Economia 27 Agosto Ago 2014 1148 27 agosto 2014

I rischi del quantitative easing

Sembra la panacea di tutti i mali, ma nasconde pericolose bolle finanziarie, spese in deficit e critici effetti nel lungo termine.

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«A settembre lanceremo il nostro primo Tltro, che finora ha raccolto un notevole interesse da parte delle banche. Inoltre i nostri preparativi per gli acquisti sui mercati degli Abs asset-backed stanno facendo rapidi progressi e ci aspettiamo che contribuiscano a un ulteriore allentamento del credito». Anche nel discorso della svolta keynesiana di Jackson Hole - più investimenti e meno tasse - Mario Draghi non ha spiegato né come né quando impugnerà il suo “bazooka” contro la deflazione e il credit crunch né ha pronunciato la locuzione quantitative easing. Quindi nessuno sa se comprenderà l’acquisto di titoli di Stato, di mutui cartolarizzati o bad loans o se sarà ampio come quelli già realizzati da Fed e Bank of Japan. Fatto sta che la recessione della Germania e la stagnazione della Francia finiscono per garantire al banchiere italiano spazi di manovra inaspettati fino a qualche settimana fa. Anche i mercati - scettici dopo tre anni di annunci in questa direzione da parte della Bce - iniziano a ragionare in quest’ottica. Tanto che quantitative easing sta già sostituendo il termine spread come mantra per economisti, operatori e giornalisti finanziari. E rischia di diventare la parola dell'anno 2014.

I TRE OBIETTIVI DI DRAGHI
Gli obiettivi di Mario Draghi sono sostanzialmente tre: rompere la spirale di credit crunch, che spinge le banche a non erogare denaro a famiglie e imprese; portare il tasso di inflazione al 2% nell’area euro (ora è allo 0,4); indebolire l’euro per accelerare le esportazioni, nella speranza che la divisa comunitaria (oggi a 1,31) si quoti sul dollaro sotto gli 1,2. Se a ottobre questi tre propositi non vedranno la luce, allora il governatore passerà dalle parole ai fatti e lancerà il suo quantitive easing. Il numero uno della Bce vuole sia comprare titoli di Stato dei Paesi più deboli (ma deve prima ottenere il via libera del governo tedesco) sia, come confermato a Jackson Hole, rastrellare bond privati legati ad Abs e altri tipi cartolarizzazioni o bad loans, con l’obiettivo di ripulire i bilanci delle banche e “costringerle” a erogare prestiti. Se a ottobre l’inflazione e la produzione dell’eurozona continueranno a precipitare, c’è chi ipotizza uno scambio tra Draghi e la Merkel: l’Eurotower può allargare il suo target anche a Btp italiani, Bonos spagnoli e Oat francesi, ma in cambio deve alleggerire i forzieri degli istituti renani, ancora pieni di junk bond.
LA RISPOSTA DEI MERCATI

I più ottimisti sono gli analisti di Nomura. Stando a un sondaggio interno, il 30% degli economisti della banca giapponese è convinto che il quantitative easing (con acquisti sia di titoli di Stato sia di bond privati) partirà già in autunno. Il 45% attende il via per il prossimo anno. Da mesi il mercato non crede più come un tempo alle promesse del presidente della Bce. E come nel caso dello scudo lanciato nel 2012, vede nei suoi annunci soprattutto delle minacce a chi intende speculare in area euro. Della serie, la Bce è pronta a fare tutto per evitarlo, vi conviene sfidarla? Così si dà per certo l’avvio dal 18 settembre dei prestiti legati al nuovo TLtro (un miliardo a tassi vicino allo zero alle banche nei prossimi due anni se queste poi li trasformano in prestiti a famiglie e imprese); si dà per possibile l’acquisto di crediti privati; si considera quasi irrealistica l’ipotesi di acquisto di bond sul secondo mercato. Detto questo, da qualche giorno gli operatori stanno acquistando a manbassa titoli di Stato di Italia, Spagna e Francia, come se si desse per certo un intervento della Bce su questo versante. Nella stessa logica con la quale i fondi d’investimento internazionali hanno rastrellato sofferenze bancarie europee negli ultimi mesi. Semplice scommessa o queste realtà sanno qualcosa che il governatore non ha ancora comunicato? Fatto sta che Draghi un effetto l’ha ottenuto: gli spread tra i titoli dei periferici e il Bund decennale tedesco sono tornati sotto la soglia di guardia.

LE CONDIZIONI DEL BANCHIERE
A Jackson Hole Mario Draghi ha chiarito il suo “manifesto politico”: politica monetaria e politica economica devono andare di pari passo. Il governatore si è detto pronto a finanziare una stagione di riforme europea, ma in cambio i governi devono liberalizzare il mercato del lavoro (per l’Italia una spinta in più per far saltare l’articolo 18), riconvertire le loro economie troppo legate alla manifattura e poco all’innovazione, rilanciare i grandi piani di investimenti nazionali. In quest’ultima richiesta c’è chi ha visto un richiamo alla Germania, che per aumentare la spesa (sua e dell’area) deve riflazionare: cioè gonfiare i suoi consumi interni aumentando i salari e liberalizzare il proprio mercato per fare abbassare i prezzi e accrescere la concorrenza.
I RISCHI CHE NESSUNO DICE
Mario Draghi non ha mai pronunciato la parola quantitative easing né, di conseguenza, indicato la sua entità. Ma gli analisti concordano che non potrebbe essere inferiore ai 500 miliardi di euro. Ma se il banchiere frena non è soltanto per una questione economica, perché - come rilevano gli azionisti forti della Buba – operazioni simili metterebbero a rischio i forti dividenti garantite ogni anno dalla Bce. In primo luogo perché all’aumento di massa monetaria seguono sempre bolle finanziarie, che potrebbero essere letali in un’area dalla produzione asfittica come l’Europa. Alcuni osservatori fanno notare poi che, dopo la sbornia iniziale, queste misure finiscono per avere effetti poco positivi sul lungo termine. E che sono difficilmente applicabili in Europa: vuoi perché qui manca un vero mercato delle cartolarizzazioni, vuoi perché i governi ne approfitterebbero per ritardare le riforme necessarie e farebbero spesa in deficit.

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