Economia 19 Settembre Set 2014 1215 19 settembre 2014

Scozia: la devolution la paga il petrolio

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Al referedum per l'indipendenza hanno vinto i No con il 55,3% contro il 44,7% dei SI. La croce decussata di Sant’Andrea resta saldamente ancorata all’Union Jack. Ma la mancata secessione scozzese potrebbe costare – in termini politici ed economici – non poco a David Cameron. Il quale, avuto notizia del no al referendum che chiedeva di separare Edinburgo da Londra, ha confermato le sue promesse fatte prima del voto, cioè di aumentare il grado di devoluzione (fiscale e amministrativa) verso il Parlamento scozzese. Un piano che spaventa non poco i conservatori, se il Guardian ha già annunciato che nel partito del premier è un must l’hashtag «Sarà un bagno di sangue». E si sono adeguate al nuovo corso anche Royal Bank of Scotland e Lloyds, che prima dell’apertura delle urne avevano minacciato di scappare al Sud e adesso hanno annunciato ai propri clienti «maggiori risorse per sostenere famiglie e imprese scozzesi». 1. LA FORMULA DEV-MAX: PIÙ FONDI, MENO FISCO La Barnett formula, dal nome dal sottosegretario all’economia che l’ha inventata, garantisce oggi alla Scozia fondi maggiori rispetto al suo peso complessivo (8,2%) del gettito e del Pil (10%) totali del Regno Unito. La spesa è cresciuta più qui che nel resto del Paese. Anche perché questo meccanismo di ripartizione del denaro pubblico tra le quattro nazioni Uk (Inghilterra, Galles, Irlanda del Nord e per l’appunto) si basa essenzialmente sulla popolazione e non prende in considerazione quante tasse vengono realmente pagate in ciascuna regione. Prima del voto i leader di Tories (Cameron), Liberaldemocratici (Nick Clegg) e laburisti (Ed Miliband) hanno promesso, secondo quanto ha riportato il quotidiano scozzese Daily Record, l’introduzione di un federalismo più esteso – la cosiddetta Dev-Max – verso Edimburgo. E come elemento discriminante si guarda soprattutto all’alto gettito garantito dal petrolio: 57 miliardi di sterline soltanto da qui al 2018. A ben guardare le proposte dei partiti rischiano di essere molto onerose per Londra. I conservatori propongono piena devoluzione sulle imposte sul reddito, aumento della compartecipazione sull'Iva e maggiori deleghe sul sistema dei benefit pubblici. I laburisti invece guardano a un modello di addizionali (in positivo e negativo) lasciando comune lo schema delle aliquote progressive. Per esempio quella al 45% per i redditi più alti potrà essere abbassata soltanto tagliando quella base. I libdem propongono una vasta autonomia fiscale.

Scozia: il barile di petrolio vale 57 miliardi di gettito fiscale per Uk da qui al 2018. 2. SISTEMA SANITARIO E PREVIDENZIALE: PIÙ INDIPENDENZA Nella campagna elettorale Cameron non ha soltanto usato la carota. In più occasioni ha ricordato: «Con la vittoria del si, gli scozzesi perderebbero pensioni, passaporti, servizio sanitario e sterlina, mentre metà dei loro mutui verrebbero gestiti da una banca inglese. Cioè straniera». Il premier ha messo in risalto i due principali vulnus del welfare scozzese: sistema sanitario e quello previdenziale. Sul primo versante fa testo uno studio dell’Ocse, che ha collocato l’assistenza e la qualità della vita del Paese (in città come Glasgow l’età media è di 69 anni) agli ultimi posti in Europa. Il sistema pensionistico invece sconta la fortissima emigrazione giovanile verso l’Inghilterra, con il risultato che nei prossimi anni il rapporto fra attivi e pensionati diventerà insostenibile. Non a caso nell’articolo sul quotidiano Daily Record Cameron, Miliband e Clegg hanno messo nero su bianco «l'impegno categorico nel riconoscere al governo scozzese la decisione sul finanziamento dell'Nhs, il servizio sanitario nazionale che costituisce una delle maggiori incognite in caso di indipendenza secondo parte dell'elettorato». 3. UN MARE DI PETROLIO CHE VALE 57 MLD: POSSIBILE UN FONDO SOVRANO Tra i cavalli di battaglia dei secessionisti la certezza che la Scozia possa estrarre petrolio e gas per 1.500 miliardi di sterline e che le entrate fiscali legate all’oro nero, soltanto da qui al 2018 garantiranno 57 miliardi. E poco importa che, come ha spiegato l’economista (inglese) David Phillips, «nel lungo periodo le entrate petrolifere diminuiranno fino a raggiungere livelli insignificanti». Il 96% della produzione di idrocarburi britannica (con gas e petrolio) è allocata nel Mare del Nord. A oggi sono stati estratti 40 miliardi di barili di greggio; ne rimarrebbero altri 24 miliardi, corrispondenti a 30-40 anni di produzione. Proprio la Barnett formula, così generosa sul fronte del welfare, penalizza sul piano energetico la Scozia, visto che il grosso di Iva e accise sulle risorse fossili viene comunque incamerato da Londra, per poi essere devoluto in parte a Edimburgo. Inutile dire che, in un più generale piano di devoluzione, il premier e leader indipendentista Salmond chiederà una diversa ripartizione e premerà per la creazione di un fondo sovrano alimentato con le royalties petrolifere sul modello norvegese. Progetto sempre osteggiato da Downing Street.

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