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BASSA MAREA 5 Agosto Ago 2014 0600 05 agosto 2014

L'Italia superi i suoi limiti

Il Paese è davanti all'ennesimo bivio. E scegliere se giocare in serie A. Procedendo con le riforme senza farsi vincere dal gattopardismo.

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Una scena de Il Gattopardo di Luchino Visconti.

Un eterno dibattito italiano si chiede se convenga essere gli ultimi dei primi o i primi degli ultimi.
Logica vorrebbe si puntasse a piazzarsi almeno penultimi fra i primi, se non meglio. Ma il fascino del limite, con conseguente anima in pace, è una costante del carattere italiano, più portato a cogliere l’oggi - «del diman non v’è certezza» - che a scrutare ambizioso il domani.
QUEL FASCINO DEL LIMITE. È un lato di un certo complesso di inferiorità che l’italiano nega tenacemente ma del quale è ben consapevole. Chi subisce il fascino del limite dovrebbe ricordare tuttavia che il limite limita tutto, anche le risorse e gli schei. Ma qui scatta un altro tratto molto italiano, l'«Io speriamo che me la cavo».
Ci si interrogava in questi termini, ultimi in A o primi in B, quando nel 1975 il presidente del Consiglio Aldo Moro dovette molto insistere, e minacciare spiacevoli conseguenze (vantaggi polemici e politici per un Pci in ascesa e che preoccupava i partner), perché l’Italia fosse invitata al vertice di Rambouillet.
Era un’idea del presidente francese Valéry Giscard d’Estaing e del cancelliere tedesco Helmut Schmidt che dava origine al G7 previsto inizialmente come G5 (Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone), allargato poi al Canada per bilanciare l’europeo in più, l’insistente Italia.
UN DILEMMA ANCESTRALE. Il dilemma A o B tornava poi con i primi meccanismi di cambio europei, tornava in forze al momento delle decisioni sull’euro, primi Anni 90. E c’era già stato nei primi Anni 50 quando l’industria italiana aveva paura del Mercato comune europeo e fu la politica, allora una politica migliore, a decidere.
E si potrebbe andare molto più indietro. L’Italia unita è spesso stata sullo strapuntino. Per esempio dopo il disastro di Adua del 1896, la più grave sconfitta militare nella storia delle potenze coloniali europee. O con la Caporetto nel 1917, disfacimento senza pari di un grande esercito al fronte, da leggere però anche alla luce della successiva immediata e altrettanto incredibile ripresa.
ANALFABETISMO RECORD. E c’è altro. Nel 1889, dicono i dati raccolti da Luigi Bodio uno dei padri della statistica pubblica italiana, fra i giovani alla visita di leva era totalmente analfabeta in Germania, Svizzera e Svezia meno dell’1%; in Francia il 9%; in Belgio il 13%; in Austria il 24%; in Ungheria il 36%. E in Italia il 42%
Nessun altro dato forse fotografa meglio l’anomalia italiana.
Anomalia che si chiuse, o si cicatrizzò, per vari aspetti, a cavallo tra gli Anni 50 e 60 quando per esempio l’ambasciata di Francia, che come sempre seguiva con molta attenzione e un po’ di condiscendenza la Penisola, dichiarò in un rapporto al Quai d’Orsay che l’Italia era ormai rientrata nel novero delle grandi potenze economiche del mondo.
GLI OSTACOLI ITALIANI. Oggi un debito pubblico enorme, una perdita di posizioni economiche a livello internazionale, la sfiducia in un’amministrazione pubblica vero autoritratto della nazione, la difficoltà a mettere mano a una efficace riforma di istituzioni, burocrazia e sistema giudiziario sembrano togliere agli italiani fiducia nel futuro e spingerli verso una accomodante accettazione della serie B.
Ci siamo già, probabilmente. Occorre decidere, a ragion veduta, se vogliamo restarci. E valutare il prezzo.
LA LEZIONE DE IL GATTOPARDO. Per capire che cos’è davvero la serie B, rinunciando ad analisi, accademiche e non, e a dati qui troppo ingombranti, è forse sufficiente rispolverare alcuni tratti dell’alta società siciliana descritta da Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo, allegoria di un’Italia a venire.
Un’aristocrazia, cioè una presunta classe dirigente data l’assenza allora in Sicilia di una vera borghesia, vacua, autoreferenziale, convinta che le proprie regole provinciali fatue e accomodanti fossero non solo le migliori ma le uniche. Ignorante, disinteressata alle letture di un Balzac o un Dickens che stavano delineando una contemporanea coscienza non solo nazionale ma europea. Avida di privilegi, scevra da responsabilità.
TANCREDI E LA SERIE B. Il principe di Salina, isolato essere superiore, lo vedeva, ne soffriva, ma era convinto che nulla potesse essere cambiato - tratto italianissimo - e nulla o quasi faceva. Suo nipote Tancredi, squattrinato cinico e ambizioso, cavalcava i tempi nuovi, garibaldini, piemontesi e unitari, voleva un posto al sole nella nuova Italia, pagato dallo Stato, cominciando da ufficialetto e finendo da ambasciatore, con grande stile e altrettanta vacuità. Intanto, per andare da Palermo a Donnafugata, per una strada infernale, un tintinnio di monete d’oro doveva comperare la benevolenza di chi rappresentava mafiosamente i vari capibastone locali. È un ritratto letterario magistrale dell’800 con vari insegnamenti anche per il 900 e il terzo Millennio.
IL PAESE DI FRONTE A UN BIVIO. Siamo a un bivio. O si riformano istituzioni e burocrazia; o ci si adegua a una ragionevole media europea per tempi giudiziari e certezza del diritto; o si portano stipendi e prebende dei padri della patria costituzionalisti e altro a livelli meno scandalosi e più europei o americani e meno ottomani; o si adottano comportamenti meno corrotti per selezionare la classe dirigente valutando anche quel merito che mezza Italia quando lo intravede si affretta a denigrare; o si ragiona sulle forze ancora cospicue del nostro sistema produttivo per valorizzarle, oppure si imbocca la strada per Donnafugata.
È migliore probabilmente di tutte le strade del Maghreb. Potrebbe anche piacere, a molti. Ma bisogna sapere che lì sicuramente ci sono meno soldi che sulla strada per Francoforte, Bruxelles o altrove.

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