Matteo Renzi 140813124028
ECONOMIA & AZIENDE 13 Agosto Ago 2014 1315 13 agosto 2014

Camere di commercio contro la riforma Renzi

Cciaa: quante sono e come funzionano in Italia.

  • ...

Il premier Matteo Renzi.

Neanche le centinaia di dipendenti sotto Palazzo Chigi hanno intenerito il premier Matteo Renzi. «Le Camere di commercio? Noi non siamo contro i corpi intermedi, ma contro i corpi morti. Alcune Camere lavorano davvero per il bene del Paese, altre sono solo uno strumento di compensazione politica fra imprese, e vanno a giocare in serie B un torneo che non saprebbero disputare in serie A», è la tesi del leader del Partito democratico.
Il presidente del Consiglio ha, infatti, inserito questi enti «nell’elenco degli organismi inutili da cancellare subito».
RIDOTTO IL DIRITTO CAMERALE. Non potendoli cassare tout court perché la Costituzione inserisce il commercio tra le materie concorrenti tra Stato e Regioni, ha ideato, nel piano per la Pubblica amministrazione, una misura molto brutale per portarle alla consunzione. Dal 2015 il diritto camerale - gli 80 euro pagati dalle grandi aziende, i 40 a carico delle Pmi che devono versare alla Camera di commercio (Cciaa) - si riduce del 35%, dal 2016 del 40% e dal 2017 del 50%.
Delle due l’una: o si va verso l’accorpamento oppure verso la chiusura.
TESORETTO DA 1,4 MLD. Le Camere di commercio in Italia sono 105. Dovrebbero essere coordinate da un organismo nazionale (Unioncamere) e 19 regionali. Ma in realtà ognuna si muove autonomamente, spesso anche in maniera schizofrenica.
Danno lavoro a 7 mila dipendenti a tempo indeterminato (la riforma Renzi mette a rischio almeno la metà di loro). E soprattutto gestiscono un tesoretto che al 2011 sfiorava, con i depositi postali, quasi 1,4 miliardi di euro.
COORDINAMENTO DIFFICILE. Soldi che arrivano dal diritto camerale, ma anche dalle commissioni per una serie di servizi offerti che, dopo la riforma Scajola, sono state allargate: si va dal supporto alle economie locali fino alla promozione della internazionalizzazione delle imprese, passando soprattutto per la gestione di importanti fiere del settore.
Nonostante la stessa riforma abbia portato a 40 mila iscritti il tetto minimo per ogni Camera, i distretti fanno fatica a coordinarsi nel lanciare progetti di natura nazionale.
DIMEZZARE LE STRUTTURE. Le modifiche previste nel decreto della Pa spingono il mondo camerale a riorganizzarsi e soprattutto a dimezzare il numero delle strutture operanti sul territorio italiano. Ma gli uomini di Renzi non escludono un nuovo intervento per trasferire le competenze degli enti ai Comuni o ad altre strutture nazionali (come l’Ice per quanto riguarda l’internazionalizzazione).

Le Pmi temono di finire schiacciate dalle grandi aziende

In Italia le Camere di commercio sono 105, coordinate da un organismo nazionale (Unioncamere).

In difesa delle Camere di commercio si sta erigendo un muro di realtà, molto trasversali tra loro, che hanno paura che le risorse delle Cciaa siano spalmate anche tra soggetti che ne avrebbero meno bisogno come le grandi aziende.
Non a caso le Pmi raccolte in Rete impresa Italia, in una nota comune, hanno denunciato: «Esse costituiscono uno strumento importante ed essenziale che in questi anni ha sempre accompagnato e sostenuto le imprese italiane e ha svolto un ruolo prezioso nella lunga crisi attraversata dalla nostra economia». Quindi hanno aggiunto: «Il sistema camerale si può e si deve riformare, con l’obiettivo di raggiungere una maggiore efficienza, tuttavia, la sua eliminazione sarebbe un grave errore: le funzioni che le Camere svolgono attualmente verrebbero infatti disperse tra numerosi enti, con il rischio di accumulare ulteriori inefficienze e complessità burocratiche».
AIUTI PER 13 MILIONI. Ma non ci sono soltanto le piccole aziende a voler difendere questo mondo. Che ogni anno eroga 13 milioni di euro in aiuti alle imprese.
Le Camere di commercio sono azioniste di oltre un migliaio di società partecipate miste. Sono un’azionista determinante nel controllo delle principali fiere nazionali, soprattutto dopo che la riforma Scajola ha dato loro la possibilità di avere l’ultima parola sulle joint venture pubblico-private.
SOLDI RIMESSI IN CIRCOLO. Ogni anno stanziano sul territorio almeno un decimo delle loro risorse sul territorio. E sono soldi a pioggia che finiscono ai Comuni per opere e manifestazioni non sempre legati ai bisogni della popolazione, alle rappresentanze industriali o agricole così come ai sindacati per le loro spese di gestione.
Va da sé che sono gangli fondamentali per la distribuzione di poltrone e per il finanziamento in una fase di tagli come quella attuale.
CREDITI AI PICCOLI. Molte imprese si chiedono se non sarebbe il caso di trasferire questi fondi dalla politica alla sovvenzione di progetti per l’innovazione. Ma più in generale, anche chi chiede di riformare il sistema, ne sottolinea i pregi e l’unicità.
In primo luogo le Camere di commercio sono all’avanguardia sul sistema dei confidi: infatti, ogni anno spendono tra 80 e gli 85 milioni per sbloccare i crediti delle Pmi e agevolare l’erogazione di fondi rotativi, welfare aziendale e progetti di microcredito.
GARANTISCONO TRASPARENZA. Garantiscono, poi, un maggiore livello di trasparenza attraverso la gestione del registro delle imprese, il primo archivio nazionale di questo tipo in Italia. Curano la riconversione dei settori di appartenenza (ne sa qualcosa il distretto orafo di Arezzo), difendono i territori più marginali, suppliscono il nanismo delle imprese su versanti come la ricerca, il marketing e l’internazionalizzazione.

Correlati

Potresti esserti perso