Economia 2 Settembre Set 2014 1924 02 settembre 2014

Quantitative easing: le paure di Merkel

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Mario Draghi e Angela Merkel sono divisi dalla politica di austerirty che da anni regna in Europa. La pressione su Mario Draghi, il presidente della Bce da cui mezza Eurozona si aspetta un nuovo miracolo in grado di far ripartire crescita e inflazione, torna ai livelli record dell'estate 2012, quando c'era da salvare l'euro dal tracollo del debito italiano e spagnolo sui mercati. L'opinione prevalente fra gli analisti era che la Bce prendesse tempo prima di agire con eventuali misure radicali. E invece che Draghi, nonostante la recessione in Italia e la stagnazione in Francia, Germania e oggi anche Svizzera, l'inflazione europea scesa a 0,3% e la frenata del manifatturiero, ha tagliato ancora i tassi, facendo quello in molti si aspettavano due anni fa. LE BORSE AVEVAVO PUNTATO TUTTO SUL QUANTITATIVE EASING Ai mercati, che puntano in misura crescente sul quantitative easing all'americana, la Bce potrebbe tuttavia consegnare un'accelerazione, magari l'annuncio di un vero e proprio programma, di credit easing, ovvero acquisti di titoli Asset backed securities (Abs), che impacchettano prestiti a famiglie e imprese. Non si tratterebbe degli acquisti di bond, in particolare titoli di Stato, che a gran voce chiedono i governi e molta parte della stampa. A spingere per un non intervento era stata la Germania di Angela Merkel. Economiaweb.it ha cercato di riassumere le sua paure in tre punti. 1. FINE DELLA CORSA AL BUND: IL VANTAGGIO DI FINANZIARSI A COSTO ZERO DURA DAL 2009 Sarebbero di portata immensa le ripercussioni sul sistema tedesco di fronte a una simile operazione. Se Draghi comprasse titoli di Stato dei Paesi più deboli (Btp, Bonos o Oat), questi prodotti diventerebbero più attraenti per gli investitori. I quali, a questo punto, potrebbero anche fare a meno di rifugiarsi nel sicuro, ma non più remunerativo Bund. Grazie a questo schema, e almeno dal 2009, la Germania si rifinanzia a interessi zero, visto che tutto il mondo fa la fila per nascondere il proprio denaro nei forzieri del locale Tesoro. A margine, vanno poi segnalate le contese tra Draghi e la Merkel che hanno poco a che fare con il rispetto della regole e la necessità di tenere i conti apposto. La Germania ha già avallato un acquisto di titoli Abs perché spera che la Bce ripulisca i bilanci delle sue banche, che sono ancora piene di titoli spazzatura. Un'operazione indispensabile in un Paese che è vicino alla bolla immobiliare. Berlino, attraverso la Bundesbank, poi è il primo azionista della Banca centrale europea. Se il governatore spendesse più del dovuto per salvare l'euro, ne risentirebbero anche gli altissimi dividendi che ogni anno l'Eurotower stacca ai suoi soci.

Un euro debole favorisce le esportazioni ma non interessa alla Germania. 2. FINE DELL'AUSTERITY  Al simposio di Fed di Jackson Hole Mario Draghi poi ha rotto un tabù: per la gioia di Matteo Renzi e di François Hollande ha detto che i Paesi che fanno le riforme e tagliano la spesa, hanno diritto a un trattamento fiscale di favore. Cioè possono sforare dal deficit Pil 3% e nel contempo trovare i soldi per tagliare le tasse e rimettere in moto le loro economie. Apriti cielo. La Germania, che non ha mai voluto pagare per i partner in termini di debito sovrano, ha sempre usato la leva della flessibilità per spingere gli Stati non virtuosi a fare interventi draconiani sullo Stato sociale e sulle proprie finanze. È successo prima in Grecia e poi in Spagna, dove hanno persino cancellato la tredicesima ai dipendenti pubblici. L'uscita di Draghi quindi spunta la moral suasion della Cancelliera sugli alleati. 3. FINE DELL'EURO FORTE E IL RITORNO DELLO SPETTRO DELL'INFLAZIONE Sempre a Jackson Hole il presidente della Bce ha invitato gli Stati a riflazionare aumentando la domanda interna e gli investimenti. Anche su questo versante è facile leggere una critica alla Germania. Che è l'unico Paese che ha le risorse per fare seguire questo percorso. Draghi, pronunciando queste parole, si è poi accodato a chi chiede da anni a Berlino di liberalizzare il suo mercato interno e di rafforzare la capacità di spesa dei suoi cittadini per dare fiato alle produzioni dei Paesi vicini. Proprio in quest'ottica la Merkel ha introdotto il salario minimo e abbassato l'età pensionistica. Ma per la cancelliera questo terreno è scivoloso. Ogni mossa incauta può portare a un pericoloso rialzo dell'inflazione, spettro renano dai tempi di Weimer. Sempre il governatore sta lavorando per abbassare il valore l'euro, con l'obiettivo di favorire le esportazioni. Problema non sentito dalla Germania, che nonostante gli ultimi cali ha un surplus commerciale superiore ai 16,5 miliardi di euro. E con la moneta unica più debole calerebbero anche i guadagni delle sue aziende.

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