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EDITORIALE 10 Settembre Set 2014 1245 10 settembre 2014

Ferrari, perché per Marchionne Montezemolo era un costo da abbattere

L'ex presidente del Cavallino? Troppo vaporoso, salottiero e con uno stipendio esagerato.

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Luca Cordero di Montezemolo e Sergio Marchionne.

È da quando ha messo piede in Fiat, nell'ormai lontano 2004, che Sergio Marchionne ha in animo di far fuori Montezemolo.
Solo che allora, anche per un manager rivelatosi sin da subito vincente, era un boccone troppo grosso: in fondo, oltre che della Ferrari, Luca Cordero era il suo presidente, in più guidava Confindustria e costituiva una sorta di salvacondotto per gli Agnelli, sotto attacco di Mediobanca che voleva estrometterli dall'azienda.
Insomma, era un campione di quel capitalismo di relazione che la faceva da padrone, non importa se aveva costruito il suo potere sui soldi altrui.
Uno schema i cui cascami, per inciso, durano ancora oggi, se è vero che Montezemolo e il suo amico di sempre Diego Della Valle comandano sui treni di Italo con un investimento di pochi milioni di euro.
LO STIPENDIO DA 5,7 MILIONI. Ma per un finanziario puro come Marchionne, il vaporoso e salottiero Luca era innanzitutto un costo da abbattere.
Considerava il suo stipendio da 5,7 milioni l'anno (dato 2013) esagerato per il ruolo, tale oltretutto da non vincolarlo a obblighi di esclusiva, lasciandogli dunque ampia libertà di manovra.
Di qui i non sempre fortunati investimenti del fondo Charme, di qui lo spazio per flirtare anche con la politica, l'eterno candidato alla discesa in campo, in realtá un habitué del bordo campo, con la tuta indosso a veder giocare gli altri.
Qualcuno gli deve tutto, carriera e prebende, perché il movimento da lui fondato, Italia Futura (ennesimo campione del nominare il Paese invano) si è accasato con Mario Monti. Dal disastro di quello che voleva essere il partito della borghesia nazionale è scampato anche qualche montezemoliano che ora siede in parlamento.
Avendolo sopportato per tanti anni, il manager italo-svizzero ha colto al balzo la prima occasione per sbarazzarsene, ovvero la fusione con Chrysler e la nascita di Fca.
L'ombrello degli Agnelli si era già chiuso da tempo con l'avvento delle nuove generazioni per le quali - a differenza dell'Avvocato, pur capace di cinismo - la gratitudine non è sentimento da tenere in considerazione.
UN COLLEZIONISTA DI POLTRONE. Montezemolo poi ci ha messo del suo con un attivismo che a Torino non è proprio piaciuto: invece che concentrarsi sui guai della Ferrari, è diventato vice presidente di Unicredit, si è lanciato in una scriteriata concorrenza a Trenitalia e, non sazio, ha spinto per accreditarsi come presidente della nuova Alitalia versione araba.
Tante, troppe cose, e tutte giocate con un'enfasi mediatica che lo schivo e quasi scorbutico Marchionne non ha apprezzato.
L'onore della armi, che poi oltre alla buona uscita consisteva nella messa nero su bianco dell'uscita di scena per sua volontà, rientra nel novero degli atti dovuti.
Onore concesso nonostante Montezemolo si sia agitato non poco, arrivando a paventare il pericolo di americanizzazione del Cavallino, che fa sorridere da parte di chi avrebbe volentieri dato spazio alla francesizzazione dei treni di Ntv, e che ora si appresta a raccogliere i frutti dell'arabizzazione di Alitalia

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