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INTERVISTA 14 Agosto Ago 2014 0600 14 agosto 2014

Giappone, Abe e la sfida delle riforme

Il Pil cala. Ma come in Italia occorre trasformare il Paese.

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Un tonfo così non si vedeva dallo tsunami del 2011. Il 13 agosto il Giappone si è svegliato con gli occhi del mondo addosso e il Prodotto interno lordo in caduta del 6,8% su base annua (dati del secondo trimestre).
LE PROMESSE DI ABE. Il Paese della crisi infinita - non cresce praticamente dal 4 gennaio 1990 -, e inghiottito da un decennio di stagnazione, aveva creduto alle promesse di riscatto del primo ministro Shinzo Abe. E con lui la fetta di Occidente affossata dalla crisi.
Gli annunci roboanti del premier eletto nel 2012, seguiti da impressionanti iniezioni di liquidità sui mercati finanziari, persino mal sopportate dagli alleati americani, avevano convinto il Sol Levante che la nottata fosse passata. Ora tutto è da rifare e da ricredere?
Visti dall'Europa lambita dalla deflazione, con la produzione industriale tedesca in calo e un'Italia alle prese con l'ennesimo record del debito pubblico, i dati del Giappone fanno paura. Perché, in fondo, instillano un dubbio: nell'era della competizione globale con i Brics, il declino economico delle potenze del G7 è ineluttabile?
UN TONFO PREVISTO. In realtà, il calo vistoso della produzione di Tokyo era ampiamente previsto. Ed è il risultato dell'innalzamento dell'Iva dal 5 all'8% deciso dal governo per abbattere il debito (doppio di quello italiano), compensato dalla crescita del primo trimestre, quando i giapponesi erano corsi a fare acquisti in previsione dell'aumento delle imposte gonfiando il Pil del 6,7%.
LA SFIDA DELLE RIFORME. La ripresa economica giapponese, spiega a Lettera43.it il docente di Economia dello sviluppo internazionale, Carlo Filippini, non è ancora stata davvero dimostrata: «Si gioca come come quella italiana sulle riforme strutturali: annunciate ma tutte da fare». E soprattutto per nulla scontate. Visto che le priorità vanno dallo «scioglimento dei legami di corruzione tra burocrazia e imprese» all' «aumento dei redditi da lavoro».

Carlo Filippini, docente di Economia dello Sviluppo internazionale alla Bocconi.


DOMANDA. La politica aggressiva di Abe, la cosiddetta «Abenomics», doveva far ripartire l'economia giapponese ed essere un modello per l'Europa. Ci siamo sbagliati?
RISPOSTA. No, o almeno non ancora. La leva monetaria di Abe è stata efficace. Nel 2013 la Banca centrale giapponese ha seguito il modello americano e ha iniettato attraverso operazioni di quantitative easing grande liquidità sui mercati.
D. Con quali effetti?
R. Lo yen si è deprezzato e la moneta più debole ha spinto l'export. L'indice Nikkei, il principale indice della Borsa giapponese, il primo gennaio 2013 segnava 11 mila punti, durante l'anno ha toccato la vetta dei 16 mila e ha iniziato il 2014 a 15.200 punti.
D. Insomma il guadagno c'è stato. Intanto però il Pil non cresce...
R.
Abe ha presentato agli elettori tre frecce nel suo arco: una è la leva monetaria, una è la politica fiscale e la terza sono le riforme strutturali. La prima ha funzionato, la seconda così e così.
D. Perché?
R.
L'aumento dell'Iva ha frenato i consumi. Ma sulla carta serve a rimettere in ordine i conti pubblici. In un Paese con un debito al 240% del Pil, anche se detenuto per il 95% all'interno della nazione, il governo deve per forza accumulare avanzo primario per sanare le casse statali.
D. Con l'export che va bene e i consumi male si può tornare a crescere?
R.
No. Infatti per crescere serve la terza freccia: le riforme strutturali.
D. In concreto?
R.
La prima è la riforma del lavoro.
D. L'idea è aumentare i contratti atipici?
R.
No, al contrario. Il Giappone ha il problema opposto: un terzo dei lavoratori ha contratti di lavoro precari. E nonostante la deflazione il loro reddito non è aumentato. Significa che non riescono a ridare vigore ai consumi.
D. Quindi?
R. Quando la stessa tendenza è stata registrata in Germania, la Bundesbank ha suggerito la necessità di alzare i salari oltre il 3%. L'obiettivo insomma è aumentare i salari e il potere di acquisto.
D. E poi?
R. Poi servirebbe una riforma della previdenza e dell'assistenza alle donne. E una riforma della scuola.
D. Cioè?
R. Fino ai 25 anni le donne giapponesi hanno impieghi di bassa qualità, poi si sposano e rientrano nel mondo del lavoro attorno ai 35 anni, non aggiornate e dequalificate. Risultato: non vogliono più sposarsi. E così la crisi demografica nipponica rischia persino di peggiorare.
D. E sul fronte istruzione?
R. Il Giappone è arretrato nel settore hi tech anche per via della scuola. Il motto del sistema scolastico nazionale da 15 anni a questa parte è stato: «Ribattere i chiodi che sporgono». Come a dire: bisogna far trionfare ordine e conformismo. Invece occorre riformare il sistema scolastico
D. Nessun taglio previsto, quindi?
R. Certo. Servono liberalizzazioni: nella sanità, nell'agricoltura, nei settori in cui il costo della mancata concorrenza viene pagato dai cittadini.
D. Solo?
R. E poi c'è la riforma delle riforme, la più difficile ma anche quella da cui dipende la riuscita dell'esecutivo: sciogliere la connessione fortissima tra burocrazia di Stato e imprese. Un asse che in Giappone è molto più potente di governo e parlamento. E che è la fonte della spesa improduttiva.
D. Come in Italia?
R.
Non proprio. In Giappone per gonfiare il settore dell'edilizia, la lobby costruisce tre ponti di cui due inutili. In Italia invece tra Comuni che bloccano i lavori e comitati che li contestano la stessa lobby incassa senza fare nulla.
D. A che punto è il governo Abe con le riforme?
R. Praticamente a zero.
D. Renzi e Abe hanno qualcosa in comune?
R. Entrambi giocano tutto sulle riforme. Renzi avrebbe potuto anticipare quelle economiche, ha puntato su quella del Senato forse pensando che fosse prioritaria per poi approvare in tempi più brevi le altre. In ogni caso anche per lui, la vera sfida è la lotta alla spesa improduttiva.
D. E le differenze?
R. La differenza è che Renzi non può usare la leva monetaria. L'Unione europea dovrebbe permettere di sforare i parametri del Fiscal compact e di Maastricht per almeno due anni senza commissariamento. A maggior ragione ora che la Germania e l'Eurozona risentono delle sanzioni alla Russia
D. Possiamo essere ottimisti o no?
R.
L'Ocse dice che l'Italia tornerà a crescere nel 2015. Se Renzi non porta a casa risultati entro l'inverno, ecco, allora avrà fallito.

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