Economia 7 Agosto Ago 2014 1035 07 agosto 2014

Le due verità di Renzi sul Pil

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Dopo il ritorno dell'Italia in recessione, Matteo Renzi ha poco tempo per tornare credibile agli occhi di Europa e mercati. Il mai tanto atteso dato Istat sul prodotto interno lordo del secondo trimestre ha confermato le peggiori aspettative: la crescita italiana è ancora «in ghiaccio». La chiamano recessione tecnica (due trimestri consecutivi di riduzione del Pil). Solo ingenuità o malafede potevano far credere che  il bonus di 80 euro mensili, peraltro in busta paga solo da fine maggio, potesse impattare da subito  i consumi. Matteo Renzi, magico narratore, deve urlare al Paese due verità ed evitare, tra i tanti possibili, almeno un paio di imperdonabili errori. 1. PRIMA VERITÀ: TUTTI CRESCONO POCO Nel mondo globalizzato post crisi finanziaria, caratterizzato da uno strutturale eccesso di offerta di beni, servizi e lavoro, incluso quello qualificato, il tasso potenziale di crescita dei paesi occidentali rimarrà a lungo nettamente inferiore rispetto al passato. È la «nuova normalità», le cui cause sono troppo spesso disinvoltamente trascurate. Gli Stati Uniti, in condizioni ottimali, possono viaggiare a ritmi del 2-2,5% annuo. Hanno la leadership tecnologica e la moneta di riserva mondiale, quindi i maggiori gradi di libertà in termini di politiche economiche realizzabili. È il tasso di crescita medio dell’ultimo triennio. La Germania, il centro gravitazionale dell’Eurozona,  non sembra in grado di superare la barriera dell’1,5 - 2%. Per la maggior parte degli altri paesi, se trascuriamo le oscillazioni congiunturali, siamo allo “zero virgola”. Se poi escludiamo le diverse dinamiche demografiche, i differenziali di crescita del reddito reale pro capite si restringono ulteriormente e convergono, da un ventennio, verso lo zero. Non sono questioni alla portata dei  singoli governi nazionali. 2. SECONDA VERITÀ: ITALIA FANALINO DI CODA È fuori discussione che l’Italia, di tutti i paesi sviluppati, è quello con la peggiore performance  economica su tutti gli orizzonti temporali dagli anni ’90 in poi. Negli ultimi cinque anni il reddito nazionale è calato in termini assoluti ormai del dieci per cento. Il Pil è su livelli inferiori a quello del terzo trimestre del 2000. Globalizzazione e moneta unica sono variabili esogene per tutti, ma noi  le abbiamo digerite peggio degli altri. C’è quindi una seconda non scontata verità da urlare senza sosta al paese: le cause del declino sono tutte interne. RENZI DEVE VINCERE IN ITALIA PRIMA CHE IN EUROPA Renzi deve vincere in Italia prima che in Europa. È quindi a Roma che bisogna incidere con il bisturi, senza troppe distrazioni o alibi. Sotto questo profilo l’incombente  semestre europeo a guida italiana configura più trappole che opportunità  per l’esuberante Presidente del Consiglio e i suoi giovani colleghi. Il primo errore da evitare è quello di  generare troppe aspettative miracolistiche in termini di flessibilità delle regole di bilancio o di grandi investimenti comunitari. Il reticolo asfissiante di regole e controlli faticosamente costruito negli ultimi anni non si toccherà; l’unico aiuto potrà arrivare dalla Banca Centrale Europea. USCIRE DALLA LOGICA DISTORTA DEL «DENOMINATORE» La maledizione della crescita zero o peggio negativa, in un contesto di vincoli europei basati sulle frazioni (deficit/pil, debito/pil) comporta il fallimento seriale  nel perseguimento degli obiettivi di bilancio, causato dal tentativo di stabilizzare il rapporto con il denominatore in discesa. Il secondo errore da evitare a tutti i costi, quello ripetuto sotto scacco o volontariamente negli ultimi anni, sarà quello dell’ennesima manovra correttiva che avrebbe come unico effetto l’ulteriore avvitamento di consumi e investimenti. Che si sforino, di poco, i limiti. I partner lo accetteranno se nel frattempo riusciremo a presentarci con una decente revisione della spesa e qualche passo avanti sulle riforme istituzionali e della pubblica amministrazione. Ma Renzi dovrà correre sempre più veloce e con crescente determinazione, sperando che nel frattempo i mercati non perdano definitivamente la pazienza. Solo allora il Pil potrà ripartire ma, inutile illudersi, nella migliore delle ipotesi, ci vorranno dai cinque ai dieci anni di duro lavoro per tornare ai livelli del 2007.

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