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ECONOMIA 29 Agosto Ago 2014 1344 29 agosto 2014

Deflazione, cos'è e che rischi ha

Perché il calo dei prezzi innesca una spirale negativa.

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Dopo averlo preannunciato quest’estate ora l’Istat l’ha confermato: siamo ufficialmente in deflazione.
Per il nostro Paese è quasi una novità. O meglio lo è per chi non c’era nel 1959, anno in cui l’Italia, per l’ultima volta fino a oggi entrò nella spirale del calo prezzi.
Insomma non c’è solo la recessione che attanaglia l’economia nostrana. Anzi, ora questo tandem di crisi (recessione-deflazione) rischia di rendere la situazione economica al limite del sopportabile.

1. Cos'è la deflazione: il calo dei prezzi che blocca il mercato

La deflazione ha un effetto diretto sui consumi. © ImagoEconomica

La deflazione è l’esatto contrario dell’inflazione: anziché salire i prezzi scendono. Ma se i prezzi scendessero di per sé si parlerebbe solo di disinflazione. In questo caso, infatti, la differenza è fatta dal contributo (passivo) degli acquirenti. A decretare l’insorgere della deflazione è infatti il calo dei prezzi legato a un freno nella spesa di consumatori e aziende.
Per l’Italia uno scenario simile è inedito. Il nostro problema principale, almeno fino all’ingresso nell’euro, è stato un livello dei prezzi cronicamente in salita.
In realtà mai come in questo caso economia e psicologia sono profondamente intrecciate l’una all’altra.
CONSUMI IN STALLO. Da una parte risparmiando sulla spesa i consumatori avrebbero la consapevolezza di avere più soldi da spendere altrove. Dall'altra, l’aspettativa di prezzi in continuo ribasso può facilmente spingere a un ritardo degli acquisti. In questo modo i consumi si bloccano: perché comprare oggi se domani lo stesso prodotto costerà di meno?
L’esempio più chiaro per capire questo meccanismo è ciò che è successo in Italia con il mercato immobiliare: i prezzi delle abitazioni dal 2010 al 2014 sono scesi del 10,4%. Un calo che è iniziato quindi dopo la crisi, per l’esattezza quando la gente ha iniziato a posticipare le spese più onerose. Si aspetta che i prezzi scendano ancora per comprare e così il mercato rimane in stallo.

2. Il rischio per i cittadini: salari più bassi e salasso sui mutui

Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan. © ImagoEconomica

Per chi non è abituato alle grandi statistiche potrebbe sembrare quasi una notizia positiva: se i prezzi dei beni calano, il conto alla cassa sarà più basso. Cioè spesa più economica e più soldi nel portafoglio da spendere altrove. Ma in realtà non è così. Il risparmio è solo un’”illusione”.
Se alle casse del supermercato il conto è meno salato questo si ripercuote per intero sulla tenuta del sistema economico nel suo insieme: le imprese, per poter essere competitive sul mercato, sono costrette ad abbassare i costi e questo si traduce in meno investimenti. Quindi meno occupazione e salari più bassi.
RIMBORSO PIÙ COSTOSO. Il problema riguarda pure i mutui e i prestiti contratti in passato perché il progressivo abbassamento dei prezzi rende più pesante il rimborso, senza considerare che il costo “pratico” del debito sui cittadini si misura soprattutto sulla sostenibilità degli interessi.

3. Il rischio per il Paese: nuove misure di austerity imposte dall'Ue

La sede del ministero del Tesoro, a Roma. © ImagoEconomica

Il nodo degli interessi non riguarda solo i cittadini ma anche lo Stato: l’Italia, infatti, rispetto a molti altri Paesi europei ha un debito pubblico particolarmente alto rispetto al proprio Prodotto interno lordo. E proprio sul debito pubblico la deflazione agisce in modo pesante, rendendo più soffocanti i parametri europei.
I rapporti debito-Pil e deficit-Pil contemplano infatti il prodotto nominale, che incorpora l’inflazione.
DEBITO E DEFICIT PEGGIORANO. Se il Pil nominale si riduce, debito e deficit peggiorano. In questo modo il famoso tetto del 3% del deficit, che è uno degli impegni del governo italiano nei confronti dell'Ue, diventa più difficile da rispettare. E il rischio è un’altra dose di austerity che potrebbe inasprire drasticamente deflazione e recessione.
Combattere la deflazione è più complicato per chi, come l’Italia, ha un debito pari al 130% del Pil e non è un caso che, negli ultimi mesi, anche il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan abbia più volte ripetuto come l’aumento dell’inflazione sia, insieme a una maggiore crescita, la soluzione per uscire da questa situazione.

