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PROGETTO 7 Agosto Ago 2014 0604 07 agosto 2014

Sviluppo economico, Federica Guidi e la task force per la ripresa

Chi sono i componenti del think tank che deve guidare l'Italia alla ripresa.

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Il ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi e, alle sue spalle, un'immagine del premier Matteo Renzi.

Il giorno per diffondere i nomi l'ha scelto con cura.
Il ministro più avulso dai riflettori del governo Renzi, la titolare dello Sviluppo economico Federica Guidi, ha annunciato l'istituzione di una task force per il rilancio industriale dell'Italia il 6 agosto, proprio nella data in cui, secondo i dati preliminari dell’Istat (Pil a -0,2%), il nostro Paese è tornato in recessione tecnica.
BERGER, UOMO DI SCHROEDER. I nomi snocciolati alla stampa comprendono il superconsulente internazionale Roland Berger, già consigliere del cancelliere tedesco Gerhard Schroeder, l'economista di Berkeley Enrico Moretti, l'esperto di multinazionali Giorgio Barba Navaretti e i professori bocconiani Carlo Altomonte e Tommaso Nannicini, quest'ultimo renziano doc.
Nella squadra ci sono anche gran conoscitori del capitalismo all'italiana, come il capo dell'ufficio studi di Mediobanca Fulvio Coltorti, e del sistema del credito, come Gregorio De Felice e Paola Sapienza: capo economista a Intesa San Paolo il primo, membro del Cda di Generali e professoressa di Finanza alla Kellogg School of management la seconda.
Ultimo ma non ultimo, Maurizio Tamagnini, amministratore delegato di Fondo strategico italiano, il veicolo attraverso cui la Cassa depositi e prestiti (Cdp) acquisisce partecipazioni di società di «rilevante interesse nazionale». Il nome aggiunto alla rosa ha sorpreso, secondo quanto risulta a Lettera43.it, anche il diretto interessato.
OBIETTIVO INDUSTRIAL COMPACT. Il compito del nuovo gruppo, che va ad aggiungersi alla selva di consulenti economici circolanti in ambiente renziano, è la stesura di un Industrial compact, pacchetto di proposte per rilanciare il settore manifatturiero da affiancare al Fiscal compact sui bilanci. L'obiettivo è farlo diventare una ricetta per la crescita da proporre al tavolo dell'Unione europea.
Ma in che modo sono stati selezionati i membri della task force e che tipo di politica industriale propongono?
Al ministero dello Sviluppo economico spiegano concisamente che i criteri di scelta sono stati le disponibilità e, ovviamente, i curricula.
E a guardarli, suggeriscono, se ne possono capire le ragioni.

Berger, l'economista che sogna l'industria 4.0

Roland Berger.

A 77 anni compiuti, Roland Berger è uno dei più noti consulenti economici a livello globale.
La società che ha preso il suo nome, fondata a Monaco nel 1967, ha uffici in 31 Paesi del mondo e 400 milioni di dollari di ricavi.
Conservatore in politica, senza ideologie in economia, è stato consigliere di Gerhard Scheroeder, il socialista che ha riformato la Germania.
Nel 2001 Bloomberg gli dedicò un ritratto dal titolo esaustivo: Il potere dietro al potere.
L'uomo è di quelli dalle tante poltrone: membro del cda di Blackstone Group, di società farmaceutiche e istituzioni universitarie, dal 2006 siede anche nell'advisory board di Fiat Group.
Nel marzo del 2014 ha presentato a Milano un progetto di 19 pagine (leggi il documento) intitolato Industry 4.0.
L'OBIETTIVO: MANIFATTURA UE AL 20% NEL 2030. Il documento spiega come il peso della manifattura europea sia calato del 10%: il solo Paese in cui l'industria tiene è la Germania, seguita dagli Stati dell'Est Europa.
Berger propone di puntare su imprese intelligenti e robotizzate, automazione della logistica, integrazione delle infrastrutture ed ecosistemi imprenditoriali interconnessi e digitali.
Le ricette non sono così nuove, ma gli obiettivi sì: riportare la quota di Pil europeo generata dall'industria dal 15 al 20% entro il 2030.
Secondo il piano servirebbe un investimento di 90 miliardi l'anno, per un totale di 1.350 miliardi nei prossimi 15 anni.
Seguendo lo scenario disegnato dall'economista tedesco, l'Italia con 15 miliardi di euro l'anno da iniettare nel tessuto produttivo creerebbe 900 mila posti di lavoro in più.
E se è vero che è difficile recuperare capitali, gli investitori avrebbero tutto da guadagnare perchè 'l'industria 4.0', spiega lo studio, è molto più redditizia rispetto a quella attuale.
MORETTI: STIPENDI PIÙ ALTI PRODUCONO RICCHEZZA. Le idee di Berger si sposano perfettamente con quelle di un altro consulente scelto da Renzi per l'Industrial compact: Enrico Moretti.
Professore a Berkeley, ascoltato anche da Barack Obama, ha scritto nel 2013 La nuova geografia del lavoro, elogiato da Forbes come il libro di economia più importante di quell'anno.
Cosa dice Moretti? Smonta diversi falsi miti. Per esempio sostiene che i flussi di capitali a livello globale non stanno investendo nella manodopera a basso costo, ma nei grandi distretti dell'innovazione, dove il lavoro costa tanto ma rende di più. Perché fa da centro e da volano all'intera economia circostante.
Conclusione semplice: bisogna puntare su big dell'innovazione che paghino alti stipendi e attorno ai quali rifiorisca la crescita.

Barba Navaretti, l'operazione Fiat-Fca come esempio industriale

Operai al lavoro in una multinazionale.

