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EDITORIALE 5 Settembre Set 2014 1510 05 settembre 2014

Sciopero degli statali: una protesta intollerabile

I dipendenti pubblici si considerano intoccabili. Perché hanno sempre goduto di privilegi impensabili per il settore privato. Così

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Una manifestazione dei dipendenti pubblici.

«L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», recita il Primo articolo della Carta.
Ma dopo il termine 'lavoro' i padri costituenti si sono dimenticati una fondamentale specifica: 'degli statali'.
Tutti lavorano, almeno chi un posto lo ha. Ma, come dire, non tutti hanno gli stessi diritti, per non dire garanzie, del dipendente pubblico che, fin quando l'economia era un cuccagna, godeva di illicenziabilità.
Impiegarsi sotto lo Stato era l'agognato rifugio di intere generazioni, forse secondo solo al lavorare in banca poiché - ma il fenomeno riguardava l'universo pre-crisi - gli istituti di credito non fallivano mai e dunque chiocciolare sotto la loro ala era sinonimo di vita tranquilla e ben retribuita.
Poi c'è stata la Lehman Brothers, il mondo è cambiato, e con esso il miraggio del posto fisso e intangibile.
MENTALITÀ FERMA AGLI ANNI 70. Per gli statali però il tempo non passa, il loro immaginario è fermo se va bene agli Anni 70, periodo in cui una spesa pubblica allegra cominciò a far impennare quel debito che ora ci sormonta.
Questo fa della categoria nel suo complesso (le eccezioni ci sono dappertutto) una Casta riottosa e intoccabile, non importa se montagne di studi hanno acclarato la sproporzione tra l'iperbolico numero degli addetti alla pubblica amministrazione e la scarsità della loro produzione.
Lo statale in Italia ha sempre potuto dormire tra due guanciali: da una parte era protetto dal sindacato, quello che ancora oggi alza la testa di fronte al paventato blocco degli stipendi ma sulla precarietà muove solo la bocca nei convegni o nelle frequenti comparsate televisive. Dall'altra i partiti, che mai e poi mai avrebbero rischiato provvedimenti che andassero a intaccare quel formidabile serbatoio di consenso.
Per anni, quando si trattava di rinnovare i contratti, quella di non superare la soglia dell'inflazione programmata era una raccomandazione che per la pubblica amministrazione non valeva mai.
Guai poi a parlare di merito, riorganizzazione, mobilità del lavoro che vale per tutti meno per chi è dipendente dello Stato. Per il quale persino spostarsi da una città all'altra nella stessa regione è un tabù insormontabile.
ALLERGICI AI SACRIFICI CHE CHIEDE IL PAESE. Ora, se il solo sacrosanto provvedimento per dimezzare i permessi sindacali ha scatenato l'onda della protesta, la proposta di bloccare per un anno i salari sembra il preludio di un finimondo.
Eppure, nel privato, ci sono dipendenti che non ottengono da anni un aumento retributivo.
Anzi, in molti casi hanno dovuto ricorrere a meccanismi come la solidarietà e accettare decurtazioni per scongiurare la chiusura delle loro aziende.
In molti altri, purtroppo sempre di più, hanno fatto della precarietà una condizione necessaria alla loro sopravvivenza.
Ma gli statali no, guai a toccarne i privilegi, guai al solo invitarli a essere partecipi dei sacrifici per provare a uscire dal gorgo in cui il Paese sprofonda.
Bisogna coccolarli, avere occhi di riguardo, sempre e comunque.
Persino quando l'azienda perde centinaia di milioni, e una buona parte li scarica sulle spalle dei contribuenti, vedi Alitalia, riescono a spuntare un trattamento che i privati se lo sognano.

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