Economia 4 Agosto Ago 2014 1101 04 agosto 2014

Borse, la correzione non è il fine corsa

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I mercati hanno corretto in maniera pesante nell'ultima settimana di luglio dopo una lunga corsa al rialzo. C’è un filo conduttore che lega il capitombolo delle principali attività finanziarie nell’ultima settimana di luglio? Diversi commentatori americani hanno rispolverato il ritornello «le buone notizie (sul fronte economico) sono in verità cattive per i mercati».  Slogan spesso abusato negli ultimi anni che si basa sull’assunto che più il ciclo economico si normalizza più si avvicina il momento della resa dei conti con le Banche Centrali che dovranno, alla fine, tornare a politiche monetarie meno espansive. Togliendo l’ossigeno che alimenta il motore dei mercati. BUONE NOTIZIE, MA SOLO PER GLI USA Gli investitori americani, ironicamente, sembra siano stati spaventati dall’impennata del Pil al quattro per cento annualizzato nel secondo trimestre e dalla crescita di nuovi occupati mensili superiore, ancora una volta, alle duecentomila unità per il sesto mese consecutivo. Se il primo numero lascia il tempo che trova, ovvia e ancora distorta conseguenza delle aberrazioni statistiche relative al primo trimestre, il secondo, relativo al mercato del lavoro, pur leggermente inferiore alle attese, conferma davvero il significativo e costante miglioramento dell’occupazione. LA YELLEN VUOLE L'INFLAZIONE SALARIALE Miglioramento che, per Janet Yellen, governatore della Federal Reserve, ancora non basta: dalle sue dichiarazioni si capisce che solo con una consistente e reale crescita dei salari avrà la prova che finalmente gli Stati Uniti saranno tornati in piena occupazione. L’obiettivo sembra quello di invertire il trend secolare di crescita dei profitti sul reddito nazionale, a scapito dei salari; velleitario perché  fuori dalla portata e dagli obiettivi di una banca centrale; utopistico perché implicherebbe un ridimensionamento del potere oligopolistico delle corporations sovranazionali che dominano il processo di globalizzazione. E che, se si materializzasse, porterebbe ad un lungo e doloroso ridimensionamento dei mercati finanziari. Un eventuale successo di queste nemmeno tanto nascoste ambizioni della Yellen  segnerebbe, paradossalmente il suo fallimento come banchiere centrale, decretato proprio dai signori della finanza che tanti benefici hanno ottenuto negli ultimi anni. LA CORREZIONE NON È ANCORA IL SEGNALE DI FINE CORSA Tutto ciò premesso è azzardato e improprio legare il corale storno dei mercati nell’ottava a queste elucubrazioni, che, se sensate, verranno confermate nel giro di anni, non di giorni. Infatti, passando dagli Stati Uniti al quadro globale, vanno segnalate le contemporanee cadute non solo dei mercati azionari del mondo sviluppato, a partire dalla borsa tedesca, la peggiore nell’ottava, ma anche  delle materie prime, con il petrolio, che nella sua versione WTI, ha ceduto oltre il sei per cento. Segnale non certo di conferma di una ripresa della crescita globale, peraltro assente, almeno secondo le ultime statistiche europee sulla dinamica produttiva e sull’inflazione, ancora in calo. Meglio, al contrario i dati in arrivo dalla Cina che vede, tra l’altro, i suoi mercati azionari tornare ai massimi dell’anno. Mentre, viceversa hanno bruscamente ceduto terreno altre attività finanziarie molto speculate negli ultimi tempi come i panieri di titoli ad alto rendimento e la maggior parte delle divise emergenti. Se aggiungiamo al quadro, già sufficientemente contradditorio, il cumularsi di focolai di tensione geopolitica, rafforzati dalle sanzioni contro la Russia, la conseguenza da trarre è che siamo davanti alla tanto evocata correzione generalizzata che, per ora, deriva più da uno sguardo retrospettivo e impaurito alla lunga strada percorsa verso nuove inimmaginabili vette, piuttosto che a una chiara visione del futuro. L’autunno che verrà ci dirà se si tratta di una fisiologica sosta di assestamento o della fine della corsa.

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