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DIBATTITO 4 Settembre Set 2014 1818 04 settembre 2014

Blocco salari, i dipendenti pubblici hanno ragione a scioperare?

Ora scendono in piazza. Ma per anni hanno goduto di aumenti indiscriminati.

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La protesta dei lavoratori del pubblico impiego contro la riforma Brunetta.

Poliziotti, insegnanti, maestri di asilo, magistrati, medici, impiegati, dipendenti degli enti locali e delle questure, ispettori del lavoro e professori universitari, lavoratori dei trasporti e infermieri, dirigenti dei ministeri e prefetti. Il governo chiede all'intero comparto del pubblico impiego, in attesa di uno scatto di stipendio da quattro anni, di aspettare ancora. I soldi per aumentare i salari, ha detto il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, non ci sono.
CGIL E CISL VERSO LA PIAZZA. L'ultima volta che era stato sfidato da dipendenti pubblici, Matteo Renzi aveva avuto gioco facile. In pochi erano disposti a spendersi in difesa dei lavoratori della Rai. Oggi però lo scontro coinvolge circa 3 milioni e 500 mila persone. Cgil e Cisl minacciano una grande mobilitazione d'autunno, e hanno già incassato la solidarietà della Fiom. Luigi Angeletti della Uil accusa il governo di essere il peggiore datore di lavoro. Per la prima volta nella storia anche i poliziotti hanno annunciato lo sciopero. E a Bologna hanno già sospeso gli straordinari.
Così nell'Italia delle contraddizioni, dove la quota di giovani disoccupati under 25 è salita al 40%, i lavoratori del pubblico impiego sono pronti a scendere in piazza a combattere per un aumento.
SCIOPERO SÌ O SCIOPERO NO? Una battaglia sacrosanta, per non far pagare la crisi sempre agli stessi o un lusso per chi ha il posto garantito in una nazione in costante emorragia di occupazione? Lettera43.it ne ha discusso con due esperti di lavoro: il sociologo Domenico De Masi e il dirigente provinciale e docente di diritto amministrativo Luigi Oliveri.
«Il governo ha un atteggiamento vigliacco», ha sostenuto il primo. «Prima di proclamare lo sciopero i sindacati dovrebbero pensarci bene», ha osservato il secondo.
Ecco le loro ragioni.

Oliveri: «Lo Stato almeno mantiene i posti». De Masi: «Sciopero unica forma di lotta»

La crisi ha colpito duro nel settore privato. Nel 2013 secondo l'osservatorio Cig della Cgil i lavoratori che hanno beneficiato di ammortizzatori sociali a causa della crisi hanno perso in media 8 mila euro in busta paga e ben 515 mila lavoratori sono stati messi in cassa integrazione a zero ore. E questo solo per limitarsi ai dipendenti con un lavoro regolare. Perché i precari, che ormai rappresentano più del 50% dei lavoratori under 25, non hanno diritto a disoccupazione o ammortizzatori sociali.
SI IMPONE IL MODELLO PRIVATO. Per Oliveri che si occupa di formazione per la provincia di Verona, queste cifre dovrebbero far riflettere. «Lo Stato si sta comportando semplicemente come un datore di lavoro privato. Con la differenza», ha ragionato, «che mentre tutto attorno l'occupazione sta evaporando almeno il pubblico impiego mantiene i posti».
Per De Masi il paragone con chi ha meno diritti è un falso problema: «La precarietà è una patologia, non il modello». E quindi la contrapposizione non ha senso. «Chi ha un impiego atipico e non ha nemmeno un'organizzazione che lo rappresenta dovrebbe dare vita a movimenti di protesta. Invece oggi prevale l'apolitica, i precari non danno vita a movimenti di massa. E le sole istituzioni organizzate che ancora difendono i lavoratori vengono criminalizzate se parlano di sciopero, l'unica forma di lotta utile». In conclusione: «Chi oggi dice che la mobilitazione non ha senso, lo fa nel suo interesse».
LE RAGIONI DEGLI STATALI. Il sociologo del Lavoro, una vita di insegnamento all'università La Sapienza di Roma, non ha dubbi: i lavoratori pubblici hanno molte ragioni da difendere perché sono una «fascia debole»: «Quando il governo non ha soldi va a colpire proprio i suoi collaboratori: è la soluzione più semplice».