4. Il 2014 non è il 1959: allora c'era il boom economico

Tra il 1958 e il 1959 il Pil italiano crebbe del 7%.

L'ultima volta che l'Italia è stata in deflazione era il 1959. E, oggi come allora, il termometro dell'Istat segna tassi sotto l'1%. Ma questo è l'unico elemento in comune con 55 anni fa, perché a confronto ci sono due contesti completamente diversi. Alla fine degli Anni 50 l'Italia era un Paese che si preparava al boom economico, adesso invece - e già da tempo - combattiamo con quella che molti hanno definito una recessione «recidiva» che ha sfiancato lentamente anche il sistema imprenditoriale e produttivo. Oggi il vero problema è capire come fare a riattivare una domanda che è ferma da tempo anche a causa degli stipendi al palo, disallineati - per lo meno in proporzione a quello che succedeva nel 59 - al costo della vita.
IL PIL CRESCEVA DEL +7%. Difficile fare paragoni, però i dati sul Pil sono abbastanza chiari: fra il 1958 e il 1959 l'Italia viveva un periodo di crescita e il Prodotto interno lordo sfiorava aumenti del 7%. Ora è tutta un'altra storia: i primi mesi del 2014 hanno decretato una nuova, o mai terminata, recessione. Tutto mentre la disoccupazione, secondo gli ultimi dati dell'Istat, è tornata a salire e a luglio è balzata al 12,6%, in rialzo di 0,3 punti percentuali su giugno con numeri preoccupanti soprattutto fra i giovani.
E proprio le difficoltà del mercato del lavoro complicano la ripresa dei consumi, mentre anche l'export soffre per effetto del clima generale europeo.

5. L'esperienza del Giappone: iniezione di liquidità e calo del Pil

Il premier giapponese Shinzō Abe. © Getty

La parola deflazione richiama alla mente la lunga esperienza vissuta dal Giappone negli ultimi anni, con la Banca centrale costretta a fissare un tasso d'interesse allo 0% per favorire la liquidità circolante.
Il premier Shinzō Abe ha deciso di spingere al massimo su investimenti e finanziamenti, con la BoJ che ha immesso sul mercato quasi 60-70 mila miliardi di yen all’anno (circa 450 miliardi di euro). Ad aprile scorso, tuttavia, il governo è stato costretto ad aumentare l’Iva, dal 5 all’8%, per la prima volta dopo 17 anni. Cosa che ha portato a una caduta massiccia dei consumi con un conseguente calo del Pil dell'1,7%.
CASI SIMILI IN GERMANIA E USA. Nel luglio 2009 anche la Germania è entrata in deflazione con una contrazione dei prezzi al consumo, secondo una prima stima dell'Ufficio Statistico Federale, dello 0,6% su base annua. E non succedeva dal 1987. Sempre nel 2009, a maggio, si è registrata una diminuzione del livello generale dei prezzi negli Usa. E adesso un nuovo allarme arriva anche dalla Spagna: l'economia iberica, infatti, nel secondo trimestre ha confermato il maggiore ritmo di crescita dal 2007, ma gli analisti hanno già messo in guardia sul calo dei prezzi al consumo che alimenta le preoccupazioni di una deflazione nel Paese e anche nell'intera Eurolandia.

6. Gli sforzi della Bce: il rifinanziamento non basta

Il governatore della Bce, Mario Draghi. © Getty

Finora gli sforzi dell'Europa si sono principalmente concentrati sul monitoraggio dell'inflazione. La via maestra è stata quella di una massiccia iniezione di liquidità con un piano di rifinanziamento dell'Eurosistema di circa 1.000 miliardi.
L'obiettivo è fare in modo che questi soldi passino dalla Bce direttamente alle banche e da queste a imprese e famiglie, per dare una scossa all'economia e tornare a stimolare gli acquisti visto che il calo dei prezzi e la deflazione sono ben più temibili - in questa fase - dell'inflazione. Sempre per questo motivo la Bce ha portato a 0,15% il costo del denaro.
RISULTATI SOTTO LE ASPETTATIVE. Purtroppo gli effetti non sono stati quelli sperati, anzi. Non solo il taglio dei tassi non è servito, ma le iniezioni di liquidità del dicembre 2011 e del febbraio 2012 si sono limitate ad alimentare l’acquisto di titoli di Stato da parte degli intermediari bancari.

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