Economia 29 Agosto Ago 2014 1039 29 agosto 2014

Allarme deflazione, torna dopo oltre 50 anni

I prezzi ad agosto sono in calo. La disoccupazione balza a 12,6%. Per Squinzi serve un progetto per il Paese.

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Da agosto l'Italia è ufficialmente entrata in deflazione. In pratica i prezzi non crescono più, ma sono in calo. Il che al cointrario di quanto sembra non è un buon segno. A certificarlo è stata la rilevazione dell'Istat sull'indice dei prezzi al consumo (Ipac) che nelle prime stime ha segnato un calo dello 0,1% rispetto allo stesso mese del 2013 (era +0,1% a luglio). L'ultima volta che si era verificato il fenomeno è stato oltre 50 anni fa, cioè dal settembre del 1959, quando però l'economia era in forte crescita. Allora la variazione dei prezzi risultò negativa dell'1,1%, in una fase di 7 mesi di tassi negativi. DISCESA DA 4 MESI Il tasso di variazione annuale dei prezzi, ha comunicato l'istituto di statistica nazionale, è in discesa da quattro mesi consecutivi ed è passato per la prima volta in negativo ad agosto. L'Ipac è sceso dello 0,2% sia in termini congiunturali sia tendenziali. Nel confronto annuo si tratta del calo più marcato mai registrato dal nuovo indicatore in cui, dal 2002, si tiene conto anche delle riduzioni temporanee di prezzo, ovvero degli sconti e dei saldi. L'inflazione acquisita per il 2014, ovvero il tasso che si avrebbe in media d'anno se il dato rimasse lo stesso fino a dicembre, sale allo 0,4% dallo 0,3% di luglio. EFFETTO DELLA CRISI In pratica nel nostro Paese c'è stata una diminuzione del livello generale dei prezzi (l'esatto opposto dell'inflazione). Che sarebbe positiva, almeno per le tasche dei consumatori, se avesse origine da una crescita dell'offerta. Ma nel caso italiano, si tratta di deflazione causata dalla diminuzione della domanda, conseguenza di un rallentamento dell'economia e di un aumento della disoccupazione. CONSUMI IN CALO La conferma questa volta arriva dalle casse dei supermerati e dai banchi del mercato.  Ad agosto l'insieme dei beni che comprende l'alimentare, i prodotti per la cura della casa e della persona, ha registrato una limatura dello 0,2% rispetto allo stesso mese del 2013, anche se in recupero rispetto al -0,6% di luglio. SALE LA DISOCCUPAZIONE: A LUGLIO 12,6% Un altro segnale di deflazione è l'emorragia di posti di lavoro. Che non si ferma non ostante i proclami della politica. Anche qui i numeri parlano chiaro. Sempre secondo quanto certifica l'Istat (dati provvisori), a luglio la disoccupazione è balzata al 12,6%, in rialzo di 0,3 punti percentuali su giugno e di 0,5 punti su base annua. Viene così cancellata la flessione del mese precedente, con il tasso che si riporta ai livelli di maggio, appena sotto i massimi storici. A luglio gli occupati sono scesi dello 0,2% rispetto a giugno, in calo di 35 mila unità. È come se si fossero persi più di mille occupati al giorno. Si registra una riduzione anche su base annua, con un ribasso dello 0,3% (-71mila). E aumenta, di conseguenza il numero dei disoccupati. Lo scorso mese sono saliti a 3,22 milioni, il 2,2% in più rispetto a giugno (+69.000) e il 4,6% rispetto a luglio 2013 (+143.000).  Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni a luglio è pari al 42,9%, in calo di 0,8 punti percentuali su base mensile, ma in rialzo di 2,9 punti nel confronto annuo. L'Istat aggiunge che sono in cerca di un lavoro 705 mila under 25. L'ALLARME DI SQUINZI «Mi auguro che accada qualche miracolo nell'ultimo trimestre» ha detto uno sconsolato Giorgio Squinzi, numero uno di Confindustria, dal palco del Meeting di Rimini  «ma sul fronte del Pil anche nel 2014  stiamo andando oramai verso un dato negativo dello 0,2 o 0,3%». Il nostro, per Squinzi è un Paese che ha bisogno di una scossa. Servono «decisioni anche dolorose ma che ci portino verso la crescita. Se mi dicono che bisogna fare dei sacrifici sono pronto, ma i nostri sacrifici devono avere una prospettiva, una visione di lungo termine. Dobbiamo avere una visione, un progetto in questo Paese: una volta per tutte dobbiamo pensare chi vogliamo essere, come vogliamo essere», avverte il presidente di Confindustria. Concetti che nelle stanze e nelle più prestigoise scuole di management del Paese girtano almeno da 10 anni. Ma nulla fino a ora è cambiato. Forse è propro per questo che per Squinzi ci vorrebbe un miracolo.

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