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IL CASO 9 Agosto Ago 2014 0715 09 agosto 2014

Giappone, badanti thailandesi sfruttate

Turni massacranti e nessuna tutela. Il calvario delle lavoratrici straniere.

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In Giappone molte badanti straniere sono sfruttate e senza tutele.

Con l'economia che torna a crescere timidamente e la popolazione invecchia, il Giappone si trova a fronteggiare carenze di forza lavoro. Soprattutto nel settore dell'assistenza sanitaria, negli ultimi cinque anni sono aumentate le assunzioni di infermiere straniere, provenienti principalmente dal Sud Est asiatico.
Il caso della Juju Corp., un'azienda di Osaka, Giappone centro-meridionale, che fornisce personale sanitario a una decina di strutture nell'area del Kansai, ha svelato una zona grigia di sfruttamento e di mancanza di diritti, mentre il governo cerca di rivedere le proprie politiche d'immigrazione.
LIBERATORIA IN CASO DI MORTE. In caso di morte «per cause naturali» durante la sua permanenza in Giappone, il dipendente rinuncia ad avvalersi di azioni legali o a richiedere risarcimenti alla Juju Corp., ai suoi rappresentanti e dipendenti di ogni grado. Questo, parafrasando, il contenuto di un documento che la Juju Corp. ha presentato ad alcune sue dipendenti di nazionalità filippina. Si tratta in sostanza di una liberatoria sulla loro eventuale morte sul posto di lavoro e il documento sarebbe stato distribuito già in sede di selezione delle candidate. Il ministero della Salute, del lavoro e del welfare ha annunciato a stretto giro l'apertura di un'indagine.
Le autorità hanno scoperto poi che l'azienda tratteneva dei fondi dagli stipendi delle sue dipendenti come garanzia sui prestiti con cui le aveva aiutate a ottenere il visto per il Giappone.

Condizioni estreme e turni massacranti: il rischio di «morte da superlavoro»

Infermiere giapponesi.

Ma le irregolarità commesse dall'azienda non si fermerebbero qui. Alcune dipendenti hanno denunciato condizioni di lavoro estreme e turni massacranti. Secondo un altro documento entrato in possesso del ministero, per esempio, una dipendente sarebbe stata costretta a fare 13 turni notturni in un mese.
L'ALLARME DELLE ASSOCIAZIONI. In realtà, niente di nuovo sotto il sole: da anni, l'associazione nazionale che rappresenta le lavoratrici e i lavoratori del settore, richiama l'attenzione sullo sfruttamento del personale infermieristico nelle strutture sanitarie del Sol Levante. Un sondaggio del 2008 ha dimostrato infatti che almeno uno su 23 addetti lavora a un livello che può condurre a ciò che i giapponesi chiamano karoshi, ovvero «morte da superlavoro».
Del resto i lavoratori giapponesi sono troppo pochi. E continuano a diminuire, conseguenza di un invecchiamento della popolazione a ritmi sostenuti: oltre un quarto della popolazione ha 65 anni ed è in età pensionabile.
IMMIGRAZIONE INESISTENTE. Per far fronte al problema, a inizio di quest'anno Shinzo Abe, il primo ministro conservatore, ha promesso di facilitare l'ingresso nel Paese ad alcune categorie di lavoratori. Il Giappone ha infatti un altro problema con l'immigrazione: ce n'è troppo poca.
Gli stranieri con legale permesso di residenza impiegati nelle aziende nipponiche costituiscono poco più dell'1% della forza lavoro nazionale. Meno della Corea del Sud al 2,2%. In Paesi industrialmente avanzati come la Germania e l'Inghilterra, la percentuale è compresa tra il 7 e il 9%.
SANITÀ IN AFFANNO. A patire di più della carenza di forza lavoro è poprio il settore della sanità. Secondo il ministero competente, infatti, il comparto infermieristico è sotto organico di oltre 40 mila unità. Troppo per non intervenire. A metterci una pezza provvisoria ci aveva provato il governo Fukuda nel 2008 con due accordi economici strategici con Manila e Jakarta che comprendevano l'ingresso facilitato per infermiere e badanti. Negli ultimi cinque anni, però, solo una piccola percentuale di loro è riuscita a mantenere il lavoro. Per rimanere in Giappone bisogna infatti superare un esame di abilitazione professionale, per la preparazione del quale occorrono soldi e tempo. E allora di possibilità ne rimangono poche: tornare in patria o rimanere illegalmente.

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