La task force però vanta anche tecnici dell'investimento e della finanza.
Come Giorgio Barba Navaretti, ordinario di Economia politica all'Università degli Studi di Milano ed esperto di imprese multinazionali e competitività.
Ha scritto con Gianmarco Ottaviano, Made in Torino? Fiat Chrysler Automobiles e il futuro dell'industria (Il Mulino) ed è un convinto sostenitore della riconversione globale della Fiat in Fca.
Rimprovera all'Italia di vedere sempre in maniera catastrofica l'investimento estero: «Guardiamo con sospetto sia la Fiat che si espande all’estero e diventa Fiat-Chrysler, sia l’italiana Indesit che viene comprata dall’americana Whirlpol». Il problema vero, per l'economista, è piuttosto che le aziende italiane faticano a passare dalla gestione «familiare a quella manageriale».
ALTOMONTE: UN FISCO COMUNE IN UE. Blasonato professore anche Carlo Altomonte, docente di Economia dell'integrazione europea all'Università Bocconi di Milano, esperto di commercio internazionale e management pubblico.
Sostiene la necessità di «costruire pezzi di politica fiscale comune per finanziare gli squilibri di competività interni all'eurozona». E sul Sole 24 ore ha suggerito alla Bce di Mario Draghi di aiutare le banche a mettere fine al credit crunch, acquistando da loro prodotti cartolarizzati, garantiti da mutui immobiliari o prestiti.
Una strategia che potrebbe essere utilizzata sia per rilanciare gli investimenti industriali, sia per abbattere il debito pubblico. E che è sempre stata sostenuta anche da Cassa depositi e prestiti.
Bocconiano e soprattutto renziano doc è invece Tommaso Nannicini, economista, cresciuto a Firenze, membro della segreteria regionale dei Ds toscani e della Leopolda. Coordina il think tank del quotidiano online Linkiesta.it, e di recente ha attaccato quelli che lui chiama i keynesiani della domenica: gli amanti della spesa per la spesa.
L'investimento buono è quello in capitale fisico e umano, ha spiegato a Formiche. Ha proposto di dedicare «il primo vertice europeo post-elezioni a una seria valutazione degli effetti delle politiche europee, al posto degli interminabili mercanteggiamenti sui fondi da destinare a questo o quel Paese».
COLTORNI, ALLIEVO DI CUCCIA E MARANGHI. Esperto di questioni italiane è invece Fulvio Coltorti, marchigiano di Jesi, direttore dell'area Studi su Mediobanca, una vita a fianco di Enrico Cuccia e Vincenzo Maranghi nei salotti del capitalismo senza capitali all'italiana.
Tra i suoi ultimi interventi pubblici c'è un articolo intitolato Contro la Iperfinanza ci salverà il quarto capitalismo in cui sostiene che per risollevare l'industria italiana serve «una classe politica forte e un ente finanziario che guidi la transizione». Quale sia l'ente non è dato sapere, almeno per ora.
Del resto l'Italia ha perso da tempo i suoi già pochi motori di investimento, una volta l'Iri, più tardi Mediobanca.
TAMAGNINI E FONDO STRATEGICO ITALIANO. Ma forse la presenza nella task force di Maurizio Tamagnini, amministratore delegato di Fondo Strategico italiano (Fsi) potrebbe essere una risposta. Dopo aver passato una vita nella banca d'Affari Merrill Lynch, è dal 2011 amministratore delegato di Fsi, holding partecipata da Cdp e pensata per entrare nelle medie imprese italiane che hanno bisogno di crescere e arrivare a una dimensione internazionale.
Oggi controlla anche Fsi Investimenti, che raggruppa società del made in Italy e dei servizi e attrae investimenti da altri fondi sovrani.
Infine il gruppo di Guidi comprende anche rappresentanti del mondo bancario e esperti dell'investimento privato come Paola Sapienza e Gregorio De Felice.
Sapienza è docente di finanza alla Northwestern university dell'Illinois Stati Uniti, dopo un passaggio in Banca di Italia. È esperta di corporate governance, della finanza aziendale e dell’economia bancaria. Ma, soprattutto, dal 2010 siede nel Cda di Generali e dal 2011 è direttore dell'American Finance Association.
De Felice, invece, è capo della ricerca e capo economista a Intesa San Paolo, dopo essere stato dal 2007 al 2010 presidente dell’Aiaf (Associazione italiana analisti finanziari).

Consulenze gratuite, lavoro da presentare al Consiglio Ue di dicembre

Palazzo Chigi.

A mettere insieme i dati, l'Industrial compact potrebbe contenere un progetto europeo di investimento incentrato sui grandi campioni manifatturieri delle economie nazionali e un modello finanziario incardinato in una società in mano pubblica.
POCHE INDISCREZIONI. Di certo, la missione non è facile. E soprattutto va ad aggiungersi al lavoro dei tanti consulenti già all'opera per suggerire all'esecutivo le ricette da adottare in campo economico: da quelli che siedono già nella segreteria del Pd agli esperti del ministero dell'Economia e dello Sviluppo economico, fino ai consiglieri diretti del presidente del Consiglio e al nuovo gruppo di economisti che il premier dovrebbe chiamare a Palazzo Chigi.
ATTIVITÀ PARALLELA A PALAZZO CHIGI. La struttura, parallela alle burocrazie tanto invise, rischia di essere un doppione e uno spreco in un ministero in cui Guidi ha già portato la sua segretaria personale, inquadrata con stipendi da dicastero, e tre diversi vicecapi di gabinetto. Comunque vada, il Mise ha già messo le mani avanti: anche se la nuova squadra sarà parallela a quella della presidenza del Consiglio, «la consulenza sarà a titolo gratuito».
E dovrà pure andare di fretta: il lavoro dovrà essere pronto per dicembre, giusto in tempo per il Consiglio Ue dedicato alla competitività.

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