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REGNO UNITO 16 Settembre Set 2014 1142 16 settembre 2014

Scozia, i produttori di whisky contro l'indipendenza

Alla vigilia del referendum, l'industria dello Scotch spera nel "no". Vediamo perché.

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Ci siamo quasi: il 18 settembre è previsto il referendum sull'indipendenza della Scozia. Tra polemiche, frenetici sondaggi e timori dei potenti, il Regno Unito si sta avvicinando a un evento epocale che potrebbe segnare radicalmente il suo futuro: se vincesse il 'sì' il Paese perderebbe, in un solo colpo, circa 5,2 milioni di abitanti e una superficie pari a 78 mila chilometri quadrati. Ciò che preoccupa di più è però il contraccolpo economico che potrebbe subire la sesta potenza mondiale, destinata - tra le altre cose - a un calo della sterlina stimato al 15% e alla perdita della quarta regione per Pil pro-capite del Paese (9,3% dell'economia complessiva).
D'altra parte, diversi scozzesi sono a conoscenza che il prezzo da pagare per l'indipendenza può essere alto. Il divorzio da Londra escluderebbe molte agevolazioni finanziarie e patti economici di cui la Scozia gode sotto la corona inglese verrebbero meno, segnando negativamente l'economia e le aziende più solide della regione.
A destare le preoccupazioni più accese sono le sorti dell'industria del whisky, in particolare dello Scotch, secondo export della Scozia e maggior vanto del Paese, forse a pari merito con il kilt, la cornamusa e il mostro di Loch Ness.
WHISKY, UNA STORIA LUNGA 1000 ANNI. Il celebre liquore, ottenuto con la distillazione di orzo maltato e altri cereali, ha radici che affondano fino all'Alto Medioevo.
Il Finance Act del 1988, entrato in vigore due anni dopo, ha fissato alcune regole ferree di produzione dello Scotch whisky, definendolo prodotto a indicazione geografica protetta: ha una precisa ricetta, deve essere stagionato in botti di quercia per un periodo non inferiore ai tre anni e può essere preparato e imbottigliato esclusivamente entro i confini scozzesi.
ESPORTATO IN 200 PAESI, FATTURATO DI 5,5 MILIARDI. A oggi esistono 109 distillerie attive che producono ogni anno circa 120 mila litri. Il 90% delle bottiglie sono esportate, finendo nelle case di 200 Paesi del mondo (Stati Uniti e India in primis), fruttando circa un quinto dei guadagni delle esportazioni in tutta la Scozia per un fatturato annuo di 5,5 miliardi di dollari.
LE PROTESTE DEI PRODUTTORI. Diversi produttori in questi ultimi giorni si sono ribellati all'idea dell'indipendenza. Hanno iniziato a lanciare petizioni e raccogliendo firme contro la secessione della Scozia, per scongiurare - secondo loro - il rischio di un affossamento dell'industria che dà lavoro a 35 mila dipendenti e alle loro famiglie, senza contare l'indotto.
Diventando autonoma, infatti, la Scozia uscirebbe almeno temporaneamente al di fuori dell’Unione europea e verrebbero meno quelle agevolazioni fiscali tra Paesi importatori di whisky e Unione europea, che finora hanno fatto ricca l'industria.
RISCHIO AUMENTO DEI PREZZI DI PRODUZIONE. In secondo luogo, Londra ha esplicitamente vietato alla Scozia di utilizzare la sterlina allo stesso tasso di cambio in caso di separazione. Molti hanno proposto l'uscita dalla moneta (un'alternativa sarebbe l'Euro, ma ci vorrebbe tempo per entrare), ma questo potrebbe causare un immediato prezzo di produzione di Scotch, anche perché gran parte dei cereali impiegati arrivano proprio dagli Stati Ue.
Infine, cosa non di poco conto, mancherà quella grande opera di promozione svolta dalle ambasciate britanniche in tutto il mondo e l'influenza di un grande Paese che permetteva di intrecciare continuamente relazioni commerciali, ad esempio con gli Stati del Commonwealth o i nuovi Paesi emergenti.
«L'INDUSTRIA DELLO SCOTCH È A RISCHIO». Mike Younger, della Ian Macleod Distillers, ha usato toni piuttosto allarmanti in una lettera aperta pubblicata su The Telegraph. «È sorprendente che un export autonomo come quello dello Scotch scozzese potrà essere danneggiato proprio a causa dell'indipendenza del suo Paese», ha osservato. «Temo che molti riusciranno a vedere i pericoli solo quando sarà troppo tardi».
Anche David Frost, capo esecutivo della Scotch Whisky Association, si è mostrato pessimista. «Siamo in una situazione critica. Possiamo fare Scotch Whisky solo in Scozia e i nostri brand sono indissolubilmente legati a esso. La natura di una valuta indipendente scozzese rimane però ancora poco chiara», ha osservato, «È evidente che potrebbe influenzare le nostre esportazioni, la gestione delle catene di fortunitura, i prezzi e la competitività».
PRIMO MINISTRO: «DIVENTEREMO UN PAESE PIÙ PROSPERO». Alex Salmond, l'attuale primo ministro di Scozia e leader indipendentista, è invece fortemente convinto che i produttori di Scotch possano trarre benefici dalla separazione. «La Scozia ha davanti a sé un'opportunità storica e non se la farà sfuggire», ha affermato. «Gli scozzesi capiscono bene che il referendum è un'opportunità storica di costruire un paese più prospero». Salmond ha inoltre placato le preoccupazioni sulle sorti della moneta: «Gli scozzesi vogliono un'unione monetaria con l'Inghilterra. Sentono che Londra bleffa quando dice che ciò non è possibile. Dopo il referendum ogni contenzioso verrà risolto attraverso un civile negoziato fra le due parti».
Comunque vada, il liquore più amato nel mondo continua giorno e notte ad essere versato nei bicchieri di tutto il mondo. E così, in attesa del referendum della verde Scozia, facciamoci una bevuta. Di Scotch, naturalmente.

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