Economia 2 Agosto Ago 2014 1000 02 agosto 2014

Economia Usa, tre punti da tenere d'occhio

  • ...

Un operaio della General Motors In luglio negli Stati Uniti sono stati creati 209.000 posti di lavoro e il tasso di disoccupazione è salito al 6,2%. Cosa significa? Significa che l’occupazione americana sta indubbiamente migliorando, ma non ancora abbastanza velocemente da imprimere un’accelerazione marcata all’economia che, nonostante il buon dato preliminare sul Pil del secondo trimestre (+4%, dopo la contrazione dei primi tre mesi dell’anno) nel 2014 crescerà tra il 2,1 e il 2,3%. Tutto sommato poco, se si pensa che mediamente nei periodi dopo una crisi la crescita è stata almeno del 4% all’anno. Tutto questo incide sulle decisioni della Federal Reserve, che si mostra cautamente ottimista e procede con la riduzione degli stimoli all’economia, ma che per un giro di vite sui tassi aspetterà il 2015 inoltrato. Questi i tre fattori da tenere d’occhio. 1. IL LAVORO MIGLIORA, ANCHE SE LA DISOCCUPAZIONE È ANCORA ALTA. In luglio sono stati creati meno posti di lavoro del previsto, ma comunque una quantità sufficiente per parlare di miglioramenti sostenuti: luglio è stato il sesto mese con crescita dei posti di lavoro superiore a 200.000 unità. Il mercato del lavoro americano sta dunque guadagnando slancio, ma preoccupa il fatto che la partecipazione alla forza lavoro si attesta al 62,9%, appena sopra il minimo in 35 anni a cui era scesa in aprile (il dato ha comunque segnato il primo aumento in quattro mesi dal 62,8% precedente). Secondo il Governo, il calo del tasso di disoccupazione non è legato alla riduzione della forza lavoro, ma alla diminuzione dei disoccupati. Va bene soprattutto il settore privato: il mese scorso sono stati creati 218.000 posti di lavoro (le piccole aziende hanno aggiunto 84.000 posti di lavoro, quelle medie 92.000 e quelle grandi 41.000). Sei anni dopo la recessione, tutti gli 8,7 milioni di posti di lavoro che erano andati persi sono stati recuperati, ma considerando l’aumento della popolazione si calcola che il mercato del lavoro offre attualmente circa 6,9 milioni di posti in meno di quanti ne servirebbero per una condizione di piena occupazione.

Gli effetti dell'uragano Sandy nel New Jersey 2. RIPARTONO I CONSUMI. Nel secondo trimestre l’economia americana è cresciuta del 4% (attenzione: è il dato preliminare, dovrà essere rivisto due volte e gli analisti già attendono una limatura al ribasso), dopo la contrazione del 2,9% del primo trimestre, poi ritoccata in positivo al -2,1%. Nei primi tre mesi dell’anno a mettere il freno è stata soprattutto l’eccezionale ondata di maltempo che ha colpito gli Stati Uniti: tra danni, perdita di produttività, assicurazioni e altri effetti collaterali del maltempo si calcola che il peso sull’economia americana è stato tra i 15 e i 29 miliardi di dollari, abbastanza per provocare la marcata frenata del Pil. Nel secondo trimestre invece a fare da traino è una ripresa delle spese per consumi (+2,5%, grazie all’aumento delle vendite di auto e arredamento per la casa) e il miglioramento del comparto delle costruzioni. Bene anche gli investimenti aziendali, compresi quelli in proprietà intellettuali, cresciuti del 5,5%. Ciò detto, la crescita è ancora relativamente lenta. Secondo il Bureau of Economic Analysis, tra il quarto trimestre del 2010 e il primo trimestre di quest’anno la crescita media su base annuale è stata dell’1,8%, tra i valori più bassi registrati nei periodi di ripresa dopo una recessione dalla Seconda guerra mondiale in poi. Proprio per dare maggiore slancio all’economia il presidente Barack Obama ha annunciato una serie di investimenti in infrastrutture, istruzione ed energie rinnovabili per vari miliardi di dollari.

Janet Yellen alla guida della Fed 3. INCOGNITA FED E MERCATO BOND. L’osservata speciale dell’economia americana è la Federal Reserve, dal momento che le sue decisioni possono incidere in modo significativo sul Pil ma anche sull’andamento dei mercati. Il punto considerato cruciale è che la Banca centrale americana comunichi nel modo più chiaro e tempestivo possibile quello che intende fare, per evitare di cogliere di sorpresa i mercati: lo scorso marzo, quando Janet Yellen alla sua prima conferenza stampa da presidente della Fed parlò incautamente di un possibile rialzo dei tassi sei mesi dopo la fine degli stimoli (ovvero in primavera, mentre un aumento non era atteso prima di metà anno), Wall Street perse subito l’1% circa, i colossi industriali come General Electric e Boeing persero il 3%, circa 6,7 miliardi di titoli passarono di mano (un volume molto più alto del solito) e l’oro si abbassò al minimo in sei settimane. Va tenuto d’occhio anche il mercato obbligazionario: i rendimenti dei titoli decennali americani si aggirano attorno al 2,5%, i minimi in cinquant’anni, se si escludono gli anni della crisi. Il rischio è che chi investe nei bond sia preso in contropiede come è successo nel 1994, se non peggio. All’epoca la Fed, dopo avere tenuto la propria strategia monetaria ferma per oltre un anno, alzò i tassi di interesse prima e più di quanto la maggior parte degli investitori si aspettasse. Nei tre mesi successivi al primo aumento, a febbraio 1994, l’indice stilato da Bank of America Merrill Lynch e che misura l’andamento dei bond aziendali con scadenza tra 10 e 15 anni crollò del 7,6%.

Correlati

Potresti esserti perso