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RITORNO AL PASSATO 10 Agosto Ago 2014 0800 10 agosto 2014

Lira, la crociata degli anti-euro in tribunale

Scontro sul decreto Monti del 2011.

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Gli ultimi a rispolverare la lira sono stati gli attivisti della Lega Nord.

E alla fine la Lega Nord ha detto davvero basta all'euro. Per una sera, per una festa. Quella provinciale di Monza e Brianza, ad Arcore, nel regno di Silvio Berlusconi.
Il partito di Matteo Salvini ha invitato a rovistare nei salvadanai, nelle tasche delle vecchie giacche, nei risparmi sepolti dalla nonna in fondo all’ultimo cassetto, per tirare fuori la valuta ormai fuori corso dal 7 dicembre 2011.
TORNA IL VECCHIO CONIO. Perché da quella data di iniziative dedicate all’uso del vecchio conio non se ne vedevano più.
Prima pullulavano. Molto spesso erano propagandate come 'operazioni nostalgia' per la moneta con la quale ci sentivamo tutti (o quasi) più benestanti.
LO STOP DI MARIO MONTI. In realtà, proprio la loro repentina cessazione - dopo il varo del decreto legge con il quale il governo di Mario Monti, in deroga alla legge del 2002 che introduceva la valuta unica, stabilì che «le lire ancora in circolazione si prescrivono a favore dell’Erario con decorrenza immediata» - dimostra come gli intenti fossero per lo più commerciali.
LE OPERAZIONI NOSTALGIA. Ai tempi se ne trovavano sempre di iniziative pro lira. Come quella di Bongiorno Antinfortunistica di Curno, in provincia di Bergamo, che aveva affisso un cartello per annunciare che accettava pagamenti con il vecchio conio. In due giorni incassò 300 mila lira.
Oppure la storia di Sauro Pardini, barista della provincia di Lucca che non aveva mai digerito il cambio di moneta. Nel suo locale, Il gallo della checca, ha accolto avventori dotati di Montessori e Bernini da gennaio a ottobre del 2011. Risultato: 14 milioni di incasso, che il gestore provvide per tempo a cambiare alla Banca d’Italia di Livorno.
GLI EPISODI DI FOLKLORE. E così, negli anni tra il 2002 e il 2011, prima come episodi per lo più folkloristici, poi, iniziata la crisi, ‘venduti’ come tentativi di contrastare quest’ultima, a più riprese sono stati in tanti a riproporre gli acquisti in lire: benzinai piacentini e alimentari milanesi, negozi di abbigliamento di Sassari e collezionisti di monete romani.
IL PRONTO DIETROFRONT. Proprio uno di questi, Moruzzi numismatica, aveva messo in chiaro le cose appena arrivò la scure montiana. Sul suo sito comparve un messaggio che recitava che il negozio «non può più offrire ai suoi clienti il servizio esclusivo che è stato in vigore fino al 6 dicembre 2011 e che precedentemente era previsto fino al 28 febbraio 2012; quello di accettare in pagamento la nostra storica valuta». Seguiva una lettera aperta all’allora premier, in decisa polemica con la decisione presa.

La decisione del Professore ha fatto mettere in tasca 1,5 miliardi allo Stato

Il decreto legge Monti stabilì che le lire ancora in circolazione vennero prescritti a favore dell’Erario con decorrenza immediata.

Al di là dell’operazione della Lega, nel solco della campagna massiccia contro la moneta unica messa in piedi in occasione delle elezioni europee e delle dichiarazioni d’amore nei confronti della lira che da più parti si sono levate negli ultimi anni, l’ultimo capitolo della storia del vecchio conio non è stato ancora scritto.
Potrebbe allungarla la Corte costituzionale, se quel decreto del governo tecnico dovesse essere giudicato illegittimo, confermando l’ordinanza del giudice del tribunale di Milano, Guido Vannicelli, che ha ritenuto illegittima la decisione del 6 dicembre 2011.
Secondo il togato meneghino, risulterebbero violati i principi di affidamento e certezza del diritto, con un indebito vantaggio per le casse dello Stato di 1,5 miliardi di euro. Tanto sarebbe il controvalore nella valuta attuale delle lire mai cambiate.
PAROLA ALLA CONSULTA. Sta ora alla Consulta, dunque, stabilire se ai possessori di quella che è diventata da un giorno all’altro carta straccia spetti un risarcimento, con conseguente apertura di una nuova voragine nel bilancio pubblico, che quella mancata uscita dei cambi ha già incamerato.
In tanti si sono ritrovati con piccoli e grandi tesoretti quando erano già diventati carta straccia. Qualcuno anche 100 milioni, come la precaria 42enne di Pesaro Claudia Moretti, che li ha rinvenuti poco più di un mese fa in una vecchia casa di famiglia.
CONIO CARTASTRACCIA. Un pronunciamento della Corte costituzionale contro il decreto potrebbe anche fare la (ulteriore) ricchezza di Sara Ferrari, che in una casa a Berlino di uno zio ha trovato, appena pochi giorni fa, addirittura 2 miliardi, 1,5 in contanti e il restante in Bot. Più 1 milione di marchi. Che non ha avuto alcun problema, in 10 giorni, a cambiare in euro.
Per il patrimonio in ex valuta nostrana, invece, la 43enne originaria di Rovigo e residente a Bruxelles vuole portare in giudizio la Banca d’Italia e il ministero delle Finanze. Fino ad arrivare alla Corte Europea.
Una strada già tentata, senza fortuna, da un’azione collettiva promossa dagli studi Saccucci Fares di Roma e Monferrino Massara di Genova.
VERSO LA CORTE UE. L’avvocato Patrizia Monferrino spiega a Lettera43.it che il ricorso è stato rigettato, a gennaio 2013, perché «non erano state esaurite le procedure di ricorso nazionali, prima di rivolgersi a Strasburgo».
Un esito messo in conto dai legali, che avevano comunque ravvisato possibili profili di incostituzionalità nel provvedimento approvato due governi fa. E speravano in una pronuncia come quella di luglio a Milano. «Seguiremo con attenzione tutti gli sviluppi», afferma Monferrino, aggiungendo che «in caso la Consulta non dovesse accogliere l’ordinanza del giudice, si potrebbe tornare alla Corte europea con maggiori speranze, dato che a quel punto la trafila giudiziaria italiana sarebbe compiuta».

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