Economia 29 Agosto Ago 2014 1708 29 agosto 2014

Tutte le mediazioni flop di Tarak Ben Ammar

Quella di Telecom Vivendi è stata solo l'ultima delle trattative seguite dal finanziere tunisino ad andare in fumo. I dettagli.

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Tarak Ben Ammar
Quando c’è da fare i soldi con le telecomunicazioni tutti bussano alla porta del finaziere Tarak Ben Ammar. Perché è amico di Rupert Murdoch, del principe saudita Al Waleed, di Silvio Berlusconi, di Vincent Bollorè o di Naguib Sawaris. Sarebbe stato lui a organizzare il pranzo ferragostano sullo yacht del finanziere bretone, durante il quale Marco Patuano (Telecom) e Alberto Nagel (Mediobanca) avrebbero dovuto convincere il numero uno di Vivendi a lanciare un’alleanza planetaria, che dall’Italia alla Francia avrebbe coperto anche il Brasile. Come è andata a finire, è cronaca: Vivendi ha venduto a Telefonica, non a Telecom, la paulista Gvt. Ma a ben guardare non è questa l’unica mediazione andata a mal partito portata avanti dall'uomo di affari tunisino, che ha studiato a Roma e a Washington, ha il suo quartier generale a Parigi e ha ricreato nel deserto una Cinecittà dove si girano i colossal di tutto il mondo. Ecco alcune vicende, che non rendono onore alla fama dell’uomo. QUANDO BERLUSCONI VOLEVA VENDERE LE TIVÚ Era il 2008 e Silvio Berlusconi era nel pieno della sua traversata nel deserto come capo dell’opposizione. Al governo c’ era Romano Prodi, ma il Cavaliere – dopo aver stretto il patto della Bicamerale con Massimo D’Alema – era ormai convinto a restare in politica. Quindi nella sua terza vita decise che era venuto il momento di disfarsi di Mediaset. E a chi ha dato il compito di trovare un acquirente? Ben Ammar è stato bravo ad aprire due tavoli: uno con il principe saudita Al Waleed (che poi diventerà socio minoritario del Biscione) e un altro con Rupert Murdoch. Ha raccontato poi lo stesso produttore: «Berlusconi mi mandò a parlare con Murdoch. Il tycoon di Newscorp avrebbe voluto comprare Mediaset. Berlusconi lo aveva tenuto in sospeso durante tutta la trattativa con Al Waleed. Incontrai Murdoch a Villa d’Este, sul lago di Como. Gli dissi che lui era il mio modello di uomo cosmopolita, che grazie a lui avevo fatto il più grosso affare della mia vita e che il mio sogno era di ripagarlo». Questa professione di fede servì ad Ammar a diventare «uno dei suoi advisor in Europa», ma non bastò allo Squalo per conquistare le tivù del Cavaliere. C’è chi dice che il deal saltò perché l’australiano voleva risparmiare. «Fandonie», ha raccontato Ben Ammar a Sette, il settimanale del Corriere della Sera. «L’operazione era fatta. Ma si opposero Marina e Pier Silvio. Lo stesso Murdoch ha avuto conflitti in famiglia con il primogenito Lachlan, quindi sa come vanno queste cose». IL TENTATIVO DI CEDERE TELECOM A MURDOCH Otto anni dopo è stato Murdoch a chiedere a Ben Ammar di convincere Marco Tronchetti Provera a portare Telecom nella galassia Newcorp. Il 7 settembre di quell’anno il produttore prenotò un Jet per portare l’allora numero di Telecom e i vertici della compagnia (Marco Buora e Riccardo Ruggiero) a Zante, dove era ormeggiato il trialberi Rosehearty del tycoon. Qui si è tenuta una trattativa che nelle intenzioni dei protagonisti doveva chiudersi con un accordo lampo per la nascita della prima grande media company europea, con Alice che in Italia, Francia e Germania avrebbe dovuto diffondere via cavo Sky. Ma sul più bello Marco Tronchetti si è tirato indietro. Sempre con  Sette  il finanziere fece ammenda: «In quell’occasione la mia mediazione fallì. Non c’era accordo sul prezzo. E poi arrivavano troppe pressioni dal mondo politico». Qualche settimana dopo l’imprenditore rese noto che il principe dei Prodi boys, Angelo Rovati, gli aveva presentato un piano del governo per nazionalizzare la rete. IL MESSAGGIO A SARKO SU ALITALIA 

Nel 2008 l'inquilino di Palazzo Chigi era di nuovo Romano Prodi. E il professore, insieme con il suo ministro economico Tommaso Padoa-Schioppa, era l’unico che in Italia voleva vendere Alitalia ad Air France. Poi il quadro è cambiato. L’ex presidente dell’Iri è caduto insieme con Clemente Mastella (l’allora Guardasigilli era stato indagato dalla procura di Santa Maria Capua Vetere) e Jean-Cyrill Spinetta, ai tempi presidente e amministratire delegato di Air France, si è visto rifiutare da Maurizio Prato, numero uno di Fintecna, la richiesta di trasferire all’ente liquidatore dell’Iri 500 dipendenti della Magliana. Così non c'erano più le condizioni per chiudere l'operazione, che saltò. Nella storia infinita di Alitalia è subentrato poco dopo Corrado Passera (all’epoca amministratore delegato di Intesa), che ha approfittato della situazione per rilanciare le mire del suo cliente (Carlo Toto, patron di Airone), sulla compagnia di bandiera. Con l'aiuto di Silvio Berlusconi, intenzionato a fare  dell’italianità del vettore uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale. Ma essendo un uomo di mondo il Cavaliere decise di mandare, attraverso Ben Ammar, un messaggio al presidente francese, Nicolas Sarkozy, per spiegargli che la sua era solo una bagatella politica e che a urne chiuse era pronto ad aprire le porte ai francesi. La storia ha poi chiarito che di quel messaggio Sarkò non ne fece nulla.

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