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L'ANALISI 2 Settembre Set 2014 1756 02 settembre 2014

Crisi Ue: Mario Draghi e le ipotesi d'azione

L'economista Baglioni suio margini di manovra del numero uno Bce.

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L'ultima telefonata partita dal suo ufficio e diretta alla cancelleria di Berlino è diventata un caso internazionale. Su Mario Draghi, l'uomo che per la maggiorparte degli analisti ha salvato l'Unione europea dal fallimento, continuano ad accumularsi retroscena, aspettative e tensioni.
OCCHI PUNTATI SULL'EUROTOWER. Con la recessione in Italia, la stagnazione in Francia, in Germania e persino in Svizzera, con l'inflazione europea scesa allo 0,3% e la frenata del manifatturiero, sono in molti ad attendere dall'Eurotower un colpo di scena, un intervento salvifico, una svolta che dia una boccata d'ossigeno al mercato europeo.
IL RICHIAMO DI DRAGHI. Ma gli interventi che il banchiere italiano potrebbe annunciare nel rituale discorso del primo giovedì del mese sono in realtà limitati, ha spiegato a Lettera43.it Angelo Baglioni, docente di Economia monetaria all'Università Cattolica di Milano. Ed è anche per questo che Draghi ha richiamato i governi europei, compreso quello tedesco, alle loro responsabilità sul piano fiscale.
Ecco cosa può fare e non può fare Super Mario. E perché la ripresa rischia di essere lontana.

Angelo Baglioni, docente di Economia monetaria all'Università Cattolica di Milano.

1. Risposta fiscale alla mancanza di domanda interna

Da due anni a questa parte, da quando nel luglio del 2012 Mario Draghi si disse pronto a fare whatever it takes, qualsiasi cosa fosse necessaria, per salvare l'euro, la Bce ha varato misure 'eccezionali' di politica monetaria senza mai incontrare una vera opposizione da parte del governo di Berlino. Anzi, spesso l'esecutivo tedesco si è trovato più in linea con Draghi che con i falchi della Bundesbank.
UE A RISCHIO DEFLAZIONE. Questa volta, però, nel discorso tenuto a Jackson Hole, in occasione del summit dei banchieri centrali, Draghi ha invocato una risposta fiscale alla mancanza di domanda interna che sta facendo scivolare l'Ue in deflazione. In sostanza, ha spiegato Baglioni a Lettera43.it, il governatore della Bce ha richiamato tutti alle loro responsabilità: se l'Eurotower si deve occupare di politica monetaria, i governi europei hanno in mano la leva delle tasse. Dopo tanti richiami ai Paesi indietro con le riforme strutturali, l'appello sembra rivolto soprattutto al governo guardiano del rigore e del Fiscal compact.

2. Maggiore flessibilità in materia di Fiscal compact

Draghi ha invocato una politica fiscale che possa sostenere la domanda interna. Molti l'hanno interpretato come un invito al taglio delle tasse finanziato tramite bond garantiti a livello europeo, quindi in sostanza gli eurobond.
SPAZI DI MANOVRA LIMITATI. In realtà, ha ribadito Baglioni a Lettera43.it, questi strumenti non sono accettati nell'attuale dibattito politico. E i margini di riferimento di Draghi sono più limitati. Si tratterebbe in sostanza di concedere più flessibilità nel percorso di riduzione del rapporto debito Pil previsto dal Fiscal compact. Oggi il trattato prevede un taglio del debito di un ventesimo l'anno fino a raggiungere un rapporto debito Pil del 60%: un ritmo difficilmente sostenibile per Paesi come l'Italia.

