Economia 18 Settembre Set 2014 0900 18 settembre 2014

Referedum Scozia: 4 cose da sapere

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Il 18 settembre la Scozia vota l'indipendenza dalla Gran Bretagna di cui fa parte dal 1707. Urne aperte dalla mattina del 18 settembre fino alle 22 - le 23 ora italiana - per 5 milioni di scozzesi che provano a cambiare la loro storia. Si vota per l'indipendenza dalla Gran Bretagna e dal quel regno Unito di cui fa parte dal 1707. Il risultato del voto non è scontato: per i sondaggi l’esito è «too close to call», ovvero c’è troppo poco margine per sbilanciarsi in un senso o nell’altro. Dal fronte istituzionale piovono inviti alla riflessione e a ponderare una decisione che «sarà per sempre», come ha detto il premier David Cameron. Anche la regina Elisabetta II, rompendo il protocollo, ha fatto appello affinché gli scozzesi «pensino molto attentamente al proprio futuro». Se è vero che non è nell’interesse di nessuno, tanto meno del Governo britannico, fare volare gli stracci e che, in caso di vittoria dei sì, lo scenario più probabile sembra quello di un divorzio consensuale, con concessioni per continuare a sostenere banche e aziende, la paura è che «la Gran Bretagna non sia preparata alle conseguenze di una Scozia indipendente», ha fatto notare Oliver Harvey, esperto di valute di Deutsche Bank. Ecco in 4 punti cosa c'è da sapere per preparasi alle conseguenze del voto. 1. SE VINCE IL SÌ, IL SISTEMA ECONOMICO CAMBIA TUTTO In caso di vittoria del sì la Scozia diventerà indipendente e si staccherà dal Regno Unito, diventando una Nazione a sé. Andrebbe rivisto tutto il sistema economico e politico dei due Paesi: per fare degli esempi, la Scozia dovrebbe cambiare moneta rinunciando alla sterlina (anche se si è parlato dietro le quinte di una possibile unione valutaria con l’Inghilterra), istituire una propria banca centrale, dovrebbe crearsi un proprio esercito e verosimilmente sarebbe divisa dalla Gran Bretagna da confini. La Scozia si troverebbe inoltre fuori dall’Europa e dalla Nato e dovrebbe chiedere di essere riammessa come stato indipendente, con le evidenti complicazioni che ne conseguono. Se vince il no, arriva la devolution promessa da Cameron Viceversa, in caso di vittoria del no in teoria resterebbe tutto come ora. In realtà Cameron, anche per cercare di indurre gli scozzesi a non separarsi, ha promesso un massiccio programma di devolution, con molti più poteri al Parlamento scozzese sulle problematiche che stanno maggiormente a cuore alla regione, ovvero tasse, spesa pubblica e welfare.

La Borsa di Londra scommete sulla vittoria del no. 2. MERCATI NERVOSI ANCHE SE LA SEPARAZIONE EFFETTIVA È NEL 2016 La prospettiva di un’indipendenza della Scozia, che non sarebbe nei fatti immediata ma sarebbe effettiva attorno a marzo 2016, è stata scontata dal mercato per vari mesi e sembrava ormai digerita. All’improvviso, da quando i sondaggi hanno cominciato a dipingere uno scenario tutt’altro che scontato e reso verosimile una separazione che appariva improbabile, la tensione è diventata palpabile. La preoccupazione principale è per l’impatto che un’eventuale separazione avrebbe sulla sterlina, sull’economia britannica e sulle società inglesi che hanno sede in Scozia. Ciò che fa più paura ai mercati è il possibile deragliamento dell’ordine stabilito in Gran Bretagna, soprattutto da un punto di vista politico: i partiti laburista e conservatore si avvicendano al potere da decenni ed entrambi si sono spostati verso il centro, garantendo una certa stabilità politica al Paese. Il nuovo assetto rimetterebbe tutto in discussione. La City scommette su no al 55% Detto questo, la City per il momento scommette sulla vittoria del no: il colosso dell’intermediazione Ig ritiene che ci sia un 81% di possibilità che la Scozia resti dove si trova, mentre Bloomberg dà la vittoria dei no al 55%.

La nuova sterlina inglese che ha debuttato a marzo 2014. 3. RISCHIO DI RIPERCUSSIONI SULL’ECONOMIA INGLESE In un momento in cui la crisi del Vecchio Continente è tutt’altro che superata, molti temono che il terremoto britannico possa creare nuovi problemi. Un primo problema come detto sarà valutario: la Scozia potrebbe entrare in un’unione valutaria con la Gran Bretagna, ovvero conservare la sterlina e restare legata alla Banca d’Inghilterra, oppure dotarsi di una propria valuta, che entrerebbe in vigore dopo un periodo di transizione. Per Morgan Stanley Research la vittoria del sì provocherebbe un taglio di almeno mezzo punto percentuale delle stime di crescita del Pil del Regno Unito nel 2015, con un forte aumento dell’incertezza mentre per il medio periodo. La sterlina potrebbe subire un brusco calo La sterlina, che negli ultimi mesi si è rafforzata sull’ipotesi che la Bank of England sarà la prima tra le grandi banche centrali ad alzare il costo del denaro, potrebbe subire un brusco calo (gli analisti di Nomura prevedono un ribasso del 15%). Da un punto di vista economico, la strada della Scozia inizierebbe in salita: secondo il think tank londinese Centre for Economics and Business Research, il Paese inizierebbe con un deficit del 6,4% del Pil (contro il 4,4% del Regno Unito). 4. BANCHE PREOCCUPATE, AZIENDE UN PO’ MENO Le difficili prospettive economiche sarebbero tanto più reali se le grandi aziende che ora hanno sede in Scozia decidessero di trasferirsi altrove, come hanno minacciato di fare. Peggio sarebbe se colossi bancari come Lloyds e Royal Bank of Scotland, salvate dal Governo britannico durante la crisi e attualmente con sede in Scozia, decidessero di trasferire quelle passività a un eventuale nuovo governo scozzese. In realtà, la Bank of England ha già allontanato un’ipotesi di questo genere, spiegando che continuerebbe a fornire liquidità alle banche scozzesi. Il sì potrebbe dare un vantaggio alle imprese inglesi Per quanto riguarda le aziende inglesi gli analisti prevedono una pausa degli investimenti in Scozia finché non ci sarà chiarezza sul funzionamento di un’eventuale Scozia indipendente. Per gli esperti di Citigroup, le aziende britanniche potrebbero persino trarre vantaggio dalla vittoria del sì al referendum, dal momento che il 75% circa del fatturato delle società quotate in Gran Bretagna viene dall’estero. Uno degli argomenti usati dai sostenitori del sì è che la Scozia, una volta indipendente, potrebbe abbassare l’aliquota corporate attraendo in questo modo più investimenti stranieri, sul modello di quanto fatto per esempio in Irlanda.

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