Economia 15 Settembre Set 2014 1043 15 settembre 2014

A Milano non sfila la crisi

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Dietro le quinte di Milano fashion week. Nelle strade del centro è stato un week-end di lavoro tra padiglioni da allestire, vetrine da arredare ex-novo e appuntamenti da prendere o rinnovare. Milano si è preparata per rinnovare il rituale semestrale della Fashion Week, che apre i battenti per l’edizione autunnale mercoledì 17 settembre, per proseguire fino al 22 settembre. E non c'è intenzione di cedere alla crisi che respira il Paese. Anzi, la moda vuole mettere in vetrina la sua personale ripresa. Del resto, i numeri parlano chiaro: nel 2013, secondo calcoli di Sistema Moda Italia (Smi), il comparto ha registrato un leggero calo (-0,7%, con un fatturato 50,7 miliardi di euro), ma già nell’anno in corso dovrebbe riprendere il processo di crescita. Le stime, elaborate a giugno 2014, indicano il progresso possibile intorno al 3,6%, anche se probabilmente il risultato finale sarà inferiore date le tensioni che stanno caratterizzando la scena internazionale. In attesa che i riflettori sulle passerelle si accendano, ecco tre punti che fotografano il settore. 1. PREOCCUPA IL CALO RUSSO, SENZA L'EXPORT SI MUORE Ma non è tutto un luccichio. Le tensioni anche nella moda ci sono. E le aziende che non si sono internazionalizzate chiudono. In particolare, preoccupano le sanzioni incrociate con la Russia e il calo degli arrivi turistici dalla Federazione, che negli ultimi anni ha mostrato un interesse crescente per la moda made in Italy. Al di là del quadro generale, il comparto modo è al centro di profonde trasformazioni. Le grandi aziende e i pesi medi che da tempo hanno avviato il processo di internazionalizzazione godono generalmente di buona salute, mentre le piccole – più orientate al mercato nazionale, se non addirittura locale – soffrono. Tanto che le previsioni di Smi sono per una contrazione del numero di imprese e di addetti nell’anno in corso. A livello geografico, invece, tengono i distretti produttivi tradizionalmente orientati sulla fascia più alta del mercato, mentre soffrono quelli che in passato hanno puntata sulla leva del prezzo. Il centro della creatività resta invece Milano, con 1.600 aziende attive (il 10% del totale nazionale) tra produzione, commercio e design.

I francesi di Lvmh hanno fatto il pieno di marchi italiani. 2. I MARCHI ITALIANI SONO LE PREDE PIÙ AMBITE Proprio la debolezza finanziaria di alcuni gruppi italiani costituisce un motivo di grande appeal per i grandi gruppi internazionali di settore. Come dimostra l’acquisizione di Loro Piana da parte di Lvmh, gigante francese che nel 2013 ha raggiunto un fatturato di 29 miliardi di euro, quindi oltre la metà di tutta la ricchezza prodotta dalla moda in Italia. Del portfolio Lvmh fanno parte anche altre società italiane del settore come Acqua di Parma, Bulgari, Emilio Pucci e Fendi. Mentre l’altro grande gruppo francese, Kering, possiede Bottega Veneta, Gucci e Sergio Rossi. Ogni volta che un pezzo prestigioso della moda italiana passa in mani straniere, scatta l’allarme per le svendite in corso. A ben guardare, tuttavia, quasi tutte le acquisizioni hanno portato a una crescita dei marchi italiani, che nella maggior parte dei casi hanno mantenuto (e spesso incrementato) l’occupazione in Italia, beneficiando di una maggiore spinta sul fronte del marketing e della logistica grazie all’ingresso in gruppi multinazionali. 3. UN AFFARE PER MILANO, MA I FALSI PESANO 12 MILIARDI La Fashion Week è soprattutto un grande affare per Milano, che vede nella moda un salvagente per resistere alla crisi che ha colpito altri settori tradizionalmente forti della città, a cominciare dalla finanza. Secondo l’Osservatorio Statistico sul Turismo della Camera di Commercio del capoluogo lombardo, la Settimana della Moda genera per gli alberghi della città e della provincia un indotto intorno ai 10 milioni di euro. E il dato è quanto meno doppio se si considerano i ritorni anche per i ristoratori. Detto dei limiti dimensionali di molte aziende italiane, un altro problema che incombe sul settore è relativo al peso crescente assunto dall’industria del falso, stimato per il made in Italy della moda in non meno di 12 miliardi. In sostanza, circa un quarto del giro d’affari regolare, con ricadute negative per gli operatori del settore, gli occupati e le casse dello Stato.

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