Economia 5 Agosto Ago 2014 1226 05 agosto 2014

Spettro recessione: perché i conti non tornano

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La frenata del Pil italiano è dovuta in primo luogo alla crisi della produzione industriale. A Palazzo Chigi, se l’Italia finisse in crescita zero, stapperebbero lo champagne. Invece, la mattina del 6 agosto, l’Istat potrebbe annunciare che il Belpeaese nel secondo trimestre dell’anno è cresciuto meno del previsto e ha segnato, come nel primo periodo, un -0,1%. Quindi è entrato in quella che si chiama «recessione tecnica». A ben guardare crescita zero o un decimale in meno pari sono. Parliamo di 1,5 miliardi di Prodotto interno lordo (Pil) in meno su un totale di 1500 miliardi. Ma siccome la terza economia della Ue è irrimediabilmente ferma, bastano questi «spiccioli» a mettere in crisi il governo italiano e i suoi tentativi di ottenere dall’Europa maggiore flessibilità sui conti pubblici. in questo modo è sempre più probabile una manovra correttiva e il fatto che l’Italia chiuda l’anno in crescita negativa. Ma perché siamo a questo punto? E cosa può succedere adesso? Economiaweb.it ha tracciato lo scenario in tre punti. 1) FRANA LA PRODUZIONE INDUSTRIALE E IL GETTITO CALA DI 1 MILIARDO Recessione tecnica o meno, l’Italia paga soprattutto la bassa attività delle imprese. Che se negli anni scorsi scontavano la micragnosa domanda interna, adesso devono fronteggiare una circostanza peggiore: il calo delle esportazioni. A giugno, come ha ha calcolato l’Istat, l’export è andato in contrazione del 4,3%, a fronte di un aumento dell'1,9% delle importazioni. Nelle tasche dello Stato manca 1 miliardo di gettito A frenare la caduta la produzione delle auto e l’abbigliamento di lusso, cioè comparti in crisi da anni come dimostra la decisione di Fiat di investire meno risorse in Europa e più verso l’America. Il Belpaese paga il rallentamento degli emergenti (soprattutto la Russia) e la decisione di un altro storico nostro compratore, la Germania, di ridurre il rinnovamento dei suoi macchinari. Il tutto mentre a giugno la produzione industriale ha perso un altro 1,6% a livello annuo, la disoccupazione giovanile è salita al 43,7% e lo Stato ha incassato un miliardo in meno di gettito.

Il ministro dell'economia, Pier Carlo Padoan è pronto a rivedere al ribasso le stime di crescita del Pil per il 2014. 2) IL MINISTRO PIER CARLO PADOAN PRONTO AD ABBASSARE LA STIMA PIL ALLO 0,4% Al Tesoro si aspettano il peggio dall’ultima rilevazione Istat sul Pil. Ma non per questo cambieranno la loro tabella di marcia. Da settimane i funzionari agli ordini di Pier Carlo Padoan stanno lavorando alla nota di aggiornamento al Documento economico di programmazione finanziaria (Def) e, soprattutto, stanno facendo simulazioni sulle principali misure di politica economia: allargamento della platea del bonus Irpef da 80 euro, maggiore taglio dell’Irap, congelamento del patto di stabilità interno verso i Comuni virtuosi. È probabile che nel Def da inviare in Europa Padoan abbassi le stime di crescita a un +0,4% dal +0,8% ipotizzato a febbraio. Questo vuol dire che, per confermare la dinamica del deficit/Pil concordata con la Ue, il ministro debba trovare qualcosa come 7 miliardi in più per sfiorare il pareggio di bilancio nel 2015. Allo studio una manovra aggiuntiva da 16 miliardi di euro Al riguardo Renzi è stato chiaro con i suoi ministri: la manovra non deve superare i 16 miliardi di euro e che devono essere tutti recuperati con la spending review. Il che si traduce nella mancata estensione del bonus Irpef, nel divieto assoluto a toccare le pensioni e alla conferma del patto di stabilità interno. Ne sa qualcosa Marianna Madia che ha dovuto cancellare l’emendamento al decreto competitività, con il quale il Parlamento sbloccava il pensionamento di 4mila insegnanti. 3) BOCCIATA LA QUOTA 96, SI LAVORA A UN NUOVO PIANO SULLE PENSIONI Questa la linea di Renzi. Ma davvero gli alleati la applicheranno senza creare incidenti parlamentari? Il ministro della semplificazione, Marianna Madia, replicando alla Camera prima della fiducia sulla riforma della Pubblica amministrazione, ha provato a calmare gli animi, spiegando che «non è il caso di scomodare il capo dello Stato» e che il governo risolverà il nodo dei 4 mila insegnanti, che non potranno andare in pensione per la bocciatura della cosiddetta quota 96, con un piano per regolare ingressi e uscita nella scuola . Ma tutti sanno bene che difficilmente riuscirà a garantire per alcuni un pensionamento anticipato. Intanto, cresce la fronda nel Partito Democratico (Pd). A presentare l’emendamento in questione è stato il presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia, uno dei pochi rimasto fedele a Enrico Letta. Uno dei leader della minoranza del Nazareno, l’ex sottosegretario Stefano Fassina, chiede al governo di battere i pugni in Europa e fare politiche in extradeficit «perché il Fiscal compact è inapplicabile». Per superare la Fornero è possibile alleanza Pd-Ncd E fronti molto trasversali del Pd (il riformista Pier Paolo Baretta o il laburista Cesare Damiano) lavorano a un piano pensioni per superare - con un sistema di quote e penalizzazioni - le rigidità della Fornero. Allo stesso tempo gli alsaziani di Ncd, attraverso il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi, hanno definito inderogabile l’allargamento del bonus Irpef a famiglie numerose, pensionati e incipienti.

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