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SCENARIO 4 Settembre Set 2014 1618 04 settembre 2014

Dipendenti pubblici, il confronto con l'Europa

Viaggio nella giungla della Pa italiana.

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Marianna Madia e Matteo Renzi.

La proroga del blocco dei contratti per oltre 3 milioni di dipendenti pubblici italiani, comunicata mercoledì 3 settembre dal ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia, preannuncia un autunno ancora più caldo di quanto immaginato finora.
LE PERDITE IN BUSTA PAGA. I sindacati hanno stimato perdite per 4.800 euro a lavoratore (600 euro per il 2015 e 4.200 dal 2010, anno in cui è iniziato lo stop, al 2014) e definito «intollerabile» la scelta del governo dicendosi pronti alla mobilitazione. A poco è servita la promessa di rendere strutturale il bonus degli 80 euro, di cui usufruiranno anche i lavoratori del pubblico impiego che guadagnano fino a 26 mila euro l’anno.
LA SCURE DOPO L’OK ALLA RIFORMA. Una decisione, peraltro già nell’aria, che arriva dopo l’approvazione della riforma della Pa targata Renzi-Madia che prevede fra le altre cose il dimezzamento dei permessi e dei distacchi sindacali e il trasferimento di un dipendente da un ufficio all’altro nel raggio di 50 chilometri senza motivazioni, misura da cui sono però esclusi i genitori con bambini sotto i tre anni o i soggetti che usufruiscono della legge 104 (l’assistenza ai parenti malati).
Un cambiamento di verso che, unito alle altre misure previste dal testo, dovrebbe favorire - almeno nelle intenzioni - la tanto agognata staffetta generazionale.

In Italia i dipendenti pubblici 'pesano' per l'11,1% del Pil

Una manifestazione dei dipendenti pubblici.

Ce n’è comunque quanto basta per azionare la miccia in un Paese dove quello sulla Pubblica amministrazione è un dibattito annoso, una matassa difficile da sbrogliare.
Numeri alla mano, sia in termini quantitativi sia di spesa pubblica, la situazione di casa nostra non è molto diversa rispetto al resto d’Europa.
IN ITALIA 58 IMPIEGATI OGNI 1.000 ABITANTI. Un recente studio dell’Eurispes ha reso noto che in Italia si contano 58 impiegati nella Pa ogni 1.000 abitanti contro i 135 della Svezia, i 94 della Francia, i 92 del Regno Unito, i 65 della Spagna e i 54 della Germania. Inoltre, segnala sempre il rapporto, negli ultimi 10 anni l'Italia ha visto diminuire i propri dipendenti pubblici del 4,7%, mentre tutti gli altri hanno assunto: +36,1% in Irlanda, +29,6% in Spagna, +12,8% in Belgio e +9,5% nel Regno Unito.
RECORD ALLA LOMBARDIA. Distribuiti principalmente al Nord - con 409 mila addetti la Lombardia è la Regione con più dipendenti pubblici, seguita da Lazio e Campania - i lavoratori del pubblico impiego “pesano” per l’11,1% sul nostro Prodotto interno lordo. Anche in questo caso i numeri sono più bassi rispetto al resto dei partner europei. Basti pensare che in Danimarca il dato è pari al 19,2%, in Svezia e Finlandia al 14,4% mentre Francia, Belgio e Spagna spendono, rispettivamente, il 13,4%, il 12,6% e l’11,9% del Pil.
ETÀ MEDIA IN AUMENTO. Il rovescio della medaglia è però un progressivo aumento dell’età media dei dipendenti pubblici, cresciuta di due punti nel 2010 e oggi superiore a 50 anni: colpa del blocco del turnover e dell’aumento dell’età pensionabile. Il che però pone un problema di efficienza all’interno della Pa.
In Francia, per esempio, circa il 30% dei lavoratori pubblici ha meno di 35 anni, nel Regno Unito sono il 25% (uno su quattro) mentre in Italia solo il 10%. La percentuale di addetti sotto i 25 anni, inoltre, è pari all’1,3%: una miseria nonché il segno che il rapporto fra le università e la Pubblica amministrazione è tutt’altro che lineare.

Gli squilibri: dirigenti ministeriali con stipendi d’oro e docenti malpagati

I docenti italiani sono sottopagati rispetto ai colleghi britannici.

Un altro tasto dolente è quello che riguarda le retribuzioni delle diverse categorie di lavoratori. Spesso, infatti, quando si parla di «dipendenti pubblici» in modo generico ci si dimentica che al loro interno ci sono, per esempio, gli insegnanti e i dirigenti gallonati, che a fine mese mettono in tasca cifre molto diverse fra loro. Su Lavoce.info Roberto Perotti, economista e docente alla Bocconi di Milano, ha preso in esame gli stipendi di alcune tipologie di lavoratori del pubblico impiego confrontandoli con quelli del Regno Unito.
INSEGNANTI E VIGILI DEL FUOCO: MEGLIO LA GB. Raffrontando i salari di insegnanti e vigili del fuoco italiani con i loro omologhi britannici, il quadro che viene fuori è tutt’altro che esaltante. Nel primo caso, scrive Perotti, «le remunerazioni medie degli insegnanti sono più basse in Italia, sia in termini assoluti che in rapporto al Pil procapite».
Nel nostro Paese lo stipendio di un docente delle scuole elementari, nel quale sono incluse le indennità e le spese accessorie, è di 24.849 euro contro i 37.400 (in media) degli inglesi. Stesso discorso vale per gli insegnanti della scuola superiore: 28.547 euro è ciò che percepiscono i nostri, 41.930 quelli di Sua Maestà.
Non va diversamente se l’analisi si sposta sui vigili del fuoco. «Anche in questo caso», sostiene l’economista, «le remunerazioni britanniche sono nettamente maggiori, sia in valore assoluto sia in rapporto al Pil. In questo caso la differenza, sia assoluta sia percentuale, aumenta con il grado».
MINISTERI, VERTICI CON CIFRE A SEI ZERI. Perotti ha però analizzato anche un altro settore: quello dei dirigenti ministeriali. Il docente della Bocconi ha confrontato le retribuzioni dei vertici di quattro ministeri italiani (Politiche agricole, Esteri, Economia e Salute) con quelle degli omologhi britannici. Nel primo caso, l’Agricoltura, un capo di gabinetto italiano guadagna 275 mila euro contro i 192 mila del permanent undersecretary britannico: una differenza del 43%.
Al dicastero oggi guidato da Beatrice Lorenzin, invece, un direttore di dipartimento percepisce circa 294 mila euro, il 45% in più del permanent secretary inglese (192 mila).
PEROTTI: «TROPPI VERTICI E IPERPAGATI». «I dirigenti di vertice italiani sono troppi, e iperpagati», sottolinea Perotti. «Non esiste alcuna giustificazione per remunerazioni così alte. Semmai, ci si aspetterebbe l’opposto» visto che «i ministeri britannici competono nell’attrarre talenti con la City di Londra, che ha salari altissimi, mentre non esiste niente di comparabile a Roma».
Uno spread che, prima o poi, bisognerà necessariamente ridurre.

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