3. Tra Usa e Giappone, il nodo del quantitative easing

In questi due anni la politica della Bce è stata particolarmente efficace nel tamponare la crisi finanziaria e ha invece faticato nel fare ripartire l'economia reale. In molti chiedono a Draghi uno stimolo diretto, con acquisto di titoli di Stato e immissioni di grossa liquidità sul mercato. Insomma, una vasta operazione di quantitative easing come quelle già realizzate in questi anni dalla Bank of England, dalla Federal Reserve americana e dalla Bank of Japan, convertita all'Abenomics di Shinzo Abe.
TRA FALCHI E CICALE. Tuttavia, per l'Unione europea ci sono almeno due problemi, ha osservato Baglioni. La Bce dovrebbe decidere quali titoli di Stato acquistare, con tutte le polemiche del caso. E un suo intervento potrebbe essere interpretato come un azzardo e un affronto morale alla politica del rigore, per i falchi una sorta di liberi tutti per le cicale dell'Europa mediterranea. Ovviamente, ha fatto notare il docente di economia monetaria, questa versione può essere ampiamente smentita, visto che tutti i Paesi sono in ogni caso sottoposti a vincoli precisi. Ma tant'è: il quantitative easing è un'ipotesi presa in considerazione, ma ancora lontana dalla realizzazione.

4. Ipotesi svalutazione dell'euro per sostenere export made in Ue

I retroscena che si rincorrono in attesa del discorso di Draghi hanno accarezzato anche l'idea di una svalutazione della moneta unica: ipotesi cara al ministro francese delle Finanze, Michel Sapin, e ai grandi gruppi d'Oltralpe come Airbus. Tuttavia, la Bce non ha poteri di intervento diretto sul mercato valutario. Può agire sui tassi di interesse di prestito della moneta, già ribassati, e far costare meno l'euro sui mercati.
L'ESEMPIO DELLA FED. La moneta unica potrebbe quindi deprezzarsi per effetto combinato delle politiche dell'Eurotower e della Federal Reserve americana. La Fed infatti sta progressivamente chiudendo il programma di stimolo ai mercati Usa che ha dato grandi risultati in termini di ripresa, proprio mentre l'Europa sta premendo l'acceleratore sulla politica espansiva. In questo modo, la differenza di condizioni di prestito del denaro che si verrà a creare tra le due rive dell'Oceano Atlantico, dovrebbe avere effetto sul mercato dei cambi, facendo apprezzare il dollaro e andando a sostenere l'export made in Ue. Le rassicurazioni arrivate da Draghi sulla politica espansiva della Bce hanno già avuto in parte una ricaduta sulla valuta. Ma anche su questo punto l'azione della Bce non è diretta e gli andamenti del mercato sono incerti.

5. Sul tavolo il programma di prestiti alle banche e forse acquisti Abs

La maggiorparte delle attese di investitori, imprenditori e governi rischiano però di essere deluse. La sola certezza è che il 18 settembre è destinata a partire la Long term refinancing operation (Ltro), un nuovo piano di maxi finanziamento a lungo termine alle banche dei Paesi Ue. Il programma, della durata di due anni, è stimato in un massimo di 1.000 miliardi di euro.
Un'altra possibile operazione al vaglio della Bce è un maxi piano di acquisti di titoli Abs (Asset-backed security), cioè prodotti cartolarizzati, che impacchettano mutui, prestiti a famiglie e imprese.

6. Il sostegno agli istituti di credito non dà garanzie

Il finanziamento a lungo termine alle banche rischia però di non ottenere l'effetto sperato dal mercato. Per le prime due tranche della Ltro, fissate a settembre e a dicembre, la Bce dovrebbe offire agli istituti di credito prestiti proporzionati al denaro erogato dalle stesse banche fino ad aprile del 2014, in modo da sostenere chi si è impegnato nella lotta al credit crunch. Finora però la Bce non ha imposto nessun paletto.
MEGLIO GLI INCENTIVI CHE I VINCOLI. «Il sistema si regga su incentivi, non vincoli», ha riassunto Baglioni. «Le banche non sono tenute a usare il prestito per sostenere le imprese, per questo dubito dell'efficacia di tale politica». Il rischio insomma è tornare allo stallo di spread calmierati e imprese e famiglie in affanno. In altre parole stagnazione e deflazione.
Secondo l'analista, il piano di acquisto di Abs potrebbe avere effetti più sensibili: da una parte potrebbe stimolare nuovi investimenti di assicurazioni e fondi pensioni. E dall'altra permetterebbe alle banche di liberarsi di prestiti (e quindi di passivi) generando nuova liquidità da rimettere sul mercato. «Questo è il massimo che ci possiamo attendere», ha concluso il professore. «E non è nemmeno detto che avvenga».

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