FORMULA 1 8 Settembre Set 2014 1200 08 settembre 2014

Montezemolo-Marchionne: i quattro flop del presidente della Ferrari

Gli errori del manager della Rossa silurato dall'ad di Fca.

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Il dolore più grande per Luca Cordero di Montezemolo non è stata la spallata dell'amministratore delegato di Fiat Chrysler automobiles (Fca) Sergio Marchionne, secondo cui «ognuno è necessario, ma nessuno è indispensabile». Ma vedere che la sua Rossa è arrivata al capolinea.
Ben prima che Fernando Alonso, dopo 86 gare senza ritirarsi per guasti alla macchina, ha parcheggiato la sua monoposto nell'erba di Monza ben lontano dalle prime posizioni, ad aprile in Barhein Montezemolo aveva deciso di lasciare il circuito di Sakir a pochi giro dalla fine, un evento più unico che raro.
FERRARI TROPPO LENTA. «Siamo troppo lenti, vedere una macchina così mi dà dolore», aveva detto. Quasi un epitaffio della sua esperienza con il Cavallino Rampante.
Così quando Marchionne è uscito allo scoperto - il manager italocanadese ha precisato che la «questione del cambio della presidenza in Ferrari non è in agenda» - il numero uno della Rossa ha capito che non ci sono più margini per difendere il suo operato davanti a chi non ha perso tempo per anticipargli di volerlo pensionare.
HA VINTO 14 MONDIALI. Fa niente, però, se Montezemolo dal 1991, anno in cui è arrivato alla presidenza della Rossa, ha vinto sei Mondiali piloti e otto titoli costruttori, con 118 successi nei Gran premi. E se il marchio nel 2013 e 2014 è stato riconosciuto come il più influente al mondo secondo la classifica The brand Finance Global 500.
Marchionne ha fretta di vincere e sei anni «di fatica incredibile» per la Ferrari sono troppi anche per il numero uno della Fca. Che ha puntato il dito contro Montezemolo, soprattutto dopo che il manager ha annunciato di essere disponibile a restare con il Cavallino per almeno altri tre anni.
Ecco quali sono i quattro errori che hanno messo in dubbio il ruolo del presidente della Rossa (leggi anche tutti gli altri flop: da Ntv al Fondo Charme).

1. Sei anni senza vittorie: l'ultimo Mondiale di Montezemolo è del 2008

Il presidente della Ferrari, Luca Cordero di Montezemolo (©ImagoEconomica).

L'accusa principale che s'è visto piovere addosso Montezemolo è quella di non essere riuscito a vincere per un periodo considerato fin troppo lungo dai vertici della Fiat che della Ferrari detengono il 90% (il restante 10% è di Piero Ferrari).
Sei stagioni di digiuno - Marchionne, a ragione, considera ormai persa anche quella in corso - sono inaccettabili per la Rossa che non vince un titolo dal 2008. E poco importa se Montezemolo s'è giustificato dicendo che prima dell'arrivo di Michael Schumacher nel 2000 «Maranello non vinceva un campionato mondiale da 16 anni».
I SUCCESSI DEL KAISER. Il pilota tedesco ha cambiato la storia della Formula 1 e della Ferrari, ma pure quella di Montezemolo. Visto che è stato con il Kaiser che il presidente della Rossa è diventato vincente (da responsabile della squadra corse aveva già vinto negli Anni 70). Con Schumi al volante, il Cavallino ha stracciato tutti i record, e il manager che nel 2012 è stato il terzo italiano più pagato (5,5 milioni di euro contro i 7,3 del 'nemico' Marchionne) s'è trasformato nell'artefice della resurrezione della scuderia, tornata al successo dopo il titolo datato 1983.
Peccato, tuttavia, che sparito il sette volte campione del mondo, Montezemolo non sia più riuscito a scovare un pilota vincente. Certo, con Kimi Raikkonen e Felipe Massa, la Ferrari ha vinto due Mondiali costruttori (che è quello che conta a livello economico), ma s'è vista sempre battuta nella classifica piloti (ma questa è la graduatoria che conta di più per i tifosi).
ALONSO NON BASTA. L'arrivo di Alonso avrebbe dovuto far tornare Maranello tra i top team. Invece, a parte la buona volontà dell'asturiano, la stella della Ferrari s'è offuscata nel tempo fino a diventare la quarta forza della Formula 1. E attualmente è dietro a Mercedes, Red Bull e addirittura alla Williams.
Un po' troppo per chi era abituato a vincere.

