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SCENARIO 5 Agosto Ago 2014 1100 05 agosto 2014

Renzi, Obama, la Cina e la guerra dello shale gas

L'accordo con la Cina non piace agli Usa.

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Matteo Renzi con Barak Obama.

Non saranno il percorso delle riforme, l'ostruzionismo o l'eventuale manovra correttiva autunnale a far cadere il governo di Matteo Renzi. Ma c'è un passaggio, nella sua breve ma intensa esperienza a Palazzo Chigi, che rischia di essere estremamente più pericoloso di qualsiasi scontro politico interno.
La vicenda - quasi una spy story dai contorni ancora misteriosi - viene raccontata a mezza voce nei corridoi dei palazzi romani e sarebbe una potenziale conseguenza degli investimenti cinesi nel capitale delle grandi utility italiane dell'energia (Enel ed Eni, attraverso People's Bank of China che ci ha messo più di 2 miliardi di euro). Con in più, ciliegina sulla torta, la recente vendita del 35% delle quote di partecipazione di Cassa depositi e prestiti Reti (Cdp Reti) alla China State Grid corporation.
UNA MOSSA POCO GRADITA AGLI USA. Si tratta anche in questo caso di un accordo che vale circa 2,1 miliardi di euro che, stando alle indiscrezioni raccolte da Lettera43.it in ambienti economico-politici della capitale, potrebbe rivelarsi molto a rischio per le sue implicazioni strategiche, trasformandosi in una «mossa fatale» per la permanenza al governo del leader democratico.
Secondo questa lettura dell'operazione, l'avvicinamento alla Cina potrebbe allontanare il premier dall'ombrello Usa, alienandogli l'appoggio della diplomazia statunitense, confermato anche dalle espressioni di simpatia del presidente Barak Obama.
IL PUZZLE ENERGETICO MONDIALE. Pechino, infatti, potrà sfruttare il fatto che Saipem - la società di ricerca ed ingegneria controllata dal Tesoro e dalla Cassa depositi e prestiti attraverso l’Eni e la cui cessione è nell'aria - garantisce una forte competenza in settori strategici dell'escavazione petrolifera, compreso quello dello shale gas (il gas di scisto, ricavato dalla roccia) nel quale i nostri tecnici - come assicura una fonte a Lettera43.it - sono tra i più preparati al mondo.
In quest’ottica possono essere letti anche gli accordi recentemente stretti da Renzi in Mozambico, Paese ricco di giacimenti.
La guerra dell'energia si tinge dunque di contorni ancora più complicati sull'asse Europa-Asia-America, con un passaggio in Africa, dove la Cina è estremamente attiva da parecchi anni. E dove Washington si sta proponendo con forza, anche se forse un po' in ritardo, al punto da aver convocato un grande vertice di capi di Stato anche per arginare l'invasione di Pechino.
Insomma, la diplomazia statunitense si muove ad ampio raggio in campo energetico e sta facendo pressioni anche sul nostro Paese perché non dia una mano a uno dei suoi più pericolosi competitor internazionali: «Anche a costo di buttare giù dalla torre chiunque vada contro i suoi interessi, governo Renzi compreso», dice la fonte di Lettera43.it.

Renzi rischia di incrinare gli equilibri planetari tra Cina e Stati Uniti

La sede della Cassa depositi e prestiti.

Questioni di business. Dove chi non ha forza sufficiente - e spalle ben coperte dagli appoggi giusti - rischia di rimanere stritolato in un ingranaggio più grande di lui.
Portando all’estremo questa lettura, se Renzi dovesse perdere il sostegno dei poteri forti statunitensi, potrebbe presto vedere alcuni ambienti internazionali che prima lo aiutavano voltargli improvvisamente le spalle. E certe forze italiane, che prima lo sostenevano nella corsa a Palazzo Chigi, pronte a svitargli i bulloni della sedia.
LA GRANDE PARTITA DELLO SHALE GAS. Nell'affaire energia, in effetti, si giocano senza esclusione di colpi alcune delle più importanti (e costose) partite mondiali. Quelle a nove zeri, per intenderci. Anche se appare difficile che un leader che è riuscito a superare il 40% dei consensi nell'ultima tornata elettorale possa essere tranquillamente messo da parte.
«La chiave è l'estrazione dello shale gas», conferma la nostra fonte, un addetto ai lavori che ha chiesto a Lettera43.it la garanzia dell’anonimato: «Si tratta di uno dei business del futuro. Per ora è ancora costoso e problematico sul piano ambientale, ma i cinesi provano a metterci le mani da tempo, anche se con scarsi risultati, mentre i tecnici italiani sono tra i più preparati. Fino a quando Pechino era tagliata fuori, gli americani stavano più tranquilli. Ora questo affare chiuso dall'Italia rischia di cambiare le prospettive e gli Usa saranno costretti a reagire».
IL GOVERNO? PRONTA LA DATA DI SCADENZA. Certo, si tratta di uno scenario da prendere con cautela, che Lettera43.it riferisce ai propri lettori per dovere di cronaca, ma qualcuno si spinge persino a parlare di un'ipotetica data di scadenza per questo governo: gennaio o al massimo febbraio 2015.
E dopo? Elezioni anticipate? Certo che no - sempre secondo questo quadro -, perché Renzi rischierebbe di vincerle e di uscirne addirittura più forte. Quindi meglio passare semplicemente a una nuova maggioranza, cambiando i protagonisti.
Così questa fantomatica manovra sotterranea e trasversale prevederebbe addirittura di coinvolgere qualche figura importante, papabile per la poltronissima di Palazzo Chigi. Potrebbe trattarsi del ritorno di un tecnocrate, non sgradito all’Europa e ai poteri economici, ma politicamente molto meno a rischio e senza velleità di «cambiare verso» agli equilibri italiani.
Un nome su tutti? Difficile farlo, ma l’identikit potrebbe corrispondere a Corrado Passera, l’ex banchiere ed ex ministro dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti del governo Monti che proprio in questi mesi sta lanciando un propria formazione politica.
Altro che hashtag, gufi, canguri e quarantenni al potere: tutto un altro stile. Ma, conclude la nostra fonte, l'eventuale nuovo governo dovrebbe soprattutto rappresentare una garanzia di tranquillità per quei partner internazionali ai quali «piace l'Italietta di adesso, che impiega quasi 1.000 giorni per approvare una legge o che spende miliardi di euro per comprare il gas a prezzi esorbitanti».

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