinvolgimento dell'indotto nelle manutenzioni; la ripresa del confronto, stavolta a impianti aperti».
Ma, spiega il sindacalista, le distanze sulle «prospettive industriali dell'impianto di Gela restano. Adesso però è chiaro che il confronto dovrà necessariamente partire dall'intesa del 2013».
Un'intesa a cui le tute blu non intendono rinunciare, «perché lega i processi di estrazione a quelli della raffinazione in un ciclo industriale virtuoso», dice Miceli.
L'amministratore delegato Eni, Claudio Descalzi si è detto «particolarmente soddisfatto» dell' accordo su Gela con i sindacati, raggiunto «grazie alla mediazione del ministro Guidi». Per Descalzi il nuovo progetto «darà solide prospettive economiche, anche grazie alle nuove iniziative industriali previste nell'upstream e nella produzione di bio carburanti», «consentendo così la salvaguardia dell'occupazione».
LA CRISI DEL SETTORE. La crisi del settore raffinazione resta comunque un problema per l'azienda. Presentando i risultati per primo semestre del 2014, il 31 luglio - utile netto pari a 1,96 miliardi di euro (+7,9%), quello adjusted a 2,06 miliardi (+4,8%) - Descalzi è tornato a parlare delle difficoltà del comparto. «Nel 2014 lo scenario di mercato è complessivamente peggiorato rispetto al 2013», ha spiegato. «In particolare, nel settore della raffinazione abbiamo vissuto a livello europeo un drastico calo dei margini, frutto dell'eccesso di capacità, che ci ha portato ad accelerare il piano di ristrutturazione dei nostri impianti».
Già nelle scorse settimane Descalzi era stato molto chiaro sul destino del settore: l'industria della raffinazione non ha futuro in Italia, aveva detto l'ad in missione in Africa con il premier. A settembre se ne riparlerà.

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