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BRACCIO DI FERRO 1 Settembre Set 2014 1520 01 settembre 2014

Usa-Germania, lo scontro sul rigore e il pressing su Draghi

Austerity e crescita: dietro la telefonata con Draghi il braccio di ferro Usa-Germania

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Tirato per la giacca dagli Usa per americanizzare la Banca centrale europea (Bce) e pressato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel per rientrare nei binari del rigore.
La Germania è preoccupata, ha scritto rompendo il silenzio der Spiegel. Non si fida più del banchiere dell'Eurozona Mario Draghi al punto da alzare la cornetta e chiamarlo per chiedergli se davvero è intenzionato ad abbandonare le politiche d'austerity.
La telefonata, stando ai rumors raccolti dal magazine tedesco, sarebbe arrivata dopo il discorso di Draghi sulla flessibilità, al forum dei banchieri centrali di Jackson Hole, negli Usa, di fine agosto.
L'EUROZONA SI ALLONTANA DALLA RIPRESA. Ai capi dei massimi istituti monetari, divisi tra flessibilità e austerity al simposio della Federal Reserve americana (Fed), Draghi ha consigliato di sfruttare la «flessibilità esistente all'interno delle regole per meglio indirizzare la ripresa debole e per fare spazio ai costi per le necessarie riforme strutturali», indispensabili per creare «nuove opportunità di lavoro». Una frase troppo americana, alla luce soprattutto del continuo dirsi pronto del capo della Bce a «misure non convenzionali». E del pressing aggressivo degli economisti Usa, che, a detta dei colleghi tedeschi, vogliono spingere Draghi a «dichiarare lo stato d'emergenza».
Con il Pil (Prodotto interno lordo) della Germania sotto dello 0,2% nell'ultimo trimestre, l'Italia in deflazione e la Spagna e la Grecia con la disoccupazione ancora sopra il 25%, nel 2014 l'Eurozona appare allontanarsi dalla timida risalita prospettata: imprigionata, piuttosto, in una crisi senza uscita.
DRAGHI DIVENTA IL «KAISER NERO». Il quadro internazionale, ha detto Draghi, è sempre più complicato per le «turbolenze nei Paesi emergenti e gli accresciuti rischi politici», che, tra le varie cose, espongono l'Europa (Germania inclusa) al rincaro dei costi energetici.
Questo scenario sembra impensierire il super-banchiere della Bce ancora più delle ostinate politiche tedesche per contenere i Paesi Ue nella gabbia del Patto di Stabilità. Nonostante le critiche, Berlino resta sorda alle copertine dell'Economist e all'allarme dei grandi investitori, che ormai descrivono Draghi come Nerone, «il Kaiser nero». Con le mani imbrigliate, mentre «Roma brucia».

Pressing degli Usa su Draghi e contropressing tedesco: il braccio di ferro

Angela Merkel e Mario Draghi.

Berlino non si smuove dal dettare l'immobilismo in Europa. La prima replica ufficiale della Germania alle indiscrezioni sulla telefonata è stata secca.
Il portavoce di Merkel, Steffen Seibert, ha smentito che la cancelliera abbia mai «chiesto risposte» a Draghi («in nessun modo corrisponde ai fatti») nella chiamata, ammettendo tuttavia che la chiamata c'è stata: il suo contenuto, infatti, non può essere rivelato perché il governo tedesco non rende mai pubbliche le conversazioni confidenziali di Merkel.
WASHINGTON CHIEDE MENO AUSTERITY. Il fatto può essere letto come uno stato di debolezza dei conservatori tedeschi: limitati: in Germania, dal dover governare in una Grosse Koalition con i socialdemocratici, e all'estero dalle richieste sempre più insistenti di Francia, Italia e Gran Bretagna - ma anche dal Fondo monetario internazionale (Fmi) e dagli Usa - ad allentare le briglie del rigore.
La conversazione riservata tra Merkel a Draghi è tuttavia anche un segno della ferma volontà della Germania di insistere sull'asse del rigore. Per rassicurare i poteri forti tedeschi, scrive sempre der Spiegel, Draghi avrebbe ricordato alla cancelliera come il suo discorso negli Usa contenesse anche il «richiamo a tutti i Paesi in crisi alle riforme strutturali».
COLLOQUIO CON SCHÄUBLE. Per sgombrare ulteriormente il campo dai dubbi, inoltre, il banchiere della Bce avrebbe poi chiamato il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble: «Tanto Merkel che Schäuble», nei colloqui, avrebbero fatto «chiaramente presente» a Draghi di restare fissi sulla politica del risparmio.
Il custode dell'austerity tedesco, che conserva la poltrona del Tesoro anche nella larga coalizione, d'altra parte, dopo l'intervento di Draghi a Jackson Hole si era subito affrettato a rimarcare come le dichiarazioni del capo della Bce negli Usa fossero state «mal interpretate». Questa volontà tedesca di contrapporre, alle pressioni americane, altrettante contropressioni, non è da sottovalutare.

