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BASSA MAREA 13 Agosto Ago 2014 0700 13 agosto 2014

Riforme, Renzi sta cambiando l'Italia. Ma gli italiani?

La cosa più difficile da cancellare sono le nostre cattive abitudini.

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Il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi nell'Aula di Palazzo Madama.

Con il ddl Boschi le riforme sono partite. Ma gli italiani sono pronti a riformarsi?
Le riforme rischiano di essere come il socialismo. Per oltre un secolo se ne è parlato molto senza sapere bene che cosa fosse. Si capiva il socialisteggiante, coinvolgeva in genere più spesa pubblica, ma «il socialismo» nella sua interezza e purezza restava concetto arcano nonostante le radici matematiche, nella versione leninista. E cioè socialismo uguale proprietà pubblica dei mezzi di produzione più dittatura del proletariato.
RIFORME, MEZZO SECOLO DI PAROLE. Parlare di riforme in senso lato è concetto altrettanto vago, usato da tutti i politici sotto ogni cielo. Forse questa loro vaghezza ha garantito, in particolare in Italia, il successo della formula «riforme», di cui si parla moltissimo dagli anni del centrosinistra e anche da prima, cioè da oltre mezzo secolo.
Come e più ancora del socialismo, anche le riforme hanno avuto grande fortuna nei bar, nei salotti e nelle parole scritte e parlate. Qualcosa è stato fatto, nel tempo. La riforma sanitaria del Sistema sanitario nazionale decisa nel 1978 e partita nel 1980 è una realtà; e così le troppe della scuola e dell’Università, in corpore vili.
Di riforma della burocrazia si parla da sempre. Anche qui qualcosa è stato fatto. Ma la burocrazia resta in Italia lenta, spesso opprimente non perché severa ma perché pletorica, e soprattutto incerta. Come la legge, non è uguale per tutti.
SENATO, PRIMA MOSSA CONCRETA. Adesso ci siamo, è in arrivo qualcosa di concreto. Il voto che ha sancito, in prima lettura, la fine del bicameralismo perfetto e del vecchio Senato ha una valenza simbolica che va oltre Palazzo Madama.
Già ora la Costituzione viene modificata in più punti, oltre all’abolizione delle Province e del Cnel. Si toccano in particolare i rapporti tra Stato e Regioni, eliminando la possibilità di legislazione concorrente. Dovrebbe essere l’inizio della fine di un concetto tutto italiano di «autonomia» che porta spesso non solo le Regioni ma ancor più i Comuni a farsi, alla Razzi, i fatti propri, e l’ultimo geometra comunale a concedere ciò che non può essere concesso e a proibire ciò che non può essere proibito, in barba alle norme vigenti.
Ma fino a che punto gli italiani vogliono cambiare?
CONSERVATORISMO ALL'ITALIANA. Chiarito che il cambiamento non è un valore in sé, dipende da che cosa si lascia e da che cosa al suo posto si adotta, sarebbe forse un errore dimenticare che il nostro è fra i Paesi più conservatori del mondo, dove persino spesso i rivoluzionari hanno o avevano, se osservati bene, molte debolezze conservatrici. Non sempre sbagliate del resto.
Per esempio, un settore assai bisognoso di migliore gestione è quello del territorio e in particolare del territorio urbano, dove per tradizione e cultura ciascun bravo italiano vorrebbe fare sulla propria area ciò che vuole. Basta un po’ di conoscenza di un agglomerato urbano in Germania e di uno in Italia per notare le notevoli differenze.
In Germania il confine città-campagna in genere è netto. In Italia si protrae con vaste aree che non sono né città né campagna con case capannoni depositi in ordine sparso. In Germania la parte depositi e industrie è concentrata su 180 gradi o meno del perimetro urbano, l’altro è pulito, residenziale o verde. In Italia ciascuno sogna il suo capannone dove vuole lui e in genere ci riesce circondando l’intera città di disordine. In Germania dove la legge impedisce nuove edificazioni nei centri storici se non a strettissime e chiarissime regole, le nuove edificazioni non ci sono. Non si può dire lo stesso dell’Italia, dove sono in teoria altrettanto vietate.
NORD E SUD STESSI VIZI. Molti italiani dicono che queste cose succedono, ma al Sud. È una bugia, e offensiva per i concittadini meridionali, che pure a volte raggiungono vette difficilmente eguagliabili di abusivismo. Al Nord l’abusivismo è più corretto, in guanti bianchi si potrebbe dire. Ma dal punto di vista sostanziale del comportamento urbanistico, il Mezzogiorno comincia a Chiasso. La regola infatti non è la legge, concetto per l’italiano medio piuttosto vago, ma la forza. Fa chi può. La legge evita che tutti si mettano a fare ciò che vogliono. Solo alcuni.
Un altro punto su cui si misurerà la tempra riformistica non dell’italiano medio, ma della classe dirigente, è la questione del trattamento economico senza confronti di circa 170 mila dirigenti del settore pubblico centrale e locale, che aumentano fino a quasi 200 mila comprendendo altre categorie, come la magistratura.
LA TRUPPA DEI SUPERBUROCRATI. Fra questi 200 mila, la rassegna biennale 2013 dell’Ocse sulla Pubblica amministrazione ha individuato nel novembre 2013 i superburocrati meglio pagati in assoluto fra quelli dei 34 Paesi aderenti all’Organizzazione degli industrializzati. Forse non è esatto in tutti i casi, le cifre Ocse tengono conto dei costi complessivi, contributi compresi (ma alti contributi significano alte pensioni, e non è un errore conteggiarli). Sono stime su dati 2011 e non tengono conto del tetto di 302 mila lordi scattato per i dipendenti di ministeri ed enti dal 2012. Conteggiano solo alcuni ministeri, ma grossomodo fotografano la situazione. Lasciando fuori i veri record di certi organi costituzionali.
Purtroppo anche in altre ere storiche il top della classe burocratica è riuscito in Italia a farsi super pagare, basti pensare a Pietro Badoglio. E non va dimenticato, come esempio spicciolo, che le truppe sudafricane e britanniche che conquistarono i fortini italiani in Africa orientale rimasero in genere sorprese per la comodità e il lusso dei quartieri ufficiali e per la miseria di quelli della truppa.
L’invidia sociale, sempre perniciosa, va controllata. Ma un difetto nazionale su questo fronte c’è. Riformeremo anche questo?

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