2. Dopo Todt-Brawn è stato incapace di scegliere manager vincenti

Da sinistra Jean Todt, Felipe Massa, Montezemolo e Michael Schumacher (©ImagoEconomica).

Se a fare la fortuna di Montezemolo in macchina è stato Schumacher, ai box è stato Jean Todt (con la Rossa dal 1993 al 2009), aiutato da Ross Brawn, direttore tecnico della Ferrari dal 1996 al 2006. Sono stati loro, soprattutto, a proiettare Maranello tra i più forti di sempre. Tanto che gli appassionati del Circus avevano ribattezzato la Ferrari «Dream Team».
LE INTUIZIONI DI BRAWN. Basti pensare, poi, che Brawn, dopo un anno sabbatico a seguito dell'abbuffata di successi con la Rossa, pensò di rimettersi in gioco rilevando la Honda che nel frattempo aveva deciso di ritirarsi dalla Formula 1. E l'inglese riuscì nell'impresa di vincere al primo colpo con Jenson Button e Rubens Barrichello, due piloti che Flavio Briatore, uno che del Circus ne capisce, aveva definito «paracarro» e «pensionato».
IL FLOP DI DOMENICALI. Chiusa la stagione di Todt e Brawn, la gestione della Ferrari è passata nella mani di Stefano Domenicali, che aveva iniziato a lavorare con la Rossa nel 1991 per poi scalare la gerarchia passando per il ruolo di direttore sportivo e quello di responsabile della scuderia arrivando a vincere un mondiale costruttori nel 2008.
Si sa, però, la fine che ha fatto il team manager, la cui esperienza con Maranello s'è conclusa in primavera, proprio dopo il Gp del Bahrein dopo una serie di clamorosi flop.
MATTIACCI NON BASTA. Al suo posto, Montezemolo ha scelto Marco Mattiacci, manager conosciuto dalla Fiat, visto che è stato, con ottimi risultati, amministratore delegato di Ferrari North America. Ad aprile in molti non capirono perché fosse stato scelto lui per guidare la Rossa, visto che non aveva esperienza in Formula 1. Ora si potrebbe azzardare che è stato il tentativo (ultimo?) di Montezemolo per piazzare una pedina gradita a Marchionne e cercare di salvare il posto. Senza dimenticare che la monoposto 2014 è stata chiamata F14T, un nome che, almeno graficamente, ricorda molto la Fiat. Ma le cose potrebbero non andare come previsto.

3. Poco peso all'interno della Fia che ha chiuso gli occhi davanti ai furbetti

Montezemolo con l'ex team manager Stefano Domenicali (©GettyImages).

