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EDITORIALE 6 Agosto Ago 2014 1309 06 agosto 2014

L'Italia in recessione, ma Renzi non ha colpe

I dati del Pil non sono da imputare al premier. Eppure i suoi detrattori non hanno perso l'occasione per attaccarlo. Con il solito masochismo italico.

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Matteo Renzi.

Siamo in recessione, recessione tecnica si precisa come per voler esorcizzare l'impatto della parola. Gufi e rosiconi, secondo la colorita terminologia con cui Matteo Renzi bolla chi gli fa quotidianamente le pulci, ora possono godere.
Aspettavano solo che l'Istat certificasse in un numero quel che tutti sapevano: che l'economia non va, che il motore della crescita è imballato, che la situazione è persino più grave delle peggiori previsioni che i vari organismi deputati avevano azzardato, in primis la Banca d'Italia che, nel suo pessimismo, aveva previsto un segno più.
UN'OCCASIONE PER I GUFI. Per la nutrita schiera dei suoi detrattori, un'occasione ghiotta. Il premier sta sbagliando tutto, il suo decisionismo è solo un modo per coprire le magagne alzando fumo e l'asticella delle aspettative, gli 80 euro in busta paga sono stati una demagogica regalia di cui la Confcommercio, ovvero la potente lobby dei negozianti, ha certificato l'impatto zero sui consumi.
Renzi è presidente del Consiglio dalla fine di febbraio, il meno 0,2% del Pil rilevato dall'Istat si riferisce al secondo trimestre dell'anno, quindi anche a voler pensare tutto il male possibile è difficile attribuirlo ai suoi demeriti.
RENZI CAPRO ESPIATORIO. Ma tant'è, non è il caso di sottilizzare. È lui il capro espiatorio cui si deve presentare il conto. E sulle accuse ci si può sbizzarrire: ha perso tempo con riforme che interessano solo alla partitocrazia, ha promesso e non mantenuto di rivoltare l'Italia come un guanto, non ha rispettato la stringente e ambiziosa agenda riformatrice che con giovanile baldanza si era imposto.
Si è così potuto assistere alle grottesche impuntature (anche all'interno del Pd) di gente che non ha mosso foglia per decenni e che ora si straccia le vesti per un ritardo di giorni.
LA FAVOLA DELLA SVOLTA AUTORITARIA. Politici di lungo corso che hanno solo badato a salvaguardare le proprie rendite di posizione ora corifei del nuovo che non avanza, della democrazia minacciata dall'incombente pericolo di svolta autoritaria, del poco rispetto del diritto al confronto tra i mille partiti, associazioni, organismi e corporazioni, cioè la foglia di fico dietro cui hanno sempre nascosto il loro immobilismo.
Insomma, se siamo ancora in recessione la colpa è del giovane leader che si ha preso il potere prima nel suo partito e poi nel Paese e lo esercita in forme dittatoriali.
Ora, questo giornale pur avendo seguito con favore l'ascesa del rottamatore, non gli ha mai fatto sconti. Lo ha accusato di eccesso di parole, troppi annunci cui non seguivano, o seguivano solo in parte, atti concreti.
LUCI E OMBRE DEL GOVERNO. Gli ha rimproverato di aver sottovalutato due dei più grossi macigni che frenano la ripresa, cioè il debito e il fisco la cui imposizione è diventata vessatoria. Gli ha contestato alcuni dei criteri adottati nelle nomine delle aziende pubbliche e lo scarso spessore di alcuni membri della compagine di governo.
Insieme col plauso per provvedimenti che hanno costituito una vera svolta rispetto al passato in primis, la riforma del Senato e la legge elettorale, temi su cui il dibattito politico oziava da almeno 30 anni.
L'ATAVICO MASOCHISMO ITALICO. Ma dire che è tutta colpa sua, fino ad arrivare a usare il dato sul Pil come cerificazione del suo fallimento, ci sembra indice di una enorme malafede. Oltre che di un atavico masochismo, che insieme col godimento per le disgrazie altrui è uno dei peggiori tratti del carattere nazionale.
C'è troppa gente, specie tra le cosiddette élite culturali, che al bene di tutti preferisce di gran lunga il male di uno solo. E lo persegue con rancore e determinazione, come se la sua sopravvivenza fosse legata non a meriti propri ma all'insuccesso altrui, si trattasse anche dell'ultima possibilità di un Paese che le ha provate tutte enza mai arrestare il suo declino.

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