Economia 18 Agosto Ago 2014 1607 18 agosto 2014

Perché l'inflazione fa bene all'economia

Lo Stato risparmia sui bot, le pensioni si rivalutano, i debitori si avvantaggiano e i consumi ripartono. Ecco come.

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Pier Carlo Padoan chiede a Mario Draghi di «fare la sua parte e di lavorare per portare l'inflazione al 2%. Sarebbe un livello accettabile».  Ed è anche l'obiettivo che per statuto la Banca centrale europea - l'organismo deputato a controllare sul costo della vita - si pone sulla dinamica dei prezzi. In ogni caso lontano da quel 4,1%, oltre il quale, secondo il Fondo monetario, scatta l'iperinflazione. Non serve scomodare John Maynard Keynes per capire che in una fase come questa dove la liquidità scarseggia e i consumi sono fermi - un processo costante e generalizzato di aumento dei prezzi  (inflazione appunto), si tradurrebbe in un plus di produzione e di denaro, che invertirebbe la tendenza in atto e porterebbe risorse all'economia reale. Cioè alle famiglie e alle imprese. Ecco come e perchè in 4 punti. LO STATO RISPARMIA SUGLI INTERESSI La crisi ha costretto tutti i Paesi a indebitarsi più del dovuto per mantenere i livelli di welfare, per ristrutturare il proprio sistema bancario o per confermare gli investimenti già acquisiti. Ne sa qualcosa l'Italia, che nonostante il nuovo record del debito pubblico (2.168,4 miliardi di euro) ha deciso nei primi mesi dell'anno di aumentare le emissioni di Btp per 99 miliardi rispetto a quanto fatto nel 2013, anche per pagare parte dei 75 miliardi di pendenze, che la pubblica amministrazione ha con le imprese. In quest'ottica, e considerando il caro vita come il principale strumento di erosione del costo del denaro, un’inflazione moderata e più alta di quella attuale (che è allo 0,4%) farebbe risparmiare non poco gli Stati emittenti in fase di riconoscimento delle cedole. Infatti, stampando moneta, questi ripagherebbero i prestiti ricevuti a un valore reale e minore rispetto a quanto pattuito al momento della sottoscrizione. Qualche anno fa alcuni economisti hanno calcolato che se l’Italia potesse contare su un ventennio con inflazione tra l’1,5 e il 2%, il Belpaese vedrebbe dimezzato il suo stock di debito.

I DEBITORI SONO AVVANTAGGIATI Come avviene per lo Stato, tutti i debitori sono avvantaggiati dall’aumento dell’inflazione a differenza di quanto capita ai creditori. La regola vale anche per i prestiti. Soprattutto se siamo di fronte a un pagamento dilazionato e regolato da un tasso fisso. Così il debitore si ritroverà a restituire il prestito ricevuto a una cifra inferiore rispetto a quanto pattuito, perché la somma in questione sconta un potere d'acquisto diminuito.
LA PENSIONE SI RIVALUTA
Il grosso degli assegni pensionistici è ancorato al costo della vita. Di conseguenza, quando il Pil non cresce e l’inflazione arretra, c’è il rischio che il vitalizio diminuisca nel tempo. Un rischio acuito quest’anno con dieci grande città italiane in deflazione. Non a caso è utile rifarsi a un documento dell’Inps riportato dal Messaggero, in cui  si legge: «Nel 1997 il tasso di rivalutazione dei contributi è stato del 5,58%. Nel 2012 si è scesi all’1,13%. Nel 2014 si avrà un tasso di capitalizzazione di segno negativo stimato pari a -0,02%». C’è il rischio che invece dei soliti mille euro al mese, il pensionato si ritrovi con 999,9 euro. E sarebbe la prima volta in assoluto da quando esiste il sistema contributivo.
I CONSUMI RIPARTONO
 L’inflazione crescente spinge le famiglie a consumare e le allontana dal risparmio o dalle rendite per paura che i prezzi in fuuro aumentino ulteriormente. Di conseguenza, e di fronte a una diminuzione del potere d'acquisto che ci spinge a “sbarazzarci” del danaro, diventa più conveniente smobilitare il conto in banca e comprare beni di consumo durevoli, come cambiare l’auto o la lavatrice. A meno che si opti per beni rifugio molto costosi come l’oro e le opere di arte, che si rivalutano nel tempo. E il Pil ne beneficia.

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