Un'altra accusa mossa contro Montezemolo è quella di non essere riuscito a farsi valere all'interno della Federazione internazionale dell'automobile, l'organo cui fa riferimento la Formula 1 e che governa il Circus.
Dopo l'era Schumacher, infatti, fin dal 2009 (guarda caso il primo anno preso come esempio da Marchionne per certificare il flop della gestione Montezemolo) molte scuderie hanno iniziato a ideare stratagemmi al limite del regolamento per essere più competitivi dei rivali e sbaragliare il monopolio Ferrari.
I DIFFUSORI DELLA BRAWN GP. Per esempio, la Brawn Gp è passata alla storia, oltre che per le vittorie al Mondiale, pure per il particolare diffusore che ha permesso alla scuderia di arrivare il successo. E a nulla erano servite le proteste dei rivali - la Ferrari guidava la contestazione con Renault, Red Bull e Bmw - perché i commissari ritennero le «auto confacenti al regolamento vigente».
Poi ci furono gli scarichi innovativi della Mp4-27 che permettevano alla McLaren di indirizzare i gas tra la gomma e la paratia laterale dell'alettone con vantaggi nel carico. Non ci furono proteste ufficiali, ma in molti, Marenello su tutti, storsero il naso, sperando, invano, che la Fia intervenisse.
STRANE INNOVAZIONI RED BULL. Quindi arrivò il periodo d'oro della Red Bull. Anche qui viziato da qualche trucchetto.
Nel 2010 la scuderia angloaustriaca ideò un sistema mobile in grado di intervenire sull’altezza della macchina dal suolo e quindi sull’assetto nel silenzio dei rivali.
Poi nel 2011 sono finiti nel mirino gli scarichi soffiati della Rb7: i vertici del Circus li vietarono, ma solo dal 2012, con buona pace degli avversari costretti a guardare la scuderia angloaustriaca da lontano. E a inseguire senza fortuna.
FERRARI SEGUE LE REGOLE. Nel frattempo la Ferrari ha perso tempo a protestare senza ottenere molti risultati sia sul fronte della diplomazia sia su quello sportivo.
Maranello ha, infatti, sempre seguito alla lettera tutti i regolamenti, forse anche per mettere a tacere eventuali voci di favori da parte della Fia che nel frattempo era finita nelle mani di Todt. Ma così la Rossa è rimasta imbrigliata nel traffico tra problemi di velocità e aerodinamica, dimenticandosi che Formula 1 fa rima con Ferrari, visto che la scuderia di Maranello è l'unica ad aver partecipato a tutti i Gp del Circus.

4. Tensioni con Marchionne che non l'ha voluto dentro Fca

Sergio Marchionne con Montezemolo (©Ansa).

Infine c'è il capitolo sul rapporto tra Montezemolo e Marchionne. Che non fosse sereno, però, non era un mistero. E la spallata definitiva dell'amministratore delegato di Fca al presidente della Ferrari è solo la punta dell'iceberg.
Il numero uno della Rossa ha definito «ingenerose» le parole del manager italocanadese anche perché Montezemolo, a suo dire, è sempre stato pronto a farsi carico delle responsabilità. Come nel 2004 quando, ha ricordato lo stesso presidente della Ferrari, Susanna Agnelli lo scelse per assumere il comando della Fiat, all'epoca a rischio sopravvivenza.
L'ADDIO AL CDA DI FCA. Il timone finì, però, a John Elkann che riservò a Montezemolo un posto nel consiglio d'amministrazione. Che s'è perso con la nascita di Fca dopo la fusione tra il Lingotto e Chrysler.
Ufficialmente la motivazione dell'esclusione di Montezemolo è dovuta alle buone pratiche delle grandi corporation che obbligano il board a un certo numero di consiglieri indipendenti. Ma a deludere il manager sono state le modalità, visto che ha denunciato come sia stato «estromesso senza nemmeno una parola di ringraziamento».
Ma era solo un anticipo di quanto sarebbe successo in seguito, confermato anche dall'assenza per le celebrazioni dei 10 anni di matrimonio di Elkann e Lavinia Borromeo.
ADDIO A MARANELLO? «La verità è che la Ferrari è americana», s'è sfogato Montezemolo come ha raccontato il Corriere della Sera. Una replica agli affondi di Marchionne, considerato il deus ex machina del Lingotto e ora anche di Maranello.
Forse con l'arrivo di Mattiacci, Montezemolo ha sperato di poter placare l'ira dell'amministratore delegato di Fca. Ma sei anni di digiuno e l'addio all'Italia di Fiat sono un'occasione troppo ghiotta per silurare un vecchio 'nemico'. Anche per Marchionne.

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