SCENARIO 5 Agosto Ago 2014 0800 05 agosto 2014

Detroit, la Cina compra immobili

La città presa d'assalto dopo il default.

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Può la Cina comprarsi una città statunitense, pezzo per pezzo? Forse sì, se la città si chiama Detroit e ha ufficialmente dichiarato bancarotta il 18 luglio 2013. Nel giro di un anno, parecchia acqua è passata sotto i ponti di Motown e, se non di acqua, di liquidità si parla comunque.
IL MATTONE CAVALLO DI TROIA. La strategia di ingresso delle imprese cinesi nell'ex capitale mondiale dell'auto sembra seguire una strategia ben definita che rivela uno dei volti più caratteristici del Dragone: prima il mattone; poi, casomai, il resto.
Complice un servizio della televisione di Stato Cctv, che raccontava come le proprietà della città del Michigan costassero meno di un paio di scarpe, le orecchie dei palazzinari cinesi si sono immediatamente drizzate.
CORSA AGLI EDIFICI STORICI. Il primo è stato il gruppo Ddi (Dongdu International Group) che lo scorso autunno ha acquistato all'asta tre edifici storici nel centro della città. Prezzo complessivo: 16,4 milioni di dollari che, come ha osservato il britannico Guardian, «è un costo di poco superiore a quello di un appartamento di alta fascia a Shanghai».
Sono il palazzo David Stott, un grattacielo art-deco di 38 piani costruito nel 1929 (9,4 milioni di dollari); la sede del giornale Detroit Free Press, un edificio a forma di T costruito dal grande architetto Albert Kahn nel 1925, ornato con bassorilievi di biplani, locomotive, galeoni e tritoni (4,2 milioni); il Clark Lofts, con i due ascensori Otis meccanici degli Anni 20, azionati ancora dall'operatore umano (2,8 milioni).
ASSALTO AI SIMBOLI. Tutti simboli della Detroit di inizio 900, quand'era all'apice della sua potenza industriale.
Qual è la filosofia dei palazzinari cinesi? L'ha spiegata bene Ken Creighton, rappresentante Usa dell'immobiliare cinese, che qualche mese fa ha spiegato cosa intende fare dell'ex Detroit Free Press: demolire gli interni e realizzare 170 appartamenti e uffici di lusso, con un investimento di 50 milioni di dollari.

Usa: il 16% degli acquirenti casa stranieri sono cinesi

Una veduta di Detroit, capitale del Michigan.

Per gli immobiliaristi cinesi, che in patria devono affrontare le varie misure messe in atto del governo per raffreddare la bolla immobiliare e la recente frenata del settore, investire all'estero è un'ottima soluzione.
Secondo i dati della National Association of Realtors, un'associazione professionale Usa, i cinesi nei primi tre mesi del 2014 hanno rappresentato circa il 16% degli acquirenti di casa stranieri negli Stati Uniti. Percentuale in crescita rispetto al 12% del 2013 e 2012. Mentre la maggior parte punta su investimenti affidabili in città come San Francisco, Los Angeles e New York, altri sono alla ricerca di nuove frontiere. Ed ecco la disastrata Detroit.
AFFARI PER GLI IMMOBILIARISTI. Caroline Chen, una agente immobiliare di origini taiwanesi, è la principale mediatrice per gli investitori cinesi che comprano a Detroit e tre anni fa ha aperto anche un'agenzia a Shanghai. L'agente ha raccontato di ricevere tantissime telefonate da possibili acquirenti d'oltre Muraglia. Le transazioni si concludono in una percentuale compresa tra il 5 e il 10%, e gli immobili venduti finora sono circa 300.
«La maggior parte dei compratori su piccola scala», ha spiegato Chen, «pensa di poter lasciare l'immobile lì, così com'è, dato che se tutti comprano il suo valore prima o poi salirà». Insomma pura speculazione. Ma a Detroit, città fondamentalmente depressa, non funziona così. assicura Chen.
DOPO IL RECUPERO, LA COSTRUZIONE. Il business immobiliare che comincia con il recupero degli edifici storici potrebbe poi, come si è detto, fare da traino ad altro. Solomon Wong, business manager di Ddi per le operazioni internazionali ha dichiarato al Detroit Free Press che nei primi progetti l'impresa è tenuta a rispettare le norme di tutela e recupero (almeno per quanto riguarda le facciate dei palazzi). «Ma in futuro potremmo anche metterci a costruire ex novo».
La società ha per altro ambizioni che vanno al di là immobiliare e lascia intendere che potrebbe fare da tramite per l'approdo dell'industria automobilistica cinese nell'ex capitale dell'auto e, in senso contrario, importare in Cina tecnologie e innovazione dal Michigan, soprattutto nel sistema sanitario.
SOLDI CINESI, SOLDI INTELIGENTI. Milan Stevanovich, della Detroit Chinese Business Association, ha spiegato che «il denaro cinese è intelligente». Quando «vedranno che i soldi si dirigono qui, altri cinesi verranno e faranno da traino per investitori di altri Paesi», ha continuato l'analista. Il denaro cinese è il migliore che possa arrivare», proprio perché crea un flusso continuo.
Recentemente l'ex segretario al Tesoro di Bush, Henry Paulson, è approdato a Motown per spiegare i benefici degli investimenti cinesi.
Paulson, già salvatore delle banche Usa con i soldi dei contribuenti ed ex amministratore delegato di Goldman Sachs, ha una fondazione che si occupa proprio di promuovere gli affari tra la Cina il suo Paese.
INVESTIMENTI E OCCUPAZIONE. Nell'incontro con il governatore del Michigan, Rick Sneider, ha citato il caso della Fuyao Automotive, filiale locale di una compagnia cinese, che ha investito 15,3 milioni dollari nel suo stabilimento del Michigan, creando 102 posti di lavoro. La consociata Usa della Dixing Taihe di Pechino ha annunciato l'apertura di un centro di ricerca e sviluppo automobilistico su più di 320 ettari nel sobborgo di Plymouth.
Dal 2000, le imprese cinesi hanno investito 1,1 miliardi dollari nello Stato, in gran parte nel settore automobilistico e aerospaziale.
Ma quando ci sono di mezzo investimenti cinesi e si parla di centri ricerca, nuovi stabilimenti e quartieri industriali, la mente corre immediatamente al mattone. Chissà perché.

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