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BILANCI 4 Settembre Set 2014 0600 04 settembre 2014

Riforma del Lavoro: a che punto è il governo

Dall'art. 18 agli ammortizzatori: cosa resta da fare.

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Matteo Renzi.

Nei giorni scorsi era stato l'Istat a lanciare l'allarme. Ora arrivano anche i dati Ocse a confermare quella che appare come una vera e propria emergenza nazionale: la disoccupazione in Italia, dice l'Organizzazione, continuerà a crescere nel 2014, arrivando a quota 12,9%, contro il 12,6% del 2013, e solo nel 2015 cominceranno a vedersi segnali di miglioramento, con una piccola riduzione al 12,2%.
Il confronto con la situazione pre-crisi è impietoso: la percentuale di senza lavoro è raddoppiata rispetto al 2007 e al 2008. Solo quella tra gli under 25 è passata dal 20,3% del 2007 al 40% del 2013.
L'OCSE: «IL MERCATO DEL LAVORO VA RIFORMATO». Numeri che lasciano davvero poco spazio all'ottimismo. L'Italia ha bisogno di «una riforma completa del mercato del lavoro», ha dichiarato il direttore della divisione Lavoro e affari sociali dell'Ocse, Stefano Scarpetta, presentando il rapporto dell'Economic Outlook. Una riforma che sostenga «le imprese che devono adattarsi ai cambiamenti tecnologici e di mercato, ma dia anche più sicurezza ai lavoratori che devono spostarsi da un lavoro all'altro» e offra un supporto adeguato ai disoccupati, che in Italia, dice l'Ocse, ancora non c'è.
Una sollecitazione simile era arrivata nei giorni scorsi dal governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi che, parlando da da Jackson Hole, aveva definito la riforma del lavoro «non più rinviabile».
RENZI: «SERVONO INVESTIMENTI». Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi - sottolinenado che «non si crea lavoro semplicemente cambiando le regole, ma servono investimenti» - si è impegnato affinché il cosiddetto Jobs Act, il pacchetto di riforme messo a punto dal ministro Giuliano Poletti, venga approvato entro la fine dell'anno.
Ma cosa ha fatto finora il governo in materia di lavoro? Quali provvedimenti sono stati approvati, quali sono ancora in discussione e quale iter parlamentare seguiranno? Quanto tempo ci vorrà perché diventino legge e come potrebbero cambiare il mercato del lavoro?

La legge Poletti: l'obbligo di riassunzione diventa un'ammenda

Ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

A maggio del 2014 è stato approvato in via definitiva e convertito in legge il decreto Poletti. Le principali novità introdotte dal provvedimento riguardano i contratti a termine e l'apprendistato.
IMPRESE PIÙ LEGGERE, MA CON QUALCHE VINCOLO. Per i contratti a termine è scomparsa la causale, cioè l'obbligo per il datore di lavoro di motivare il carattere temporaneo dell'assunzione, fino a tre anni. L'acausalità era stata già introdotta dalla legge Fornero ma solo per un periodo di 12 mesi.
Nel corso dei tre anni, il contratto potrà essere rinnovato per un massimo di cinque volte, ma le imprese non potranno utilizzare contratti a tempo in misura maggiore al 20% del totale della forza lavoro. In caso di mancato rispetto di questo vincolo, l'azienda dovrà pagare una multa. La versione precedente del decreto prevedeva invece il reintegro del lavoratore in caso di violazioni, ma la discussione parlamentare e l'opposizione di molte forze politiche ha fatto cadere la norma, trasformando l'obbligo di riassunzione in un'ammenda.
RESTA LA FORMAZIONE. Per i contratti di appredistato, invece, il dl Poletti ha introdotto la possibilità, per le aziende, di utilizzarli anche per i lavori di breve periodo, stagionali, mantenendo però per il datore di lavoro l'obbligo di mettere a punto un piano di formazione per l'apprendista, in collaborazione con le Regioni.
Alle aziende con più di 50 addetti, spetta poi l'obbligo di stabilizzare almeno il 20% dei contratti di apprendistato di cui beneficiano.
I PUNTI ANCORA IRRISOLTI. Il decreto ha lasciato irrisolte alcune questioni che analisti e osservatori considerano fondamentali per arrivare a una riforma complessiva del mercato del lavoro, come la riorganizzazione degli ammortizzatori sociali, la riforma di tutto il Codice del lavoro, l'introduzione del contratto unico a tutele progressive. Temi che il governo ha rimandato al disegno di legge delega sul Lavoro ora in discussione nella competente commissione del Senato.

Ddl Lavoro: revisione degli ammortizzatori e assegno di disoccupazione

Palazzo Madama, sede del Senato a Roma.

Il dibattito sul ddl Lavoro si era arenato in commissione a palazzo Madama prima della pausa estiva per via della precedenza data dai parlamentari alla discussione, culminata poi con l'approvazione in prima lettura, della riforma Boschi del Senato. I lavori riprendono il 4 settembre, giorno in cui è stata fissata la prima seduta della commissione.
L'UNIVERSALIZZAZIONE DELL'ASPI. Il testo del ddl è composto da due capitoli e sei articoli e introduce una serie di modifiche alla legislazione attuale. Le più significative riguardano la revisione degli ammortizzatori sociali, a cominciare dalla cassa integrazione, e l'introduzione di un assegno universale di disoccupazione. Su questo secondo aspetto, si tratta, nella proposta del governo, di «universalizzare» l'Aspi introdotto dalla riforma Fornero, estendendolo «ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa».
SEMPLIFICAZIONE DEL CODICE. Il ddl propone poi l'adozione di un Codice semplificato del lavoro, del contratto di lavoro a tutele progressive e del «compenso orario minimo, applicabile a tutti i rapporti aventi a oggetto una prestazione di lavoro subordinato, previa consultazione delle parti sociali più rappresentative sul piano nazionale».
ARTICOLO 18 NON PERVENUTO. Non affronta, invece, almeno nella formulazione attuale, il tema della modifica dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Aziende e forze politiche soprattutto di centrodestra, da Forza Italia a Ncd, vorrebbero sostituire il reintegro obbligatorio in caso di giusta causa con un indennizzo economico. A sinistra però le contrarietà sono molte.
Per evitare lo stallo, la questione potrebbe essere affrontata più in là, secondo alcune indiscrezioni parlamentari, magari al momento di scrivere i decreti delegati di attuazione del ddl in primavera.
IL DIETROFRONT DI RENZI. Sul tema, il premier non ha espresso una linea univoca. Presentando in conferenza stampa il decreto Sblocca Italia, Renzi aveva detto di non considerare l'articolo 18 il problema: «Non lo è mai stato e non lo sarà. L'articolo 18 riguarda 3 mila persone in Italia ma è caratterizzato da anni e anni come l'unico problema delle tematiche giuslavoristiche», facendo intendere di non voler mettere mano alla normativa.
Intervistato il 3 settembre dal Sole 24 Ore alla domanda del direttore Roberto Napoletano - «contratto a tempo indeterminato flessibile vuole dire anche superamento dell'articolo 18 e della reintegra obbligatoria?» - ha risposto così: «Quella è la direzione di marcia, mi sembra ovvio. Sarà possibile solo se si cambierà il sistema di tutele».

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