Bagol Area Ecovillaggio 140729195329
SCELTE DI VITA 3 Agosto Ago 2014 1707 03 agosto 2014

Ecovillaggi, l'alternativa al caos delle città conquista l'Italia

Le comunità sostenibili fanno tendenza. Da Nord a Sud.

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La Rete Italiana dei Villaggi Ecologici (Rive) è nata nel 1996.

La vita in città è stressante e costosa. Così c'è chi decide di abbandonare tutto e crearsi una piccola comunità su misura, dove poter vivere a contatto con la natura e mangiare i prodotti che coltiva.
Gli ecovillaggi, sorti negli ultimi decenni in tutto il mondo, hanno caratteristiche molto diverse tra loro ma due punti in comune: la cooperazione e il rispetto dell'ecosistema. Il Global Ecovillage Network (Gen) raccoglie tutte le esperienze europee di questo tipo, dall'Islanda alla Turchia.
In genere si tratta di cascine eco-sostenibili che vivono grazie al turismo o di antichi borghi ristrutturati dagli abitanti del luogo, ma esistono anche realtà guidate da ideali religiosi o filosofici. È il caso della francese Douceur et Harmonie, strettamente vegana, o della greca Free&Real, eco-villaggio costruito grazie al crowdfunding che combatte la crisi con l'arma della condivisione.
TRENTA ECOVILLAGGI IN ITALIA. La Rete Italiana dei Villaggi Ecologici (Rive) è nata nel 1996 e conta oggi più di una trentina di affiliati, tra ecovillaggi attivi e in costruzione. I più piccoli sono composti da meno di una decina di abitanti, i più grandi superano i 150. In totale si tratta di diverse centinaia di persone che hanno scelto di mettere in comune almeno una parte delle proprie risorse e di diminuire il più possibile il proprio impatto sul pianeta. Un modo anche per affrontare meglio le difficoltà economiche, riscoprendo i vantaggi di una rete sociale estesa. Per aderire alla Rive, ogni villaggio deve avere uno statuto, che indichi chiaramente gli obiettivi del progetto, e chiare regole etiche, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con l'ambiente circostante.
OGNI COMUNITÀ HA LE SUE REGOLE. Ogni comunità a sua volta decide le regole per l'ammissione di nuovi membri, da chi è disposto ad accoglierli in pianta stabile a chi propone “periodi di permanenza” più o meno lunghi, offrendo vitto e alloggio in cambio di una mano nei lavori agricoli. Molti sono convenzionati con la Wwoof, l'associazione internazionale che offre esperienze di volontariato in progetti rurali e naturali.
Uno degli eco-villaggi italiani più antichi è il Popolo degli Elfi, vicino a Sambuca Pistoiese. Dagli Anni 80 ospita una comunità di circa 150 persone, divise in una quindicina di case coloniche sparse nel bosco, spesso a grande distanza l'una dall'altra. Qui si vive senza elettricità, il riscaldamento è a legna e televisore e computer non esistono. L'economia è quasi esclusivamente di sussistenza: si coltivano ortaggi e cereali, si allevano capi di bestiame e si raccolgono olive, castagne e frutti selvatici.

Gli abitanti versano una parte del reddito per le spese comuni

Bagol'area è un ecovillaggio nato sulle pendici dell'Etna.

Molto meno estremo è l'esperimento di Torri Superiore, vicino a Ventimiglia, dove un gruppo di amici ha deciso di acquistare alcune antiche case arroccate su una collina. Ognuno dei circa 30 abitanti vive una vita autonoma con impieghi all'esterno, ma sfrutta alcune strutture in condivisione e versa una parte del reddito per le spese comuni. Tra questi due estremi si collocano tutta una varietà di realtà che vanno dalla Comune di Bagnaia, dove i partecipanti non hanno proprietà personali ma abitano a poca distanza da Siena e hanno acqua calda, elettricità e riscaldamento, alla “Comunità di Damahur” centro di ricerca spirituale nato negli Anni 70, i cui membri, all'ingresso, cambiano nome, prendendone uno ispirato alla natura.
«Io e in mio compagno, insieme a due cari amici, semplicemente ci siamo lasciati conquistare da un luogo e abbiamo deciso di farlo rivivere», spiega Cinzia, cofondatrice di Bagol'area, ecovillaggio e azienda di agricoltura biologica sulle pendici dell'Etna.
UN MODELLO ALTERNATIVO. «Abbiamo comprato il fondo e alcuni edifici abbandonati e li abbiamo ripristinati rispettando la storia e la biodiversità del luogo. Poi ci siamo resi conto che per noi soli era troppo. Così abbiamo scelto la strada della condivisione, aprendo il progetto ad altri». Tutto è ancora in divenire: l'idea è quella di creare una piccola comunità con alloggi separati e alcune strutture in condivisione, coltivando i 24 ettari che le circondano, prima devastati dall'agricoltura intensiva, secondo criteri naturali. «Vogliamo provare a vivere seguendo un modello sociale ed economico alternativo a quello urbano, senza rinnegare il progresso ma valorizzando la cooperazione», spiega Cinzia. «Chiunque abbia un progetto di vita in linea con la filosofia di Bagol'area, dal teatro sperimentale al corso di cucina vegano, da noi è bene accetto. Assicuro che raccogliere un frutto da un albero che hai piantato e mangiarlo seduto alla sua ombra è una cosa che non ha prezzo».
IL CASO DI EVA, NATO DAL TERREMOTO DELL'AQUILA. L'Ecovillaggio autocostruito Eva è invece nato in reazione al terremoto dell'Aquila, che ha sconvolto il paesino di Pescomaggiore. «Volevamo fare qualcosa senza aspettare che iniziasse a muoversi la macchina delle istituzioni», spiega Claudia Comencini, dell'associazione Misa. «Così abbiamo deciso di costruire, a poca distanza dal borgo, sette case ecologiche e antisismiche, usando solo materiale naturale reperibile sul posto. Per renderle ancora più autonome abbiamo deciso di alimentarle a energia solare. Ci sembrava una soluzione molto più ragionevole che spostarci in un container piazzato non si sa bene dove». L'aspetto della comunità, in questo caso, è emerso anche durante la costruzione, con volontari arrivati da tutto il mondo, Giappone compreso. Passata la prima fase dell'emergenza, Eva si è trasformato in un centro di aggregazione e in un'attrattiva per i turisti, mentre i residenti coltivano i terreni comuni, dove crescono alberi da frutta, patate e zafferano. «Certo, c'è anche chi non capisce. Gli anziani del paese, in particolare, hanno seguito con molta diffidenza la costruzione dell'ecovillaggio. Eppure, se ci si pensa, non esiste un modo di vivere più tradizionale di questo».

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