La smentita a scoppio ritardato di Merkel: il giallo della chiamata

Tra le cartucce da sparare, i conservatori di Merkel hanno il nuovo governo francese di François Hollande, reduce da un rimpasto che ha fatto fuori l'ala sinistra dei socialisti, contraria ai tagli e alle riforme strutturali.
In Italia c'è poi il governo bipartisan di Matteo Renzi: il quale, in cambio di altisonanti richiami alla «crescita» (per lo sblocca Italia, finora si è attinto ai rimasugli dei Fondi europei per lo sviluppo), ha stretto un patto con la cancelliera, per compiere riforme alla tedesca.
La prova che Berlino non si scompone alle turbolenze della Bce è il basso profilo adottato, nella polemica, dalla stampa di destra tedesca.
NO COMMENT DAI CONSERVATORI. Il fortino della Frankfurter allgemeine Zeitung ha adottato un profio bassissimo: silenzio assoluto sui gossip di der Spiegel e ampio spazio, invece, a una lunga analisi sulla congiuntura economica di Schäuble, mentre ha ribadito i pilastri di mandato della Bce, «che deve occuparsi della stabilità dei prezzi, non di finanziare gli Stati».
Il ministro delle Finanze tedesco è tornato a spiegare all'opinione pubblica che, per i poteri che ha, la Banca centrale europea «non può fare più nulla contro la crisi, ha esaurito le sue munizioni».
Le misure «non convenzionali» brandite da Draghi, insomma, per la Germania semplicemente possono esistere. Da questa posizione né Merkel, né tantomeno la Bundesbank, i banchieri centrali tedeschi, intendono schiodarsi.
RECORD DI AVANZO PUBBLICO. A quanti all'estero sbandierano la flessione trimestrale del Pil teutonico, il foglio finanziario Handelsblatt rammenta il «record dell'avanzo di bilancio» pubblico. «Grazie a un mercato occupazionale molto favorevole», a metà del 2014 lo Stato tedesco ha incassato un gettito fiscale e contributivo di oltre 16 miliardi in più dell'anno precedente: «Il surplus più alto dalla riunificazione».
Vista da Berlino, la crisi dell'Eurozona è ancora un problema degli Stati in crisi, non della Germania: Draghi, che il primo settembre ha visitato Hollande all'Eliseo, ha di fronte a sé un osso duro. Tra l'altro, i cristiano-democratici (Cdu) di Merkel si confermano saldamente in testa, con il 39,5%, anche alle elezioni regionali del Land della Sassonia: all'orizzonte si profilano solo gli avversari di destra di Alternative für Deutschland (9,6%), raddoppiati con il crollo dei liberali (Fpd).
PAROLE AMBIGUE DA BERLINO. Ma anche verso gli euroscettici tedeschi, la cancelliera saprà prendere le dovute contromisure. Resta il giallo sulla telefonata a Draghi. Da Francoforte, la Bce ha dribblato le polemiche dichiarando, con una frase che si presta a più interpretazioni, «inesatto che Merkel abbia chiamato Draghi per contestare le frasi dette a Jackson Hole».
Con una seconda dichiarazione, da Berlino Merkel, per bocca di Seibert, ha dichiarato a scoppio ritardato che «è stato Draghi» a chiamare, non viceversa. Ancora le «speculazioni sui contenuti del colloquio non hanno nulla a che fare con la verità», poi no comment. Certo Angela avrà avuto il suo daffare, tra elezioni, summit Ue, consiglio di Difesa per armare i curdi. Ma la Bce è la Bce. Perché far smentire l'atto della chiamata solo un giorno dopo?

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