Spesa e debiti degli enti pubblici italiani.

L'età dell'oro della Pubblica amministrazione e gli aumenti di stipendio generalizzati

Precari in manifestazione.

I sindacati però non sono tutti uguali e nemmeno i datori di lavoro, ha fatto notare Oliveri. La pubblica amministrazione dipende dalla politica e quindi dal voto. Ed è storicamete più sensibile alle ragioni delle organizzazioni dei lavoratori.
FINO AL 2009 TETTI DI SPESA SUPERATI. «Fino al 2009, i tetti alla spesa per gli stipendi pubblici previsti dalle Finanziarie sono stati regolarmente superati. Quando l'Aran, l'Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni, si sedeva al tavolo coi sindacati, infatti, si chiudeva un occhio e gli aumenti venivano firmati anche senza copertura», ha spiegato l'esperto di Pa. E poco male se poi saltavano i saldi e bisognava ricorrere a manovre d'urgenza. Di fatto, ha sintetizzato Oliveri, «lo Stato è stato per anni un datore di lavoro più debole di altri».
COSTO DEI DIPENDENTI LIEVITATO. In particolare negli Anni 2000 la Pubblica amministrazione ha vissuto una rivoluzione che ha fatto letteralmente lievitare il costo dei dipendenti, aumentato in nove anni di 40 miliardi. Come è successo?
In un modo molto italiano: una riforma nata per introdurre finalmente la meritocrazia nella Pa si è trasformata in un 'promuovi tutti' generalizzato.
AUMENTI INDISCRIMINATI. La storia, ha riassunto Oliveri, è iniziata nel 1992, quando in piena crisi economica il governo di Giuliano Amato ha abolito gli scatti di anzianità per il pubblico impiego. L'intero settore, allora, non era nemmeno regolato da contratti nazionali e le assunzioni erano decise da atti amministrativi. Nuovi ordinamenti del personale, contratti collettivi e di categoria sono stati approntati tra il 1998 e il 2001.
IL SISTEMA DI PROGRESSIONI. Al posto degli scatti di anzianità, la nuova riforma ha introdotto il sistema della progressione orizzontale, un aumento salariale legato alle performance del singolo lavoratore, e quindi teoricamente completamente meritocratica. E la progressione 'verticale', cioè un sistema di avanzamento di categoria (con passaggio da quadro a dirigente, per esempio) deciso per concorso interno. Nel 2009 la progressione verticale è stata abolita dalla riforma Brunetta. Ma intanto tra il 2001 e il 2008, la Pubblica amministrazione ha potuto distribuire aumenti sfruttando entrambi i percorsi. Se gli strumenti fossero stati utilizzati con criteri stringenti, probabilmente oggi i poliziotti non scenderebbero in piazza.
Invece, ha denunciato Oliveri, c'è stato un vero «abuso»: «Al tavolo dei negoziati, di fatto si è deciso di usare la progressione orizzontale per compensare la cancellazione degli scatti di anzianità: in sostanza si è passati da aumenti regolati dall'avanzare dell'età ad aumenti generalizzati».
LA DENUNCIA DELLA CORTE DEI CONTI. La Corte dei Conti ha denunciato che a partire dal 2001 il fenomeno delle progressioni orizzontali e verticali ha interessato pressoché tutti i comparti di contrattazione. «I passaggi orizzontali», è scritto nella relazione del 2011 sul costo del lavoro pubblico, «hanno coinvolto, nel complesso, quasi i tre quarti del personale in servizio nel periodo 2001-2009; nel medesimo periodo ha beneficiato, inoltre, di progressioni di carriera il 40% dei dipendenti». In otto anni, hanno denunciato i magistrati contabili, i 450 mila lavoratori degli enti locali italiani e delle loro partecipate hanno ricevuto due aumenti di stipendio ognuno. Ma, trattandosi di un dato medio, probabilmente qualche dirigente ne avrà collezionati anche tre o quattro. «Le progressioni interne», è scritto nella relazione della Corte, «sono state improntate, in un primo periodo, al prevalente criterio dell’anzianità di servizio, in un contesto che ha privilegiato le aspettative del personale e non le reali necessità organizzative delle pubbliche amministrazioni».
«INCREMENTI FISSI E CONTINUATIVI». E ancora «l'andamento della contrattazione integrativa (...) ha privilegiato l’utilizzo delle risorse dei fondi unici per corrispondere indennità fisse e continuative, ovvero per finanziare progressioni economiche che, pur inizialmente legate a una valutazione, più o meno selettiva e comparativa, del personale, si sostanziano, in definitiva, in incrementi fissi e continuativi delle componenti stipendiali, determinando un ulteriore irrigidimento delle risorse disponibili negli anni successivi». Detto con parole semplici: promossi tutti, la coperta si è accorciata. E così gli aumenti dei salari dell'intera Pubblica amministrazione sono stati bloccati nel 2009 e congelati dal decreto 78 del 2010. «Se ci sono vacche magre oggi», ha concluso amaro il dirigente, «bisogna ricordare che la vacca grassa è stata macellata».

