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INCHIESTA 12 Settembre Set 2014 1806 12 settembre 2014

Tangente Eni-Nigeria: la pista dei 200 milioni

Ha incassato 800 mln. Quanti per gli italiani?

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La mappa indica il giacimento Opl 245 al largo della Nigeria.

È stata di circa 800 milioni di dollari – secondo l’accusa – la fetta dell’affare destinata a dirigenti pubblici e intermediari nigeriani. Lo sostengono i magistrati italiani che indagano sulla ripartizione degli 1.092 miliardi di dollari pagati dall’Eni per l’acquisto di una concessione petrolifera in Nigeria.
Per ottenere dal governo di Abuja lo sfruttamento del giacimento in alto mare Opl 245, Eni ha versato 1 miliardo e 92 milioni di dollari. Altri 200 milioni li ha pagati la Shell, associata nell’operazione.
UN GIRO MILIARDARIO DA CHIARIRE. Ma dal conto corrente del governo nigeriano aperto presso la Jp Morgan Chase, sul quale erano arrivati i soldi, il 23 agosto 2011 sono partiti due bonifici da 400 milioni di dollari ciascuno, verso due conti correnti intestati alla società Malabu, riconducibile all'ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete (detto Fatty, cioè grassottello), che di fatto poteva disporre dell’assegnazione del giacimento.
Stando ai risultati dell’indagine, 523 milioni di dollari degli 800 che sono transitati sui conti della Malabu sarebbero stati girati ad altre tre società riconducibili ad Abubacar Aliyu, un intermediario ritenuto vicino ad alcuni politici africani tra cui l'ex premier nigeriano Goodluck Jonathan.
ACQUISTATI AEREI E CARRI ARMATI. Altri versamenti partiti dalla Malabu sarebbero stati effettuati a favore di società o soggetti in diversi Paesi. E parte di quelle somme, sostengono sempre i pm, sono state usate anche per comprare carri armati e aerei.
Secondo i pm milanesi Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro è ipotizzabile che, nell’ambito dell’affare, siano stati presi accordi per far arrivare circa 200 di questi 800 milioni dollari a manager e intermediari italiani.
Nell'inchiesta sono indagati per corruzione internazionale, tra gli altri, il manager Eni Roberto Casula, l’attuale numero uno dell’azienda Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, Gianluca Di Nardo e Luigi Bisignani, sospettati di aver svolto un ruolo di mediazione nell'affare. Tutti gli interessati hanno smentito il proprio coinvolgimento.
MAXI SEQUESTRO INTERNAZIONALE. I circa 200 milioni di dollari destinati, secondo l'accusa, agli italiani sono stati bloccati dagli inquirenti che hanno chiesto e ottenuto da Svizzera e Gran Bretagna il sequestro dei conti sospetti. I soldi, dunque, non sono arrivati a destinazione, ma la magistratura sta indagando proprio sugli accordi tra i vari soggetti.
A trasferire i 200 milioni di dollari agli italiani avrebbe dovuto essere l’intermediario nigeriano Emeka Obi. Quei soldi tuttavia non arrivavano e Obi - attraverso la sua società Energy Ventures Partners - ha deciso di fare causa a Londra contro l’ex ministro Etete e la società Malabu.
IL PELATO, IL GRASSO E IL BAMBINO. Obi ha vinto in primo grado e ha incassato 83 milioni di dollarti. Ma la Southwark Crown Court di Londra ha creduto alla versione della Procura milanese disponendo il sequestro della somma che è andata ad aggiungersi ai circa 110 milioni di dollari già fatti sequestrare dai pm su un conto svizzero.
Secondo gli investigatori c’era tutto un giro di soprannomi per identificare telefonicamente le persone coinvolte nell’operazione. I magistrati sono convinti che alcuni degli indagati, quando erano intercettati, utilizzassero il termine inglese 'baldy', che significa 'pelato', per riferirsi al numero uno dell’Eni Claudio Descalzi; mentre 'fatty', 'grassoccio', era l'ex ministro Etete e 'the child', 'il bambino', era l'intermediario nigeriano Emeka Obi. Casula era invece 'the number 3', mentre 'the lady' era il soprannome usato per colui che era all'epoca il ministro nigeriano del Petrolio.

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