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L'ANALISI 9 Agosto Ago 2014 1442 09 agosto 2014

Finanza, l'Italia ancora a rischio speculatori

Crescita zero e poche riforme. Così gli investitori scappano.

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Monitor a Piazza Affari.

Crescita vicino allo zero, se non peggio. Scarsa liquidità. Scetticismo degli investitori accompagnato dalla diffidenza dei partner europei e delle maggiori istituzioni economiche.
L'Italia del 2014 ricorda quella del 1992. Cioè quella della tempesta perfetta, con la lira uscita dallo Sme e la speculazione che fece bruciare al Tesoro circa 60 mila miliardi nell'illusione di poter contrastare George Soros e i suoi colleghi.
TORNA L'INCUBO DEL CRAC. Anche quest'anno ci sarebbero tutte le condizioni per un crac dalla proporzioni bibliche.
Ma poi, come spesso capita quando gli scenari sembrano nitidi, ecco la Borsa di Milano spazzare via certezze e chiudere la settimana in salita dello 0,33%. E in controtendenza rispetto ai listini del Vecchio Continente.
CAMBIA LA GEOGRAFIA DEL RISCHIO. Perché più delle parole d Draghi - l'Italia non è in grado di fare le riforme necessarie, ergo deve farsi guidare dall'Europa - decisiva è la nuova geografia del rischio. Che ha il suo epicentro ancora negli Stati Uniti - tutto è iniziato quando la Fed ha comunicato la fine degli acquisti di bond entro ottobre - e segue in maniera disordinata gli scossoni presenti nelle nuove e nelle vecchie economie.
È in quest'ottica che si deve leggere la scelta degli investitori - imprese e speculatori - di alleggerire le loro posizioni in Italia.

Piazza affari: si apre il mercato delle plusvalenze

Il 6 agosto, quando l'Istat ha comunicato l'entrata dell'Italia in recessione tecnica, piazza Affari è calata del 2,7%. Il giorno successivo, quando Draghi ha spiegato che il nostro Paese è il grande malato d'Europa, ha perso un altro 1,94%.
UN 2014 STRANAMENTE POSITIVO. Eppure l'indice Ftse Mib è stato per quasi tutto l'anno in corso saldamente sopra i 20 mila punti, segnando record inspiegabili per un Paese che ha un livello di produzione da encefalogramma piatto.
I grandi investitori che hanno aperto posizioni sull'Italia - e l'avevano fatto già nell'autunno 2013, quando Renzi era ancora una meteora - non hanno scelto l'Italia per le allettanti prospettive di crescita.
L'hanno fatto perché i suoi titoli, soprattutto quelli bancari, erano sottostimati. Si compravano a prezzi stracciati. Ora che sono ritornati in media europea con i settori d'appartenenza, si vendono nella speranza di incassare forti plusvalenze.
LA STRATEGIA DEGLI INVESTITORI. Gli analisti sono abbastanza concordi nel dire che i grandi investitori stranieri hanno chiuso le loro posizioni sull'Italia, ma sono pronti a rientrare, valutando occasione per occasione.
Soprattutto se Mario Draghi riuscirà nel suo intento di comprare titoli di Stato e bad loans (cattivi prestiti) nei periferici.
Non a caso i grandi fondi come Blackrock stanno rastrellando sofferenze bancarie nella speranza di fare altre facili plusvalenze.

Titoli di Stato a due velocità: quelli sul lungo periodo più rischiosi

Milano: un trader al telefonino in piazza Affari.

Per comprendere la logica nella quale si muovono i mercati, è ancora più utile fare riferimento al differenziale tra i Btp decennali e i Bund tedeschi.
La settimana si è chiusa con lo spread sceso a 178 punti, con il rendimento del nostro titolo di Stato pluriennale al 2,83%. Non più di 24 ore prima, dopo l'allarme lanciato da Draghi, si era saliti a quota 180.
DEBITO ITALIANO MENO APPETIBILE. In una fase nella quale il Bund tedesco è tornato a essere il bene rifugio principe, questi numeri dimostrano che il debito tricolore è meno invitante di quello spagnolo - lo spread tra Bonos e Bund è a 152 punti - ma più interessante di quello americano.
Nel primo caso - e soprattutto per i fondi pensioni che devono rivitalizzare i loro portafogli - si preferisce investire a Madrid piuttosto che a Roma, perché la riforma del lavoro voluta da Mariano Rajoy sta invogliando le corporate straniere a investire nella Penisola iberica.
Nell'altro, la rendita del Btp decennale all'1,32% è quasi doppia rispetto a quella dei T-Bond. Senza contare che in Europa c'è la Bce che dovrebbe comprare quello stesso titolo, se le cose dovessero andare male. Oltreoceano Janet Yellen, la presidente della Fed, ha scelto di abbandonare quest'attività di “garanzia”.
CDS, AUMENTO VERTIGINOSO. Di conseguenza - ma il condizionale è d'obbligo - non ci dovrebbero essere problemi nel breve periodo.
Caso mai la questione è che i nostri titoli di Stato potrebbero diventare meno appetibili sul lungo termine. Gli Italian sovereign credit default swap (cioè i contratti di riassucurazione sul rischio Paese) sono schizzati in questi giorni. Per 'coprire' 10 milioni di euro in Btp ci vogliono Cds dal valore di 100 mila euro. Prima della crisi se ne spendevano 20 mila.
Ma allora le prospettive di crescita c'erano, adesso si prospetta soltanto una nuova stagnazione.

Investitori in fuga dall'Italia: attirano solo gli aiuti di Stato

Operatori in Borsa davanti ai monitor.

Mario Draghi ha detto che in Italia gli investimenti sono inesistenti perché «c'è incertezza e per la mancanza di riforme». Matteo Renzi, reduce dalla sua visita in Africa, è invece convinto che si possano attirare investimenti esteri nel breve termine per almeno 40 miliardi.
La realtà è più complessa: in Italia - come dimostrano i casi Ducati o Indesit - si comprano realtà all'avanguardia ma a prezzi di costo.
TROPPE TASSE E POCHE STRUTTURE. Come ha calcolato l'Eurispes, gli investimenti diretti esteri sono passati tra il 2012 e il 2013 da 34 a 9,6 miliardi di euro. Questo perché si pagano oltre il 43% di tasse sugli utili, l’energia elettrica costa il doppio, i tempi per realizzare le infrastrutture sono il triplo della media europea, mentre ci vogliono 493 giorni per arrivare a una sentenza nel civile.
LA CRESCITA ZERO SPAVENTA. Emblematico al riguardo il piano di privatizzazioni voluto dal governo per recuperare almeno 4 miliardi nell'anno in corso.
Prima l'asta per Finmeccanica è stata un fallimento, mentre l'Ipo di Poste ed Enac sono state rimandate. Infine la cinese State Grid ha sborsato 2,1 miliardi per il 35% di Cassa depositi e prestiti Reti. Cioè la cassaforte controllata dal Tesoro, dove sono allocate la maggioranza delle quote di Snam o Terna.
La morale è semplice: gli stranieri dove sanno che c'è un monopolio o degli aiuti di Stato (vedi Alitalia) comprano, dove c'è la concorrenza scappano.
E le cose sono destinate soltanto a peggiorare in un Paese a crescita zero.

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