Economia 5 Settembre Set 2014 1615 05 settembre 2014

L'autunno caldo di Obama

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Barack Obama L’economia americana, che nel secondo trimestre ha ritrovato un slancio dopo la brusca contrazione dei primi tre mesi dell’anno quando il Pil ha segnato un -2,1% (rivisto al rialzo dal -2,9% precedente), in autunno dovrà affrontare una serie di sfide. Vincerle è cruciale per marciare a passo più spedito nel 2015, quando secondo la Federal Reserve la crescita dovrebbe attestarsi tra il 3 e il 3,2%, dopo il più modesto 2,1-2,3% di quest’anno (meno ottimista il Fondo monetario internazionale, che attende un +1,7% quest’anno e un +3% il prossimo). Gli Stati Uniti dovranno fare attenzione su una serie di fronti, compreso quello politico: a novembre gli americani sono chiamati alle urne per ridisegnare la composizione del Congresso e dunque per scegliere tra i programmi spesso diametralmente opposti di democratici e repubblicani. Inoltre a complicare il quadro è arrivato il dato sull'occupazione. L'economia americana ha creato in agosto 142.000 posti di lavoro. Il dato è sotto le attese degli analisti, che scommettevano su 23.000 posti. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 6,1%. Ecco le tre sfide chiave dell’autunno. 1. ELEZIONI, VITTORIA REPUBBLICANA SARÀ GUAIO PER OBAMA L’economia americana dovrà innanzitutto tenere conto delle elezioni di metà mandato di novembre, quelle in cui gli americani dovranno rinnovare tutta la Camera e un terzo del Senato. Per gli Stati Uniti è un appuntamento cruciale, perché può cambiare gli equilibri del Congresso, attualmente spaccato a metà, con la Camera a maggioranza repubblicana e il Senato a maggioranza democratica, il partito di Barack Obama. La composizione del Congresso inciderà sull’andamento dell’economia: secondo gli esperti uno dei freni attuali è proprio il fatto che la politica americana fatica a trovare compromessi e dunque accordi sulla strategia economica e fiscale. I contrasti tra i due partiti hanno portato il Paese alla paralisi federale di ottobre e vicino al default tecnico con il braccio di ferro sull’innalzamento del tetto del debito, ma soprattutto impediscono che numerose delle proposte del presidente per il rilancio degli investimenti e dell’occupazione vedano la luce. Se Camera e Senato finissero in mani repubblicane è probabile che si andrebbe incontro a un periodo di stallo lungo almeno due anni, fino alle presidenziali del 2016, se non di più se la Casa Bianca andasse a un altro democratico. 2. ECONOMIA DOVRÀ FARE A MENO DEGLI STIMOLI DELLA FED Dopo l’estate la congiuntura americana dovrà cominciare a stare in piedi da sola, senza avere il sostegno della Federal Reserve. La Banca centrale americana, come confermato durante la riunione di luglio, prevede di concludere in autunno il “tapering”, ovvero la progressiva riduzione del piano di acquisto di bond e titoli americani che in origine era di 85 miliardi di dollari al mese. Se le condizioni economiche resteranno quelle attuali, autunno significa probabilmente ottobre: a oggi il piano di stimoli è pari a 25 miliardi di dollari al mese e la Fed lo ha finora tagliato sei volte, sempre di 10 miliardi, quindi lo dovrebbe ridurre di altri 10 miliardi alla riunione del 16-17 settembre e terminare a quella del 28-29 ottobre. È vero che il costo del denaro resterà vicino allo zero “per un periodo considerevole” anche dopo la fine del terzo round di quantitative easing, ma a inizio anno il presidente della Fed Janet Yellen si era lasciata sfuggire di considerare “considerevole” un periodo di circa sei mesi, il che significherebbe che il primo aumento dei tassi potrebbe arrivare già in primavera. 3. MERCATO AZIONARIO, C’È IL TIMORE DI UNA CORREZIONE Va a braccetto con il tema precedente il rischio di una correzione dei mercati, già anticipata da alcuni economisti e che potrebbe essere innescata proprio da sorprese dal fronte monetario. Per questo è considerato cruciale che la Banca centrale americana comunichi in modo chiaro e tempestivo le proprie intenzioni, visto che in passato notizie inattese hanno provocato un immediato calo dei listini. Tra le voci più scettiche c’è quella di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia e professore alla Columbia University di New York, che si è detto “molto a disagio” con gli attuali andamenti di Wall Street, dove Dow Jones e S&P viaggiano a valori record. Livelli che secondo l’economista non rispecchiano una solida ripresa del Paese: «La ragione per cui il mercato azionario è alto è che i tassi di interesse sono bassi, i salari sono bassi e i paesi emergenti crescono molto più rapidamente degli Stati Uniti, per non parlare dell’Europa», ha detto. Segnali di una possibile inversione di tendenza rispetto ai recenti rally c’è stato prima dell’estate, quando l’indice Russell 2000, quello che dà conto delle società a piccola capitalizzazione, è entrato in territorio di correzione, calando del 10,1% dal record toccato il 4 marzo scorso a quota 1.208,65 punti.

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