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SPIN DOCTOR 13 Agosto Ago 2014 0900 13 agosto 2014

Made in Italy, le Pmi lo sponsorizzano meglio dello Stato

I migliori testimonial dei prodotti italiani sono le imprese stesse. Che puntano nella comunicazione e nell'internazionalizzazione. Ma molte aziende sono ancora in ritardo.

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Tre simboli del made in Italy.

Un silenzioso ma numeroso esercito di piccole e medie imprese sta rappresentando l’Italia all’estero meglio di tanti roboanti progetti, portali o convegni sul rilancio dell’immagine del Belpaese.
Mentre le Regioni sfornano progetti milionari - e spesso inutili - di promozione locale e il governo si impegna nell’ennesima riforma dell’Enit e degli altri squattrinati istituti dedicati al rilancio dei marchi italiani, le nostre Pmi si impegnano nel mondo con una comunicazione sobria ma efficace, con un giusto mix di strumenti online e offline, con iniziative promozionali che puntano sulla cultura e la qualità del made in Italy per costruire una immagine imprenditoriale e di prodotto vincente.
COMUNICAZIONE VINCOLANTE PER CRESCERE. Una recente ricerca dell’Università di Padova e della Fondazione Nord Est su un campione di circa 700 imprese manifatturiere dell'Italia settentrionale rovescia luoghi comuni e facili pregiudizi.
La buona comunicazione non è esclusiva delle grandi imprese dotate di budget importanti e di strutture iperprofessionali.
Anche le Pmi hanno capito che per crescere e internazionalizzarsi, per emergere e farsi notare, devono utilizzare uno storytelling consolidato e noto, devono ottimizzare il messaggio per fare efficienza e ottenere il massimo della visibilità con la minor spesa.
MARCHIO 'MADE IN' FONDAMENTALE. Dunque: fare leva sulla cultura e la tradizione italiana cogliendone i benefici di notorietà e allo stesso tempo promuovendo un buzz spontaneo e positivo.
L’aver portato con orgoglio la bandiera del made in Italy, insomma, per il 68% delle imprese studiate dall’Università di Padova è stato determinante per farsi conoscere in nuovi mercati internazionalie per accrescere la base clienti sia consumer sia business.
La ricerca prende in esame imprese Btc (43%) e Btb (57%), con fatturato superiore ai 10 milioni di euro a forte (43,7%) o media (33,6%) internazionalizzazione, il cui obiettivo dichiarato di comunicazione è aprire nuovi mercati, misurarsi con i concorrenti in un mercato competitivo o più semplicemente per promuovere il passaggio generazionale dell’azienda.
Circa metà delle aziende ha strutture interne di comunicazione, composte da almeno tre professionisti, spesso con contratti a tempo indeterminato, ma solo per il 17% con laurea in Scienze della Comunicazione.
UN QUINTO DELLE IMPRESE ANCORA IN RITARDO. L’investimento medio in questo settore negli ultimi 3 anni è stato del 2% del fatturato, metà destinato al digitale (ma in crescita), il resto a progetti tradizionali, tra cui la pubblicità offline.
Tuttavia a fianco a quelli che vengono definiti «i nuovi narratori della qualità e della cultura italiana» – 33% del campione, Btc presenti in tutti i settori del made in – ed a «i promotori della capacità tecnologica italiana nella scena social» – 24,8%, soprattutto Btb nei settori ad alta tecnologia – c’è un quinto delle imprese di piccole e medie dimensioni che possiamo definire «i ritardatari della comunicazione».
Si tratta di aziende con debole o assente internazionalizzazione nei settori tradizionali della chimica, della gomma o della tecnologia di base.
Per queste aziende il bisogno comunicativo è ancora debole.
I testimonial del made in Italy dunque sono come le api.
Utilizzano il polline per produrre il miele e allo stesso tempo garantiscono la diffusione della fioritura.
Grazie a migliaia di Pmi manteniamo alta la reputazione del Paese e la notorietà del brand Italia.

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