Economia 13 Agosto Ago 2014 1855 13 agosto 2014

Richiamo Ue: perchè non è come nel 2011

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L'Europa ha chiesto a Matteo Renzi di attuare le riforme in tempi certi. «Caro Primo Ministro». Iniziava così la lettera «strettamente riservata» inviata dalla Bce al governo italiano il 5 agosto 2011 e firmata dall'allora presidente uscente, Jean Claude Trichet, e dall'attuale numero uno Mario Draghi. Tre anni esatti dopo, il 7 agosto 2014 un altro monito arriva da Francoforte: l'Italia è incerta sulle riforme, quelle stesse contenute nella missiva: questo allontana gli investimenti e il Pil cala. Il 12 agosto un incontro tra il premier Matteo Renzi e Mario Draghi ha certamente riguardato le misure promesse e varate dal governo ma che l'Europa chiede di attuare con tempi più certi e rapidi, dal mercato del lavoro ai alla spesa alla riforma della P.a. Ma quello che è certo è che le richieste di oggi non sono quelle del 2011. La lettera mandata dalla Commissione europea un mese fa ha puntato il dito su ricerca, innovazione, agenda digitale, competitività, sviluppo tecnologico, cultura: l'Italia non ha una strategia. E per questo la Commissione europea ha rimandato a settembre il piano italiano sui nuovi fondi europei, quelli relativi al settennato 2014-2020. Anche se non c'è alcun rischio di perderli, come confermato da Bruxelles e dallo stesso Renzi, non c'è dubbio che il richiamo sia un segno che l'Italia è osservata speciale. Ma non è come nel 2011. Ecco perché. 1. RIFORMA LAVORO, PENSIONI E PUBBLICA AMMINISTRAZIONE Nella celebre e dettagliata missiva - inviata in tandem con gli acquisti di Btp italiani da parte della Bce, proseguiti fino a fine 2011 per fronteggiare la fuga degli investitori - la banca centrale Ue chiedeva all'Italia misure antispeculazione da adottare «con urgenza» per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali»: dalle liberalizzazioni alla riforma del mercato del lavoro, dalle pensioni alla pubblica amministrazione. Oggi, nonostante il varo di molte delle riforme invocate - dal Salva-Italia per la previdenza alle leggi Fornero e il Jobs Act sul lavoro che inizierà l'iter parlamentare a settembre - Francoforte torna tuttavia a scuotere l'Italia dopo l'ennesimo dato deludente sull'economia tricolore, tornata in recessione senza esserne in realtà mai uscita davvero. Il pressing di Draghi sugli Stati perché cedano sovranità Tanto che alcuni parlano esplicitamente di un pressing vero e proprio di Draghi rivolto al governo Renzi per procedere più speditamente verso quelle riforme rimaste ancora non attuate o solo parzialmente. La Bce attraverso il suo presidente ha invitato tutti gli stati a cedere sovranità su questo aspetto, invocando una sorta di cabina di regia europea per rendere operativo quelle che già la famosa lettera conteneva ma Renzi rivendica la natura politica delle scelte del governo. 2. MISURE PER DARE UNA SPINTA ALLO SVILUPPO Ma al di là dei diversi punti di vista, si concorda sul fatto che crescita e lavoro devono rappresentare il nucleo dell'azione dell'Esecutivo. C'era infatti già scritta nella lettera «l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita» nonché di «misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche» e «garantire una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese». Per quanto riguarda il capitolo sviluppo, quello su cui Roma ancora deve fare i compiti evidentemente secondo l'Eurotower considerava già «necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali», da «applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala». Aspetto questo che l'Italia ha solo iniziato a realizzare. Inoltre, recitava la missiva del 2011, «c'è l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi a livello d'impresa» raccomandando il varo di «una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti». Il dibattito sull'articolo 18 dimostra il ritardo italiano E il dibattito sull'articolo 18, iniziato da tredici anni e ancora oggi sulle prime pagine dei giornali sta a testimoniare i ritardi italiani. Se, dopo tre anni, Roma riceve un nuovo 'invito', sebbene stavolta orale e informale, dall'Eurotower vuol dire che la Bce mette in conto di dover intervenire a difesa della tenuta dell'euro, magari acquistando titoli di Stato: prima di farlo, vuole essere sicura di non togliere a Paesi come l'Italia l'incentivo a cambiare.

Il presidente della Bce, Mario DRaghi, ha incontrato Matteo Renzi il 12 agosto per fare il punto sulle riforme. 3. RIDURRE IL COSTO DEL PUBBLICO IMPIEGO E DELLO STATO Ma le parole di Draghi riflettono anche il fatto che, in Europa, si torna a guardare con apprensione alle ricette seguite finora in Italia, soprattutto ai tempi di realizzazione delle riforme. Sul fronte delle finanze pubbliche, mentre sembrano soddisfatte le richieste della banca centrale sul fronte pensioni, infatti, l'istituto suggeriva addirittura al Governo «di valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi». Secondo il piano della Bce, che molto assomigliava ai diktat della Troika Ue-Fmi-Bce, andava poi introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit  e messi sotto stretto controllo l'assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali. La misure sulle leggi di bilancio vanno nella direzione giusta Nel frattempo, in questi tre anni, sono state compiute le misure relative alle leggi di bilancio e l'inserimento in Costituzione di termini «più stringenti per le regole di bilancio» ma la lettera indicava però per la P.a anche meccanismi per cui negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione) vista l'esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi come le Province. Queste ultime in via di cancellazione definitiva con l'ok alla riforma del Senato.

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