Il tentativo di Tremonti e la soluzione di Renzi: il bonus di 80 euro

Fannullona io o sfruttatore tu?: cartello alla manifestazione del 2008 dei comitati di base della pubblica amministrazione.

Oliveri e De Masi però su una cosa concordano: la ricchezza italiana non è certo nelle tasche del pubblico impiego. E non tutti i dipendenti pubblici hanno beneficiato allo stesso modo della stagione della spesa. Il problema, insomma, è sempre lo stesso: la distribuzione della ricchezza e dei sacrifici.
LA LOTTA ALL'EVASIONE. «Ci sono 10 italiani che da soli hanno la ricchezza di 3 milioni di cittadini», ha affondato De Masi. Secondo il docente universitario, il governo Renzi dovrebbe combattere davvero l'evasione fiscale, un impegno puntualmente disatteso che fa ricadere il peso delle tasse sui lavoratori dipendenti. E poi ci sarebbe la necessità di una ridistribuzione interna.
I confronti internazionali raccontano che i dirigenti italiani nelle posizioni apicali sono pagati ben di più dei loro colleghi stranieri, spesso a prescindere dalla performance. Ma se riequilibrare la sperequazione è giusto ed eticamente corretto, non permette certo un risanamento dei conti e lo sblocco dei salari per tutti. Per centrare l'obiettivo, bisognerebbe allargare la platea
2010, MAGISTRATI CONTRO IL PRELIEVO. Nel 2010 il ministro dell'Economia Giulio Tremonti aveva provato a colpire gli stipendi più alti del pubblico impiego imponendo un prelievo di solidarietà del 5 e del 10% sul reddito dei funzionari pubblici superiore ai 90 mila e ai 150 mila euro annui.
Il provvedimento avrebbe riguardato 13.554 dipendenti del settore statale. Ma 1.300 magistrati hanno presentato ricorso al Tar. E la Consulta ha dato loro ragione: la misura è stata considerata discriminatoria perché estesa esclusivamente ai dipendenti pubblici. E lo Stato, cioè noi, ha dovuto pagare rimborsi ai propri funzionari per circa 360 milioni di euro.
La sola opzione dunque sarebbe estendere il prelievo anche ai dipendenti del privato. Ma di fronte a questo labirinto, Palazzo Chigi ha preferito l'operazione opposta: 80 euro ai lavoratori con redditi più bassi. E ora lo deve spiegare ai poliziotti.

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